Il 19 settembre 2025 Andrea Dallavalle si presenta nella mixed zone dello stadio nazionale di Tokyo. Sono passati pochi minuti da quando è diventato l’unico italiano ad aver vinto una medaglia (d’argento) nel salto triplo ai Mondiali di atletica, quindi ci si aspetta che parli soprattutto di questo. Invece lui racconta come l’aver saputo lavorare duro sia stato il modo migliore per uscire da quel tunnel di sfortuna e infortuni nel quale era entrato dopo un altro argento, conquistato tre anni prima agli Europei di Monaco. E quando, come oggi, l’avvicinamento a un’altra grande manifestazione – gli Europei di Birmingham – si rivela molto meno turbolento rispetto al recente passato, questo suo approccio non cambia: «Una cosa che per me è bellissima dello sport è che ti porta a imparare tanto, sia nelle vittorie che nelle sconfitte. E che anche quando pensi di essere arrivato al top succede qualcosa che ti fa capire che c’è ancora tanta strada da fare» ci racconta al telefono in una caldissima mattinata di fine giugno. «Noi come atleti siamo quasi costretti ad avere un certo tipo di etica del lavoro. Dal mio punto di vista, anche se nella mia carriera non sono stato particolarmente fortunato per via degli infortuni e per qualche gara che non è andata come doveva, ad avermi aiutato è stata la consapevolezza che nonostante tutto questa fosse la mia strada. Non sono mai stato un fan del lavorare tanto rispetto al lavorare bene ma sì, posso dire che nei momenti difficili se ti metti sotto ce la fai».
La sua strada, appunto. Andrea l’ha iniziata a percorrere molto presto, fin da quando era un bambino proveniente da una famiglia di grandi atleti. Prima per gioco, poi assecondando quell’istinto ancestrale per la competizione che cresceva con il passare degli anni e delle gare: «Quando gareggiavo da ragazzino mi ricordo che arrivavo al campo pensando “oggi dimostro chi sono e quanto valgo”. E spesso andava bene proprio per questo tipo di approccio che avevo, cattivo nei confronti della gara e degli avversari, senza farmi troppi pensieri. Ecco, se devo pensare a qualcosa che ho ritrovato nell’ultimo periodo, dopo aver creduto di averlo perso, è proprio questo tipo di spensieratezza che mi permette di dare il meglio».
Se, poi, c’è da indicare un luogo e una data in cui tutto cambia per davvero, Dallavalle non ha dubbi: Grosseto, 21 luglio 2017, Europei Under-20. Andrea ha 17 anni e con un salto di 16,87 metri è secondo alle spalle del francese Martin Lamou, una misura che gli permetterebbe di gareggiare anche ai Mondiali “dei grandi” che si sarebbero disputati a Londra da lì a due settimane: «In quel momento mi sono sentito catapultato in una realtà più grande di me perché avevo fatto qualcosa che era molto di più di quanto mi aspettassi. Lì ho capito che dovevo diventare un atleta più serio, un atleta che cioè ha un occhio di riguardo verso quella vita che mi stava regalando tantissime soddisfazioni».
Da allora le sue giornate sono state consacrate alla cura di un talento peculiare quasi quanto la disciplina in cui si manifesta: «In effetti il salto triplo è una specialità abbastanza strana e ogni volta mi rendo conto che provare a spiegarla alle persone non è così semplice» ci confida. «Io stesso quando ho iniziato non sembravo portatissimo, soprattutto perché avevo bisogno di migliorare dal punto di vista fisico. Quando poi sono cresciuto anche sotto quell’aspetto mi sono reso conto di avere qualcosa in più nel salto triplo rispetto al salto in alto e al salto in lungo. È stato tutto molto naturale, che poi è anche il segreto delle medaglie – scorrendo Wikipedia: un bronzo, due argenti e un oro tra il 2016 e il 2021 – che ho ottenuto a livello giovanile: non ho mai dovuto forzare nulla per arrivare a certi risultati, si vedeva che il mio stile di salto era il giusto mix di talento e naturalezza. Poi sono arrivate le parole di stima di Fabrizio Donato: ecco quando un bronzo olimpico dice certe cose di te, capisci che i risultati e le medaglie contano sì, ma fino a un certo punto».
Anche se poi quando si comincia a vincere diventa difficile smettere. In questo senso l’argento di Tokyo, preceduto dal bronzo agli Europei indoor di Apeldoorn, ha cambiato radicalmente le percezioni e le aspettative intorno a un ragazzo che però è perfettamente consapevole di chi è e di cosa ci si aspetta da lui in un momento storico in cui l’atletica italiana ha trovato una dimensione competitiva di altissimo livello: «La medaglia di Tokyo non ha stravolto il mio approccio, anzi mi ha spinto a lavorare per cercare di migliorare ancora. Quando vinci succede questo, una medaglia non ti basta più e cerchi di conquistarne altre. Una differenza che ho notato, questo sì, riguarda lo standard che sono chiamato a mantenere ogni volta che gareggio, non per gli altri ma per me stesso. Non ho mai vissuto male le pressioni che arrivano dall’esterno, sono ciò che mi portano a dare sempre qualcosa in più per dimostrare ciò di cui sono capace».
E, come lui, anche gli altri protagonisti di quest’epoca dorata in cui «forse stiamo abituando il pubblico anche troppo bene» ci dice sorridendo Dallavalle: «Far parte di tutto questo per me è un privilegio. Sono entrato nella Nazionale assoluta nel 2019 e la cosa che ho notato fin da subito è che tutto il gruppo si era ringiovanito: ho ritrovato i ragazzi che erano con me nelle varie nazionali giovanili, qualcosa che si spera sempre accada ma che non è assolutamente scontata. Invece pian piano sono arrivati tutti, con un primo significativo scossone che è stato dato da Filippo Tortu: è come se ci fossimo spronati a vicenda, da qui il cambio di mentalità è stato spontaneo». E come si mantiene, adesso, questo status di eccellenza che è individuale ma anche collettivo? «Non ho la presunzione di sapere e di dire cosa bisogna fare» spiega Andrea, «ma sono convinto che sia necessario fare in modo che il ricambio e il movimento non si fermino mai: e questo è un qualcosa che non si improvvisa ma che si costruisce lavorando bene nel tempo». Esattamente come lui, che ha fatto del lavorare smarter than harder la cifra stilistica ed emotiva di un talento che, adesso sì, conosciamo tutti.