Una delle immagini più sorprendenti e significative di Francia-Spagna arriva qualche istante dopo il fischio finale. Basta guardare la faccia del ct spagnolo Luis De La Fuente, sulla quale è dipinta la pura soddisfazione: «Abbiamo creduto in un’idea creata quattro anni fa: oggi si è vista la migliore squadra nazionale del mondo contro la migliore selezione del mondo». De La Fuente è un uomo di 65 anni che ha vinto l’ultimo Europeo ma che viene dal basso, dalle selezioni giovanili. E che a fine partita, forse proprio per questo, ha avuto bisogno di qualche secondo per realizzare quello che era appena successo. Davanti a lui c’è una squadra che corre verso il centro del campo, una panchina che si svuota, uno stadio che celebra una Nazionale arrivata alla seconda finale mondiale della sua storia, 16 anni dopo la prima. Eppure il suo sguardo racconta la consapevolezza di aver costruito qualcosa che ormai va oltre una striscia di vittorie, 37, che significa record assoluto per una rappresentativa – condiviso, per il momento, con l’Italia di Mancini. Il fatto è che la Spagna ha dominato la Francia. Ovvero la squadra che, almeno fino a ieri, sembrava essere la più completa del torneo, che grazie a Mbappé, Dembélé, Barcola e Olise era arrivata in semifinale senza aver mai realmente sofferto, che aveva sempre imposto il proprio calcio, i propri tempi, le proprie superiorità. Ogni partita sembrava seguire un copione già scritto, in cui la qualità degli attaccanti di Deschamps finiva inevitabilmente per rompere l’equilibrio.
La Spagna ha preso quel copione e lo ha strappato fin dai primi minuti di gioco. Poi, dopo 20 minuti, è arrivato l’episodio in grado di cambiare la partita: Digne sbaglia un controllo apparentemente innocuo, Lamine Yamal gli porta via il pallone e viene steso in area. Oyarzabal va dal dischetto trasforma il rigore dello 0-1. È un errore individuale, certo, ma sarebbe superficiale pensare che la semifinale sia stata decisa soltanto da quell’episodio. Il gol, in realtà, fa solo da acceleratore peso emotivo della partita: la Spagna smette di dover dimostrare qualcosa, mentre la Francia è costretta a fare i conti con una situazione che durante tutto il Mondiale non aveva mai vissuto. Quella della squadra che insegue.
Da quel momento sono merse tutte le differenze tra le due squadre. Quella di Deschamps aveva costruito il proprio percorso su meccanismi offensivi ormai riconoscibili: le ricezioni larghe di Mbappé per attaccare il lato debole, le corse profonde di Dembélé, le imbucate continue per Olise tra le linee. Sequenze ripetute fino a diventare quasi automatiche, che però in realtà hanno funzionato soltanto quando le partita sono rimaste dentro il contesto per cui sono state pensate. Ecco, la Spagna ha modificato quel contesto: con il vantaggio ha trasformato il possesso palla in una forma di controllo mentale prima ancora che tecnico, senza abbassare i ritmi per paura, ma per togliere riferimenti agli avversari. Ogni manovra sembrava avere due obiettivi contemporaneamente: consumare qualche secondo e preparare la giocata successiva.
Rodri e Fabián Ruiz sono stati l’espressione più evidente di questo piano partita: hanno occupato ogni zona del campo, sempre vicini al portatore, sempre pronti a chiudere una linea di passaggio, sempre disponibili come appoggio per ricominciare. Non hanno giocato una partita spettacolare nel senso tradizionale del termine, ma hanno imposto il loro ritmo alla semifinale. La Francia ha finito per giocare la partita che voleva la Spagna. E quando una squadra abituata a dominare perde il controllo della partita, spesso perde anche il controllo delle proprie emozioni. Alla fine i francesi, decisamente nervosi, hanno prodotto tre tiri nello specchio della porta, ma con un bassissimo indice di pericolosità.
La Spagna, invece, ha tirato due volte in porta e ha segnato due gol. Il secondo con una giocata ormai mandata a memoria, con Oyarzabal che abbandona l’area e trascina fuori posizione i difensori, con Dani Olmo che gioca una sponda e con Pedro Porro legge il movimento, attacca lo spazio come un centravanti e conclude l’azione. Non è una rete costruita sul talento di un singolo, ma uno scambio di relazione ad altissimo livello. Ogni giocatore fa qualcosa perché sa già cosa faranno i suoi compagni.. La Spagna, insomma, non è una squadra che vive delle proprie individualità, ma della relazione continua tra tutti i suoi componenti.
Per questo sorprende relativamente che Lamine Yamal abbia disputato una partita normale: ha provocato il rigore, ma poi è rimasto dentro il sistema senza la necessità di trasformarsi nell’eroe della serata. Quando il talento più luminoso può permettersi una serata ordinaria, vuol dire che le cose funzionano. Ha vinto una squadra di 11 calciatori con una testa sola. Non certo un aspetto scontato considerando che diversi ragazzi si portavano dietro le scorie di una stagione difficile: Pedro Porro, tanto per dire, si è salvato con il Tottenham soltanto all’ultima giornata; Laporte e Unai Simón non sono andati benissimo con l’Athletic Bilbao, Merino ha tribolato con gli infortuni. Nessuno di loro rappresentava il volto glamour di questa Nazionale, eppure tutti sono diventati indispensabili.
È questo il tratto più riconoscibile della Spagna di De La Fuente. L’idea viene sempre prima del nome scritto sulla maglia. Forse è anche per questo che quella faccia quasi incredula al triplice fischio continua a rimanere impressa. Perché racconta un allenatore che ha visto un’intuizione trasformarsi lentamente in realtà. Senza rivoluzioni, senza proclami, senza la necessità di inventare un calcio nuovo. Soltanto affinando un’identità ormai consolidata fino a renderla efficace in ogni dettaglio. La finale dirà se tutto questo basterà anche per diventare campioni del mondo. Una cosa, però, il Mondiale l’ha già chiarita: ora la Spagna diventa la favorita, e il merito è di un pensiero condiviso, che parte da De La Fuente e si fonde nel collettivo.