Ognuno è libero di giudicare come vuole la fine della storia tra Roberto Mancini e la Nazionale italiana, avvenuta poco meno di tre anni fa. La scelta in sé di rassegnare le dimissioni, i tempi, le procedure, persino i contenuti e la provenienza geografica della famosa PEC inviata alla FIGC sono stati oggetto di dibattito, di critica, di profonda divisione, quindi è inevitabile che possano esserci posizioni estremamente divergenti tra loro. Ma se l’obiettivo è fare un’analisi incontaminata in merito all’esperienza di Mancini come ct, un’analisi che guardi soprattutto al campo, allora il discorso sull’addio deve passare in secondo piano. Per farla breve: coloro che criticano Mancini per il suo addio alla panchina degli Azzurri, beh, hanno quasi l’obbligo morale di schierarsi contro il suo ritorno. Tutti gli altri, però, non devono e non possono dimenticare il lavoro eccezionale fatto da Mancini nei suoi primi tre anni da commissario tecnico. Ed è partemdo dalla memoria di quel lavoro che, evidentemente, Giovanni Malagò ha preso la sua decisione.
Partiamo dai fatti: con Mancini in panchina, la Nazionale azzurra ha vinto un Europeo, ha stabilito il record all-time di partite senza sconfitte per una rappresentativa senior (37), superato solo qualche giorno fa dalla Spagna, ha visto esordire Berardi, Barella, Kean, Zaniolo, Mancini, Di Lorenzo, Tonali, Locatelli, Bastoni, Raspadori, Frattesi, Dimarco, Retegui e altri 44 giocatori diversi, molti da giovanissimi e alcuni quando erano ancora dei teenager. Dietro tutte queste scelte c’era un lavoro, un progetto tattico, c’era l’idea di intendere e costruire l’Italia come una squadra – quindi non come una selezione – di calcio dotata di una chiara identità di gioco, identità a sua volta fondata sulla convinzione per cui i migliori elemeti a disposizione (Verratti, Jorginho e Barella, nel caso specifico) dovessero essere valorizzati al meglio delle loro caratteristiche. E così nacque un’Italia offensiva e sofisticata, votata al palleggio ma anche alla verticalità, al 4-3-3 e alla difesa alta, con tanta qualità in mezzo al campo e sugli esterni, con diversi ragazzi lanciati da titolari (vedasi Zaniolo, vedasi Kean, vedasi il caso estremo relativo a Pafundi) prima ancora di essere titolari nei club.
Il flusso magico – o la fortuna, secondo i maligni – di Mancini si interruppe subito dopo la meritata vittoria europea di Wembley: due rigori sbagliati da Jorginho in due partite decisive contro la Svizzera portarono un’Italia già meno brillante agli spareggi per la qualificazione a Qatar 2022, a quel punto il ct non riuscì ad affrancarsi dai suoi fedelissimi (nel playoff contro la Macedonia del Nord i vari Insigne, Immobile, Barella e Florenzi erano veramente spompati) e si ritrovò fuori dai Mondiali. In modo rocambolesco e forse immeritato, ma non così assurdo: come detto anche il ct fece delle scelte errate, probabilmente non era riuscito a voltare pagina, a farlo davvero, dopo il successo del 2021.
Questa caduta fragorosa e l’andamento zoppicante dell’anno e mezzo successivo – la sconfitta 2-5 in Germania in nations League, l’1-2 interno contro l’Inghilterra nelle qualificazioni a Euro 2024 – hanno finito per macchiare il ricordo di Mancini in Nazionale, poi le polemiche a mezzo stampa e la fine antipatica del rapporto di lavoro – con tanto di assunzione immediata come nuovo ct dell’Arabia Saudita – è come se avessero sparso sale e limone sulla ferita. Però, come detto, Giovanni Malagò deve aver guardato al primo ciclo di quell’Italia, alla maniera in cui Mancini riuscì a risollevare l’intera carovana azzurra in poche mosse e poche partite, all’impatto immediato generato attraverso un progetto più pratico che teoretico, più tecnico-tattico che filosofico.
Ecco, questa è la ratio del ritorno di Mancini in Nazionale: Malagò, forse anche perché scottato dall’approccio visionario, e intransigente di Maldini, ha preferito andare sull’usato sicuro. Questa definizione non deve essere letta con accezione dispregiativa, ma in senso letterale e quindi positivo: tra tutti quelli che si sono avvicendati sulla panchina azzurra dai tempi di Marcello Lippi, Mancini è stato il ct più bravo, più intelligente, più fortunato e anche più contemporaneo. Non perché ha vinto, ma per il modo in cui ha vinto. Non perché avesse trovato la strada perché l’Italia riprendesse a produrre talenti a getto continuo, anzi lo stesso Mancini si lamentava continuamente del cosiddetto sistema, ma perché è riuscito a sviluppare e a far rendere ciò che aveva a disposizione. Fino a un certo punto del suo primo mandato, va bene, ma quel che si è visto fino a quel punto è stato davvero bello, davvero importante.
In questo senso, anche l’assunzione di Claudio Ranieri come direttore tecnico – in attesa dell’arrivo della «terza figura» annunciata da Malagò – ha un significato ben preciso: più che un demolitore/ricostruttore, almeno secondo il presidente federale, alla Nazionale serviva un uomo in grado di consolidare i rapporti, una sorta di garante dotato di personalità, di autorevolezza, di credibilità, e in questo Ranieri è davvero perfetto. Poi certo, per qualcuno la mossa di Malagò è un evidente segnale di resa definitiva, una mossa che dimostra come il nostro movimento calcistico sia condannato a vivere un’eternità senza riforme profonde, a cercare sempre di reinventarsi senza mettersi davvero in discussione. Questa visione disfattista potrebbe anche essere vera, ma va anche detto che cinque anni fa, esattamente di questi tempi, la Nazionale italiana era sul trono d’Europa, giocava un calcio apprezzato in tutto il mondo, rimase imbattuta per 37 partite. Tutto questo nonostante non avesse stelle di prima grandezza, nonostante i problemi strutturali del nostro movimento e dei nostri club, nonostante il nostro approccio novecentesco al business sportivo. Ebbene, sulla panchina di quella Nazionale c’era Roberto Mancini: evidentemente Malagò vorrebbe proprio tornare a cinque anni fa, gli piacerebbe, gli basterebbe.