Soltanto pochi giorni fa, intorno all’arrivo di Paolo Maldini in Federcalcio, si era creato un grande entusiasmo. Era inevitabile, d’altronde c’erano tutti i motivi per credere che la sua nomina come direttore tecnico (e presidente) del Club Italia potesse essere una mossa perfetta: la sua carriera da dirigente, anche se breve, può essere considerata positiva; e poi si trattava e si tratta di una leggenda assoluta, di un mito, di un uomo coerente anche oltre i limiti dell’intransigenza, dal carattere difficile ma giusto, o almeno così veniva/viene raccontato. Maldini, per dirla in poche parole, era la persona più autorevole in assoluto per avviare una rivoluzione vera, profonda, della macchina federale italiana – e quindi dell’intero movimento calcistico.
Oggi che lo stesso Paolo Maldini si è dimesso – insieme al suo amico/advisor Leonardo de Araujo – dopo due settimane e qualche ora di lavoro, sorge spontanea una domanda: com’è possibile che sia andato tutto a scatafascio in così poco tempo? Risposta: la coerenza/intransigenza di Paolo Maldini, dirigente e uomo, non ha fatto match con il suo nuovo ruolo. Con l’ambiente in cui ha scelto di immergersi quando ha accettato l’offerta di Giovanni Malagò, neoeletto presidente della FIGC.
Ovviamente questa è la risposta-base, nel senso che la definizione «non ha fatto match» va articolata, ampliata, spiegata in più direzioni. La prima è essenzialmente politica, nel senso che bisogna guardare dentro la Federcalcio: Giovanni Malagò è stato eletto grazie all’appoggio di componenti che sono diverse e anche distanti, che rispondono a logiche e a interessi spesso non combacianti, che vanno messe in accordo tra loro e che di fatto si esprimono in un’istituzione pubblica, quindi inevitabilmente e strettamente legata alla politica – quella vera, non solo quella sportiva. Per dirla in poche parole: la Federcalcio non è un club, non può essere vissuta e “guidata” come verrebbe guidata una qualsiasi associazione/impresa privata, anche l’opinione pubblica ha un suo peso sulle mosse e sulle strategie di chi la governa. Va bene che non dovrebbe essere così, almeno in un mondo ideale, ma resta il fatto che neanche Paolo Maldini può cambiare questa situazione – e di certo non la può cambiare in pochi giorni di lavoro.
Anche in virtù di tutti questi presupposti, va aperto il secondo scenario: quello relativo al modo in cui Maldini ha lavorato e ha parlato nei suoi giorni come direttore tecnico e presidente del Club Italia. In sintesi: annunciare le trattative con Ancelotti e Guardiola per poi impuntarsi – letteralmente – sull’assunzione di Andrea Pirlo come ct è stata una mossa incomprensibile. Prima di tutto dal punto di vista comunicativo, poi da quello tecnico. Era ed è francamente surreale, soprattutto dopo aver raccontato pubblicamente le trattative aperte con due allenatori come Ancelotti e Guardiola, pensare che l’arrivo di Pirlo – protagonista di una carriera in panchina finora modesta, amico stretto dello stesso Maldini e anche legato in modo controverso a un’azienda russa – potesse essere accolto bene dall’universo del calcio italiano. E cioè dal pianeta federale e dall’opinione pubblica di cui abbiamo parlato qualche riga più su, dalla stampa che a sua volta surfa e soffia sulle critiche dell’opinione pubblica, dallo stesso Malagò.
Infine, ma non in ordine di importanza, bisogna parlare del temperamento di Paolo Maldini. Del suo modo di essere, quindi di lavorare. Del fatto che, una volta persa – anche perché se l’è giocata male – la partita sul tavolo di Guardiola, pare che abbia deciso di non fare/accettare alcun tipo di compromesso, di ostinarsi in modo inflessibile su Pirlo. Fino al punto di dimettersi una volta tramontata la sua candidatura. Certo, è possibile che tra lui e Malagò ci siano stati altri problemi, altre incomprensioni, ed è praticamente certo che il vastissimo tessuto politico della Federcalcio potesse faticare ad accettare – o forse anche soltanto a capire, a vedere – la rivoluzione pensata dall’ex capitano del Milan e dell’Italia, le sue ipotetiche riforme, una nuova struttura, una nuova governance tecnica.
Alla fine, però, resta il fatto che Maldini ha puntato tutto, ma proprio tutto, su se stesso, sul proprio appeal, su un progetto che portava la sua firma e quindi non poteva ammettere deroghe o deviazioni, che sarebbe stato autonomo rispetto a qualsiasi ingerenza esterna, che sarebbe dovuto partire con Ancelotti/Guardiola/Pirlo o con nessun altro. Chissà, forse un giorno scopriremo che aveva ragione lui. Per adesso, però, l’unica cosa che abbiamo scoperto è che Paolo Maldini non poteva e non può lavorare come dt della Nazionale. Perché la sua coerenza è e resta un valore, ci mancherebbe altro, ma ci sono ruoli e ambienti in cui è meglio non essere intransigenti. Soprattutto se, o quando, si commettono degli errori.