Coerenza e pazienza di Luis de la Fuente, il tecnico federale che non aveva appeal e che ha riportato la Spagna in cima al mondo

Il ct campione del Mondo era stato accolto con scetticismo, anche perché prenderlo sembrava una scelta conservativa. E invece è riuscito a creare una Nazionale fortissima, moderna ma anche figlia alla sua identità tattica e culturale.
di Redazione Undici 20 Luglio 2026 alle 02:18

La prima esultanza di Luis de la Fuente da ct campione del Mondo dura pochi secondi e non assomiglia a nessuna delle immagini che di solito accompagnano una vittoria di questa portata. Niente corsa liberatoria, niente ginocchia sull’erba, niente pugni stretti verso il cielo. Quando l’arbitro fischia la fine della finale, il commissario tecnico della Spagna sorride appena. È una felicità composta, quasi austera. Sembra più interessato a guardare ciò che accade intorno a lui che a celebrare se stesso. Osserva i giocatori che si abbracciano, quelli che corrono verso la tribuna, quelli che si lasciano cadere sul prato. Poi comincia a stringere mani e distribuire abbracci.

È l’esultanza di un allenatore che non vive quel momento come un punto d’arrivo o forse che lo vive come qualcosa che aveva già immaginato molto tempo prima. Per capire il Mondiale vinto dalla Spagna bisogna tornare indietro di qualche anno, quando De la Fuente non era ancora il ct della Roja ma il responsabile di una delle operazioni più interessanti del calcio europeo: accompagnare un’intera generazione attraverso tutte le categorie della Nazionale. La Spagna campione del mondo è infatti una squadra costruita nel tempo, senza rivoluzioni, senza cambi di paradigma improvvisi. Nella nazionale olimpica che ha conquistato la medaglia d’argento a Tokyo nel 2021 c’erano già sette dei giocatori che oggi sono campioni del mondo: Unai Simón, Marc Cucurella, Martín Zubimendi, Mikel Merino, Mikel Oyarzabal, Pedri e Dani Olmo. Se si allarga ulteriormente lo sguardo, il filo diventa ancora più evidente: Merino, Oyarzabal e Dani Olmo avevano già vinto con lui l’Europeo Under 21 del 2019 in Italia, insieme a Fabián Ruiz e Borja Mayoral.

In un calcio sempre più ossessionato dall’immediatezza, De la Fuente ha costruito il suo successo attraverso la pazienza. Ha visto questi giocatori adolescenti, li ha allenati quando erano promesse e li ha ritrovati quando sono diventati dei campioni, dei leader. Conosce le loro qualità tecniche ma soprattutto le loro personalità, le loro fragilità, le reazioni che hanno quando vivono momenti difficili. È una conoscenza che nessun algoritmo e nessuna analisi tattica possono restituire. Quando la Federazione spagnola lo ha scelto come successore di Luis Enrique, la decisione è sembrata quasi conservativa. Non arrivava da una grande panchina e il suo nome non possedeva il fascino internazionale di altri candidati. In realtà quella della Federazione era una scelta radicale: affidare la Nazionale maggiore a chi aveva contribuito più di tutti a costruire il suo futuro.

Del resto, il curriculum parlava già da solo: nel 2022, quando è stato nominato ct della Spagna, De la Fuente aveva un percorso da tecnico federale decorato da un Europeo Under 19, un Europeo Under 21 e una medaglia d’argento olimpica. Più di ogni altra cosa, però, il nuovo allenatore della Roja aveva un’idea precisa di calcio. Per anni il possesso palla spagnolo era stato raccontato come un dogma immutabile. De la Fuente ha scelto invece di trattarlo come un linguaggio da aggiornare. Non ha rinnegato l’identità tecnica del movimento, sarebbe stato impossibile e forse persino sbagliato, però ha provato a modificarne il ritmo: più pressing, più verticalità, più aggressione degli spazi, più ricerca immediata della porta avversaria.

A guardarla oggi sembra quasi una sintesi tra epoche diverse del calcio spagnolo. La Spagna che ha vinto tutto ciò che poteva vincere conserva la qualità associativa che la distingue ormai da due decenni, ma la combina con un’intensità e una velocità che appartengono al calcio contemporaneo. Non domina soltanto attraverso il pallone, ma anche attraverso il controllo del campo. I risultati hanno dato ragione a questa trasformazione. Nations League nel 2023, Europeo nel 2024, Mondiale nel 2026: yna sequenza che racconta la nascita di una nuova dinastia calcistica. Ma il dato forse più significativo è un altro: con la vittoria in finale fano 38 risultati utili consecutivi, il record di sempre per una rapresentativa nazionale.

Eppure ridurre tutto ai numeri significherebbe perdere la parte più interessante della storia: la vera grandezza di De la Fuente emerge nelle scelte che hanno definito questa squadra. Alcune erano abbastanza semplici da anticipare e da portare a compimento: affidarsi a Lamine Yamal, per esempio, è quasi un obbligo quando si ha tra le mani uno dei talenti più precoci che il calcio europeo ricordi. Altre erano molto meno scontate, come consegnare la difesa a Pau Cubarsí, nato nel 2007, in un Mondiale che avrebbe poi chiuso da miglior giovane del torneo. Oppure continuare a credere in Unai Simón e Laporte dopo una stagione complicata all’Athletic Bilbao.

Da queste mosse è nata una squadra quasi impermeabile, una Nazionale nazionale che concede pochissimo, che attraversa le partite senza perdere il controllo e che ha trasformato la fase difensiva in una forma di dominio. Il record di imbattibilità di Unai Simón, un solo gol subito in tutto il Mondiale, non è il prodotto del caso, ma la conseguenza di una struttura collettiva nella quale ogni giocatore sembra conoscere esattamente il proprio posto. Eppure il tratto distintivo di questa Spagna resta un altro: guardandola giocare, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un gruppo prima ancora che a una selezione di talenti. Molti di questi giocatori sono cresciuti insieme. Hanno condiviso ritiri, finali giovanili, vittorie e sconfitte, attraversato le stesse tappe formative. De la Fuente è stato il filo che ha tenuto insieme tutto questo percorso. Non ha dovuto creare una cultura di squadra: l’ha semplicemente accompagnata fino all’età adulta.

Forse è per questo che, dopo l’Europeo, del 2024 qualcosa è cambiato definitivamente. La Spagna ha smesso di sentirsi una squadra forte e ha iniziato a percepirsi come la migliore. La frase pronunciata da De la Fuente dopo la semifinale vinta contro la Francia racconta perfettamente questa trasformazione: «Abbiamo affrontato la migliore selezione mondiale, ma noi siamo la migliore squadra del mondo». Non c’era arroganza in quelle parole, piuttosto la lucidità di chi osserva quotidianamente il proprio gruppo e ne conosce il valore. La sicurezza di un allenatore che aveva già visto il finale della storia mentre tutti gli altri stavano ancora cercando di immaginarlo. Adesso quel finale è diventato realtà. E la sensazione, guardando l’età media di questa nazionale, appena 26,8 anni ì, è che il nuovo ciclo vincente della Roja sia soltanto all’inizio. Nel calcio le dinastie vengono riconosciute sempre dopo, quando il tempo permette di osservarle e giudicarle. Ma la Spagna di De la Fuente possiede già molti degli elementi che definiscono un impero destinato a durare: talento, continuità, identità e una fiducia collettiva che sembra alimentarsi da sola. Anche, se non soprattutto, per merito di un ct che sembrava non avere appeal. Ma che poi ha vinto tutto.

>

Leggi anche