La Spagna ha vinto il suo secondo titolo Mondiale al termine di una competizione in cui il suo miglior giocatore, Lamine Yamal, ha inciso poco per non dire nulla. E lo stesso discorso vale anche per quello che era stato uno dei trascinatoti agli ultimi Europei, vale a dire Nico Williams. Anzi: l’esterno dell’Athletic Club, a differenza del giovanissimo fuoriclasse del Barcellona, non ha giocato neanche una partita da titolare e ha avuto un reale impatto solo al minuto 106′ della finale, quando ha servito l’assist per il gol decisivo di Ferrán Torres. Non è poco, certo, ma è meno di quanto ci si potesse aspettare – soprattutto dopo un Europeo davvero splendido.
Questo preambolo può sembrare inutile, e invece è molto importante: abbiamo vissuto un Mondiale in cui tutti i talenti più attesi sono riusciti a brillare, ad accendersi anche solo per qualche istante, da Mbappé a Haaland passando per Dembélé, Kane, Vinícius Júnior, Bellingham, senza dimenticare Leo Messi. E alla fine, paradossalmente ma non troppo, la vittoria è andata alla squadra migliore. Anzi, diciamola meglio: a una squadra così forte e così rodata che ha potuto tranquillamente fare a meno, ovviamente in senso lato, della sua gemma più attesa. E di un altro protagonista annunciato.
In virtù di tutto questo, e non solo di questo, la Spagna ha meritato di vincere la Coppa del Mondo. Non tanto e non solo perché ha letteralmente dominato l’Argentina – una squadra inferiore in valore assoluto che, per altro, è arrivata all’ultimo atto senza più una stilla di energia – in finale, ma per il modo in cui ha approcciato e giocato l’intero torneo. Perché, tornando per un attimo alle “assenze” di Lamine Yamal e Nico Williams, ha saputo ovviare alle contingenze in modo intelligente, cioè esasperando la sua volontà di controllo. Il ragionamento di De la Fuente, più o meno, deve essere stato questo: se non posso (più) accelerare in verticale perché i miei esterni non sono in condizione, o non ci sono proprio, allora devo inventarmi qualcosa di diverso. E questa nuova idea, ovviamente non a caso, è stata quella di pescare nel dna storico del proprio gruppo di giocatori, del proprio movimento.
Chiariamoci: non siamo all’alba di una nuova era del Tiqui-Taca, perché la Spagna di Rodri, Dani Olmo e Fabián Ruiz, di Cucurella e Pedro Porro, di Cubarsí e Laporte e Oyarzabal, non può giocare come la Spagna di Iniesta, Xavi, Xabi Alonso, Busquets, David Silva, Sergio Ramos & Co. Però la Roja che abbiamo visto al Mondiale 2026, una Roja per altro molto diversa da quella elettrica e tambureggiante che ha vinto Euro 2024, è figlia dei concetti, dell’impostazione di base, dell’identità di gioco che ha fatto grande il movimento spagnolo. In poche parole: di un modello che funziona. E che continua a produrre centrocampisti fantastici, in grado di governare le partite, di indirizzare – se non proprio di annullare – il gioco di qualsiasi avversario. Il mondo intero se n’è accorto contro la Francia, in semifinale, poi in finale è arrivata la conferma definitiva. In questo senso, il fatto che Rodri, proprio Rodri, abbia alzato la Coppa del Mondo al cielo di East Rutherford, New Jersey, ha un enorme valore simbolico.
Insomma: la Spagna ha vinto i Mondiali perché ha voluto e ha saputo controllare tutto e tutti. Ci è riuscita dall’alto di un’incredibile solidità progettuale, che si sublima nella figura – e nella carriera federale – del ct De la Fuente, in una Nazionale che si difende tenendo il pallone e che esplora i corridoi interni con la precisione e la continuità che ti aspetteresti da una squadra di club. E in fondo il segreto è proprio questo: i dirigenti e gli osservatori della Federcalcio di Madrid intercettano i migliori giovani in tutte le comunità autonome del Paese e poi organizzano un vero e proprio training camp per gli Under 14 e Under 15 più promettenti (di solito ne vengono selezionati 55 per fascia d’età). In questo modo i ragazzi a conoscersi tra loro fin da subito, fin da subito si allenano insieme sugli stessi principi di gioco, poi continuano a farlo nei loro club e alla fine arrivano in Nazionale che sono già istruiti, già mentalizzati.
La storia di com’è nata questa vera e propria filiera industriale inizia negli anni Ottanta – quando Johan Cruijff diventa allenatore del Barcellona, per la precisione – e arriva fino a noi, fino a questo meritatissimo Mondiale-bis dopo quello del 2010. In mezzo, cioè tra la vittoria di Johannesburg e quella americana, questo stesso modello ha anche avuto degli sbandamenti e qualche passaggio a vuoto. Ma erano inciampi fisiologici, in fondo nessuno può vincere sempre e per sempre. Il punto, però, è che chi non ci riesce più ha il dovere morale di provarci, di provare a cambiare le cose, di creare le condizioni per vincere di nuovo. La Spagna ha investito nella fiducia e nella pazienza verso la sua storia recente, così col tempo è venuta fuori una nuova generazione di campioni in grado di conquistare tutto. Di farlo con pieno merito, anche senza l’apporto delle stelle più luminose. La vittoria in America, quindi, è la vittoria della coerenza, di un progetto e della sua identità: tutte cose che non si possono né imitare né tantomeno acquistare. Si possono solo coltivare, nella speranza che germoglino e diano frutti. In Spagna, evidentemente, sanno come si fa.