Spiccare il volo e raccogliere l’eredità di Tamberi: intervista a Matteo Sioli

Dall'emozione di battere il mito Barshim a Doha fino alla stretta amicizia con Gimbo: il ventenne azzurro racconta la sua ascesa nell'élite del salto in alto e si prepara a guidare la spedizione azzurra ai prossimi Europei. E nel mirino ci sono i Giochi Olimpici di Los Angeles.
di Francesco Gottardi 08 Agosto 2026 alle 02:39

Quel 1° agosto 2021 Matteo Sioli era «in montagna dalla zia, sulla Bergamasca, dove andiamo sempre». Gianmarco Tamberi sta lottando per l’oro olimpico. «All’inizio guardavo la gara dall’auto, poi per le battute finali sono corso a casa e ho visto Gimbo volare più in alto di tutti: mi ricordo quel giorno come fosse ieri». I sedici minuti simbolo di un’Olimpiade, l’abbraccio aureo con Marcell Jacobs come simbolo del Rinascimento azzurro di quell’estate. Prima però c’era stata un’altra stretta che ha fatto la storia: l’altista marchigiano e Mutaz Barshim, l’amico qatariota con cui – di buon accordo – si era deciso di condividere il primo posto. «Indimenticabile», sorride Sioli parlando con Undici. All’epoca era un adolescente. Oggi invece, lo scorso giugno, Matteo si è ritrovato proprio di fronte allo stesso Barshim nella Diamond League disputata a Doha. «Il ragazzino di cinque anni fa non avrebbe mai immaginato di arrivare a competere con campioni come lui. Per me già era un idolo, senza contare quel che ha fatto prima della gara». Cioè? «In call room ero un po’ teso, sentivo la pressione. Mutaz non lo conoscevo nemmeno: è venuto da me a presentarsi, mi ha messo a mio agio con la sua gentilezza e poi in pedana si è riconfermato un campione di fair play».

Sembra ripetersi la scena di Tokyo, Sioli nei panni di Tamberi. Il 20enne milanese arriva a saltare 2,29 metri: proprio come Barshim. Solo che stavolta il qatariota commette due errori in più dell’avversario, e da regolamento finisce secondo. Dietro a Sioli. «Un’emozione bellissima», racconta il vincitore. «Lì per lì non ho realizzato bene la situazione: mi ci è voluto qualche giorno per capire di essere davvero quassù, a giocarmela coi migliori al mondo. A fine gara ho voluto chiedere il pettorale a Mutaz, anche come segno di rispetto: parliamo di uno dei saltatori più forti della storia insieme a Gimbo. Non so ancora dove lo appenderò, ma quel cimelio va incorniciato da qualche parte. Sembra una piccola cosa, ma per me ha un’importanza incredibile. Anche più della medaglia». Un attestato di stima che va al di là di ogni podio. «E lo stesso Barshim, sempre con grande stile, è venuto da me a complimentarsi. Non soltanto per la mia prestazione, ma per tutto il percorso di crescita che sta compiendo la scuola del salto in alto italiano».

Ed è questa forse la parte più esaltante della storia. «Doha è stata l’ennesima prova che noi Azzurri possiamo dare tantissimo in questo sport», spiega Sioli. «Se non ci sono io c’è Gimbo, se non c’è Gimbo c’è Stefano – Sottile, quarto posto a Parigi, ndr – o tante altre persone che stanno andando sempre più forte. Continuiamo a portare a casa ottimi risultati, siamo sulla strada giusta: come dice Barshim, ci stiamo facendo conoscere agli occhi di tutto il mondo per il nostro livello sempre più competitivo». Nelle ultime settimane Sioli si è laureato campione italiano agli Assoluti, seguito da Edoardo Stronati e Sottile: insieme a Tamberi – se deciderà di partecipare tramite wild card, da campione mondiale in carica – saranno i magnifici quattro che rappresenteranno l’Italia agli Europei di Birmingham, dal 10 al 16 agosto. «Lavoriamo duro, ce la mettiamo tutta, siamo un bel team che si diverte».

E adesso che Sioli sembra più in forma di Gimbo? «Una volta lo conoscevo soltanto come atleta, allenandoci insieme ho imparato a conoscere anche la persona che c’è dietro e posso dirvi che è veramente alla mano. Così è facile stringere un bel legame di amicizia. Molto spesso in gara si invertono le situazioni: quando tocca a lui io faccio il tifo, quando tocca a me succede l’inverso. Ogni volta che ci parlo è un onore ricevere consigli da un fuoriclasse della sua esperienza. E sentirsi sotto la sua ala. L’aspetto di Tamberi che mi colpisce di più? L’umanità e la sportività. È uno che davanti al risultato mette tutto: lo fa con l’anima, si gioca qualunque cosa pur di arrivarci. Non se ne vedono tanti di atleti così. Il suo più grande punto di forza però è qualcosa che nei contesti agonistici viene spesso trascurato: mantenersi un ragazzo normale, spontaneo, senza dare alcun sentore del fenomeno che ha vinto tutto. Lui è il primo che cerca di avvicinarci al suo mondo con la semplice passione».

