A Dallas e dintorni, se gli appassionati di sport cercano la gioia di un trofeo è meglio volgere lo sguardo al baseball oppure al basket – e anche in casa Mavericks i tempi son duri, archiviata l’era Nowitzki e stroncata sul più bello quella di Doncic. In quanto al football americano, invece, conviene decisamente lasciar perdere. Perché i Cowboys sono tre decenni a digiuno di vittorie nel Super Bowl. E vantano la striscia aperta più negativa della lega, in quanto a stagioni consecutive senza nemmeno una partita di conference championship – quando cioè il gioco si fa duro e la posta in palio inizia a scottare. Insomma, una Cenerentola della palla ovale. E al contempo una miniera d’oro. Perché in barba ai verdetti del campo, in questa stessa franchigia si racchiude il valore economico più alto di tutto il panorama mondiale.
Per intenderci: i conosciutissimi Los Angeles Lakers, in NBA, sono stati appena venduti alla cifra record di 12,5 miliardi di dollari. Ebbene. Non basterebbero per assicurarsi la proprietà dei Cowboys, quotata almeno 15,5. Un’anomalia assoluta, che continua a denotare eccezionali tassi di crescita (+22% soltanto nell’ultimo anno) e a dominare le classifiche di categoria – perché quando la palla è ferma Dallas è imbattibile, ormai da tempo. E pensare che Jerry Jones, magnate americano del petrolio, l’aveva acquistata per appena 150 milioni di dollari nel lontano 1989: oggi quel valore è centuplicato – mentre per Standard & Poor 500, l’indice azionario delle aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, nello stesso periodo è salito ‘soltanto’ di 27 volte.
Merito dello stesso Jones, e di alcune politiche societarie decisamente arrembanti. Negli anni Novanta infatti i Cowboys cambiarono completamente il concetto di licenze, merchandising, infrastrutture, hospitality e sponsorizzazioni attorno alla NFL. Grazie alle intuizioni commerciali del dirigente, lo stadio di Dallas iniziò a siglare accordi milionari con American Express, Nike e Pepsi. Presto il modello Cowboys ha iniziato a venire emulato da tutte le altre franchigie. E la Lega del football ha moltiplicato a dismisura il suo giro d’affari fino a diventare la potenza globale che conosciamo oggi: una macchina da quasi 15 miliardi di ricavi all’anno.
Il paradosso è che nonostante le deludenti performance in campionato, Dallas continua a essere una delle realtà più amate dai tifosi americani – qualcosa di concettualmente difficile da concepire per i canoni europei, ma è anche vero che l’assenza di promozioni e retrocessioni rende la mediocrità molto più tollerabile. A proposito di vecchio continente: soltanto il Real Madrid, in tutto il mondo, genera più introiti annui dei Cowboys – 1,3 miliardi di dollari. Per riuscirci però ha dovuto imporsi come club più vincente nella storia del calcio. Storie di business diametralmente opposte, diciamo così: a quanto pare anche le vie per la ricchezza sono infinite. A Dallas non c’è nemmeno bisogno di preoccuparsi per il risultato della squadra.