C’è un preciso momento in cui la Spagna domenica sera si è laureata campione del mondo. 119′, assalto disperato della Scaloneta, ultima sgasata di Leo Messi, che punta l’uomo, guadagna il fondo e dalla stessa mattonella che ha castigato l’Inghilterra lascia partire il cross: stavolta è basso, teso, non meno pericoloso. La differenza è che in area piccola non c’è Lautaro, e che soprattutto c’è un gigante di nome Pau Cubarsí. Il 19enne della Roja – lo ribadiamo: anni diciannove – irrompe alla disperata fra le magliette biancocelesti e con la lucidità di Cannavaro versione Germania 2006 anticipa tutti, rischia senza timore l’autogol e manda la sfera sul fondo. L’esultanza è liberatoria, il peso specifico della giocata pari al gol partita di Ferran Torres. L’unica crepa di una Spagna così, alla vigilia, poteva incunearsi a livello di inesperienza e tensione emotiva nell’affrontare una finale mondiale: se la risposta è questa, tutto il mondo farebbe bene a mettersi il cuore in pace. Non soltanto Messi e il resto dell’Argentina impotente.
Al triplice fischio Cubarsí è stato giustamente premiato come miglior giovane del torneo. Per rendere meglio l’idea della grandezza del momento: da quando esiste il riconoscimento, sempre anno 2006, non era mai accaduto che a vincerlo fosse un difensore. Podolski, Muller, Pogba, Mbappé, Fernandez. Il centrale del Barcellona irrompe nella lista con merito assoluto, con mentalità da veterano e da leader di una difesa leggendaria – un solo gol subito in otto partite, record di imbattibilità per Unai Simon, nessun tiro in porta incassato per oltre 110 minuti in finale. Perché un conto è essere l’enfant prodige in stile Mbappé o Yamal, ieri come oggi. Cioè sprigionare il proprio talento, sgasare al massimo e inventare quasi scevri da ogni compito di copertura. Ancora più difficile, paradossalmente, è mantenere i nervi saldi, non sbagliare una lettura di gioco, coprire gli spazi e marcare come un muro ambulante. Pau è riuscito in tutto questo con disarmante naturalezza.
Il giorno dopo in Spagna tessono tutti le sue lodi, e non potrebbe essere altrimenti. Marca riporta le parole di un vecchio allenatore di Yamal e Cubarsí alla Masia, che incorona l’intelligenza tattica del difensore: “Sa già dove andrà il pallone prima di chiunque altro. Lo fa perché anticipa i movimenti dell’attaccante. E ha uno straordinario controllo di palla che gli permette di impostare l’azione dalla difesa”. Insomma, un fuoriclasse completo: cresciuto nel mito di Piqué, in questa estate da sballo ha già finito per superarlo. “Pau può cambiare le sorti di una partita perché dalla sua posizione riesce a vedere tutto con chiarezza: è calmo e sa come trovare il passaggio migliore per servire i compagni”.
Mentre il Mundo Deportivo – testata decisamente filo-Barça, va specificato a rigor di cronaca – colloca già Cubarsí “in pole position per il Pallone d’Oro”. E a sostegno di questa tesi rispolvera proprio l’exploit di Cannavaro, ultimo difensore di sempre a vincere il trofeo: l’ex capitano azzurro signoreggiò ai Mondiali tedeschi soprattutto in termini di duelli aerei vinti – 31, contro i 14 dello spagnolo – e recuperi effettuati – 29, come il ragazzino oggi. Eppure Pau vi aggiunge altre voci statistiche impressionanti: 96% di passaggi riusciti, guidando una retroguardia rimasta inviolata per 7 occasioni – contro le 5 di quell’Italia – e che soprattutto passerà agli annali come la meno colpita nella storia dei Mondiali. Dunque sì, se Cannavaro vinse il trofeo per analogia Cubarsí potrebbe non essere da meno. Oggi il calcio è cambiato, ma talvolta non è detto che sia in peggio: un difensore 19enne così, nella partita più importante della sua carriera, non si era mai visto. Ed è la vera arma in più della Spagna.