Sioli e Tamberi condividono pure quella per il basket. «Ma Gimbo mi schiaccia in testa», scherza Matteo. «Il mio è stato un passaggio da piccolo, quando si provano un po’ tutti gli sport. Per Tamberi invece la pallacanestro è un’esperienza di vita vera e propria: siamo su due livelli diversi. Semmai seguo più il calcio. Sono un grande tifoso dell’Inter e dopo questi ultimi anni di successi mi sento molto preso dai nerazzurri». Anche nel cuore di San Siro. «Ci vado sin da quand’ero bambino. È sempre bello trovarsi allo stadio, immersi nel tifo: soprattutto dopo che cominci a capire come ci si sente a essere là in mezzo al campo, con il pubblico tutt’attorno – mi piace molto immedesimarmi nelle emozioni dei calciatori, fantasticare mentre li guardo giocare a pochi metri da me». Campioni preferiti? «Personalmente non li conosco. Però stimo molto Barella e Dimarco: mi colpiscono ogni volta». È la passione per l’attività fisica in generale ad aver portato Sioli dove si trova oggi. “Mi ritengo una persona tranquilla. Passo le giornate a studiare, a giocare online con gli amici. O a fare sport anche al di fuori degli allenamenti: in passato praticavo molto più spesso anche quelli di squadra. Ma diciamo che per motivi conservativi ho dovuto darmi una calmata”.

Altrimenti quelli del Coni chi li sente. «Il fatto è che mi piace dare il meglio di me in ogni contesto. È sempre stato così», riflette l’azzurro. «Ho iniziato a fare atletica leggera da ragazzino: a quell’età si provano un po’ tutte le specialità, senza badare al resto. Il salto in alto è venuto fuori perché è dove andavo più forte e vincevo». Tutto molto semplice. «Soprattutto quando si deve ancora crescere, vincere fa stare bene e invoglia ad andare avanti: alla mia prima gara di sempre, qua vicino a casa, saltai 1,40 metri registrando il record sociale della compagnia. Risultati come questo – anche su spinta altrui – mi hanno portato fino ai primi campionati italiani e alle prime vittorie». Continuando a saltare sempre più in alto. Da solo e in gruppo. «In questi anni il nostro movimento è cresciuto parecchio. Abbiamo sempre avuto la fortuna di essere supportati dalla Federazione italiana: raduni, test, materiali di lavoro, aspetti medici e riabilitativi. E più sono arrivate le vittorie, più questo appoggio è aumentato ulteriormente. Gli exploit nelle prestazioni incentivano gli investimenti federali: come si suol dire, vincere aiuta a vincere».

E nel mirino allora non può che esserci Los Angeles 2028: per Sioli, sarebbe la prima Olimpiade. «Non è così lontana, come tempistiche. Sembra già di toccarla con mano. Una gara alla volta. «Inutile girarci attorno: noi altisti lavoriamo a quadrienni, puntando sempre ai Giochi. È questo il nostro scopo. Un atleta è fortunato se riesce a disputarne quattro o cinque: è sempre complicato ragionare a blocchi di quattro anni, allenandosi per bene senza bruciare le tappe. Stiamo facendo il massimo per essere lì, spronandoci a vicenda di sessione in sessione. Ci sentiamo molto squadra, come team Italia. Poi quel che sarà nel 2028, lo vedremo nel 2028». Anche perché Matteo aveva mancato per poco il treno per Parigi, quand’era ancora 18enne. «È sempre lecito sognare di partecipare: ci avevo provato anche allora, quell’anno ero focalizzato sui Mondiali Under 20 ma il richiamo olimpico è senza pari. Invoglia a dare tutto. E l’anno che precede i Giochi è sempre il più importante: vanno tirati fuori i risultati, gli attributi e le qualità di questa lunga cavalcata. Dunque testa al prossimo».

Come si gestisce lo stress, verso appuntamenti così importanti? «Nessuna ricetta. Mi comporto normalmente come ho sempre fatto, come quel ragazzino che guardava come un matto le Olimpiadi di Tokyo. Quindi cerco innanzitutto di divertirmi, senza farmi prendere dall’ansia o dai pregiudizi. I risultati sono sempre figli della serenità». E ricordando quell’oro per due in mondovisione, viene proprio da pensare che Tamberi e Barshim abbiano tracciato la rotta. «Assolutamente. Sto ancora facendo il tifo». Anche loro per lui, stavolta.

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