Xavi Simons ha detto che «diventare famoso da bambino non è stato facile, mi ha fatto perdere tante cose»

E se l'esposizione mediatica era difficile da affrontare anche un decennio fa, per gli enfant prodige di oggi la pressione si fa ancora più forte.
di Redazione Undici 22 Luglio 2026 alle 17:24

Un fuoriclasse segnato sin dalla nascita, quando la madre guardò il suo bimbo senza nome e dopo cinque giorni fu illuminata da una partita del Barcellona. Giocava Xavi Hernandez, illuminando i blaugrana nella primavera del 2003: da lì in poi, quel bebè olandese figlio d’arte – il padre Regillio all’epoca era attaccante in Eredivisie – sarebbe stato Xavi Simons. Che già a 7 anni, la sorte aveva già apparecchiato tutto, diventa un giocatore della cantera del Barça. A 13 firma il suo primo accordo di sponsorizzazione con Nike. A 14 si ritrova con un milione di follower su Instagram. A 17 debutta da professionista, con la maglia del PSG. Oggi il fantasista è reduce dalla rottura del legamento crociato, che gli ha fatto saltare il Mondiale con l’Olanda. E guardandosi alle spalle, dà un avvertimento a tutti gli enfant prodige di questo mondo.

“Nessuno ti prepara a essere famoso”, Xavi ha spiegato a The Athletic. “Ho avuto parecchie cose positive durante la mia infanzia, ma non potevo nemmeno uscire a giocare con i miei amici perché la gente voleva sempre una foto o qualcosa da me. Non era normale. Avevo forse più follower di molti giocatori del Barcellona in prima squadra, insieme alla mia famiglia abbiamo cercato di gestire la cosa nel miglior modo possibile. Eppure sento di aver perso tanto. Quando parlo con mia sorella, che gioca a tennis e magari un giorno diventerà una delle più grandi, le dico sempre: ‘Per favore, goditi questi momenti in cui puoi farti una passeggiata in libertà, bere con gli amici e divertirti. Perché io non ho mai provato una cosa del genere’. Avevo giornate più o meno buone, ma sempre orientate a un altro tipo di percorso. E verso standard non negoziabili: mi sono presto ritrovato ogni giorno con Messi, Mbappé, Neymar, Thiago Silva e Marquinhos. Vederli in azione mi ha dato la spinta definitiva per diventare un professionista come loro”. Ma quell’infanzia perduta, nessuno gliela restituirà mai.

La riflessione di Xavi Simons non è banale, perché arriva in un periodo storico in cui la sovraesposizione mediatica e social mediatica è ai massimi livelli. Un tempo il fenomeno di turno veniva conosciuto tramite il passaparola o vecchie videocassette: aveva ancora le sue sfere di normalità nella vita di tutti i giorni, protette dai limiti dell’analogico. Il salto di specie verso il digitale ora azzera tempi e distanze, moltiplicando occhi e orecchie. Se Xavi sin da bambino si era ritrovato a dover affrontare qualcosa di più grande di lui, un decennio fa, oggi, per chi si ritrova agli inizi di un percorso come il suo, la situazione si presenta ancora più difficile. Ancora più caricata di pressione e gestione delle aspettative.

“Passavo tutto il giorno fuori e cercavo di accontentarmi di poco”, racconta il giocatore del Tottenham. “Soltanto col passare del tempo mi sono accorto che la mia situazione non era normale, e che soltanto i sacrifici di mia madre avevano fatto in modo che non l’avessi ancora percepito. Voglio ringraziarla per non avermi fatto notare quanto sia stato difficile per lei. Io sono quello che gioca a calcio e che tutti vedono alla tv. Ma i veri Mvp sono mia mamma, mio fratello e mia sorella: sono davvero grato per quel che la famiglia ha fatto per me”. Xavi non cita il padre perché si è rivelato una figura poco presente nella sua vita, ma tutti gli altri hanno più che sopperito alla circostanza creandogli attorno un ambiente sano. Lui, insomma, è fortunato. E una volta recuperato dall’infortunio avrà tutta la Premier League davanti a sé. Ma il messaggio per i prodigi del futuro è prezioso e pone l’enfasi su un problema che tutti i top club sarebbero tenuti ad affrontare: coltivare il talento, senza mai dimenticare che si trova nel corpo di un bambino.

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