Dopo mesi di dubbi e di incertezze, Nicolò Martinenghi è tornato a fare ciò che lo rende unico: azzannare le gare e vincerle

L'oro olimpico in carica ha vinto i 100 metri rana agli Europei di Parigi: un successo clamoroso, visto che per qualche mese un infortunio alla spalla l'ha tenuto fuori, portandolo a considerare anche l'idea del ritiro.
di Redazione Undici 12 Agosto 2026 alle 06:55

Per diversi mesi, Nicolò Martinenghi non ha avuto nemmeno la certezza di poter essere a Parigi per gli Europei di nuoto. Non era scontato che avrebbe recuperato dall’infortunio alla spalla, non era scontato che sarebbe riuscito a tornare in acqua in tempo, non era scontato che avrebbe conquistato la convocazione. Pare che a un certo punto, nella sua testa, sia comparsa persino l’idea di smettere. Poi è arrivato il momento in cui il dolore ha lasciato spazio alle sensazioni, l’incertezza alla fiducia e la paura alla voglia di gareggiare e galleggiare. Martinenghi ha sorriso, come aveva fatto per tutto il percorso. E quando ha capito di poter stare davvero bene, di stare davvero bene, ha ricominciato a credere di poter vincere ancora agli Europei.

Ha condotto la finale dei suoi 100 rana condotta con la testa di chi conosce perfettamente questo tipo di gare, e l’ha chiusa con un tempo che racconta molto più di una medaglia d’oro: 58″58. Una prestazione che gli ha restituito il Martinenghi che sembrava perduto, il campione capace di stare davanti quando conta davvero, di leggere una gara senza lasciarsi travolgere dalla frenesia, di aspettare il momento giusto prima di affondare la bracciata decisiva. Quel 58″58 è soprattutto un segnale. È la sua miglior prestazione degli ultimi quattro anni, un crono che lo ha riportato ai livelli dei giorni migliori e che ha assunto un valore particolare proprio perché arrivato dopo mesi complicati. Il confronto con Parigi 2024 rende ancora più significativo il risultato: nella piscina olimpica francese, due anni fa, Martinenghi aveva conquistato l’oro olimpico, costruendo una delle imprese più belle della sua carriera. Oggi, nello stesso Paese, è tornato a nuotare a quel livello. Non più il ragazzo che doveva dimostrare di poter essere ancora competitivo, ma il veterano che sa esattamente come si vince una finale.

E che finale. Perché dietro Martinenghi non c’era il vuoto. C’era un’Italia capace di piazzare anche Simone Cerasuolo sul podio, splendido bronzo in 58″90, appena due centesimi alle spalle del compagno di Nazionale. Una distanza quasi invisibile, sufficiente però a raccontare quanto sia stato alto il livello della gara, considerando che il russo Kozakin, secondo, ha chiuso in 58″68′. Non è stata una vittoria costruita sulla superiorità assoluta, ma combattuta fino all’ultima bracciata e conquistata sull’esperienza. Una gara dove bisogna saper gestire la tensione, distribuire le energie, non farsi ingannare dal cronometro degli altri, avere la freddezza necessaria per aspettare il momento in cui la gara si decide, esattamente quello che ha fatto a Parigi.

Ha nuotato da veterano, da campione che non ha bisogno di essere davanti dall’inizio alla fine per sapere di poter arrivare davanti al momento decisivo. Ha mantenuto il controllo, ha resistito quando la gara si è accesa e poi ha tirato fuori quella parte di sé che per anni ha fatto la differenza nelle finali internazionali, l’agonista. La spalla aveva messo tutto in discussione. L’infortunio lo aveva costretto a fermarsi per mesi e gli aveva tolto quella continuità che per un atleta di alto livello è quasi una certezza quotidiana. Allenamenti, gare, programmi: improvvisamente tutto era diventato un punto interrogativo. Anche la convocazione per gli Europei era diventata qualcosa da conquistare. Martinenghi ha dovuto aspettare, recuperare, tornare gradualmente e poi dimostrare al Sette Colli di Roma di poter essere ancora quello di prima. Solo allora è arrivata la certezza di Parigi.

Con questa medaglia, Martinenghi ha portato a 14 le sue presenze consecutive sul podio tra Europei, Mondiali e Olimpiadi. In quattordici occasioni diverse è riuscito a trovare il modo di essere ancora lì, davanti a tutti o immediatamente dietro. Una continuità che va oltre il talento e che appartiene alla categoria dei grandi campioni. Perché vincere una volta può essere un’impresa. Restare ad altissimo livello per anni è un’altra cosa. «La difficoltà è mantenere questi standard per 14 anni», ha infatti raccontato a Sky Sport. Una frase che contiene tutta la fatica nascosta dietro la medaglia. Quai tre lustri anni a chiedere al proprio corpo di essere sempre pronto, alla propria testa di essere sempre lucida, al proprio carattere di essere sempre affamato.

E proprio per questo, dopo una gara del genere, Martinenghi ha potuto raccontare anche il pensiero più difficile. Quello di aver valutato di smettere. I problemi alla spalla lo avevano portato a chiedersi se ne valesse ancora la pena, se fosse arrivato il momento di fermarsi. Poi, però, è successo qualcosa che nello sport accade raramente e che rende speciali certe vittorie: la risposta è arrivata dall’acqua. «Ci ho messo la testa, il cuore e le palle», ha detto. Tutto quello che serviva. Non soltanto la tecnica, non soltanto la condizione fisica. Serviva quella parte irrazionale che appartiene ai grandi agonisti, quella che permette di presentarsi ai blocchi quando per mesi hai avuto paura di non poterlo più fare e, una volta lì, di comportarti come se quel posto fosse ancora casa tua. E allora la frase con cui ha chiuso il suo racconto diventa quasi la fotografia più bella di questa medaglia: «Oggi ho capito che voglio farlo ancora per tanto tempo». La spalla gli aveva fatto paura, il dubbio lo aveva sfiorato, il ritiro era diventato per un momento un’ipotesi. Ma poi Nicolò Martinenghi è tornato a fare quello che sa fare meglio: stare dentro una finale, soffrire, aspettare, azzannarla. E vincerla.

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