Ci sono maglie che si indossano e maglie che sono una seconda pelle. Per Manuel Locatelli, quella della Juventus appartiene alla seconda categoria. Tifoso dei bianconeri sin da bambino, capitano da inizio 2025, ovvero dall’addio di Danilo, con quella fascia al braccio Locatelli porta con sé una responsabilità che trasforma il privilegio in missione. Una missione che continua ad ampliare il suo orizzonte temporale: fino al 2030, scadenza del suo contratto rinnovato. «Tutti sapete cosa rappresenta la Juve per me. Questo rinnovo è un sogno che realizzo, è una responsabilità grandissima. Sono arrivato ad essere il capitano della maglia che amo e so cosa significa esserlo: devo essere un esempio tutti i giorni». È proprio in questa quotidianità che si nasconde il segreto della sua crescita. «Cerco di non fermarmi a pensare cosa ho fatto. Se ti fermi a pensare non migliori, non cresci. Il mio obiettivo è dare tutti i giorni il meglio di me perché solo così si può andare avanti».
Sei stato sempre tifoso della Juve, sin da bambino.
Tutta la mia famiglia tifava Juve, le prime maglie che abbiamo avuto erano della Juve. Sia io che mio fratello avevamo quella di Del Piero. Poi mi ero fissato tantissimo con Nedved: pensa che quando ero piccolino chiedevo a mia mamma se avessi le gambe come lui, un po’ storte. E mia mamma mi diceva “Sì, sì, come lui”, anche se non era vero. Ma questo ti fa capire cos’era la Juve per me e per la mia famiglia. Per questo oggi è una gioia condivisa e anche una responsabilità in più, perché so che quando vado in campo lo faccio anche per loro.
Per la Juve hai anche detto no all’Arsenal.
È stata totalmente una scelta di cuore. L’Arsenal è una squadra incredibile, con una grande storia, in un campionato importantissimo. Ma io volevo solamente la Juve, e la volevo già da un anno quando ci ero andato molto vicino. Non volevo ascoltare nessun’altra offerta, i miei agenti impazzivano: mi proponevano altre squadre, e io dicevo “solo la Juve”.
Qual è stata la partita che consideri il tuo colpo di fulmine?
La vittoria a San Siro contro il Milan (2005, nda), con il gol di Trezeguet su assist in rovesciata di Del Piero.
A proposito di Del Piero, il tuo idolo da bambino: prima che diventassi un regista, nelle giovanili eri un fantasista.
È vero, giocavo sempre con il numero 10 sulle spalle, ma credo che tanti “vecchi” trequartisti siano diventati poi registi, perché il calcio è cambiato. Anche il mio modo di giocare è cambiato molto, prima mi “sporcavo” sicuramente meno e oggi ho capito che è fondamentale fare tutto, non solo impostare: serve aprire gli spazi, essere intelligente, dare una mano dal punto di vista tattico, essere presente con la personalità, con le parole. Il mio è un ruolo in cui bisogna essere completo in tutto: avere le geometrie è molto importante, però è importante tutto il resto, in primis dare equilibrio alla squadra.
Quando questo pensiero si è innestato in maniera radicata nel tuo percorso?
Credo che dal punto di vista tattico sono cresciuto tantissimo a Sassuolo, dove ho imparato a fare bene le due fasi. Poi alla Juve da questo punto di vista Allegri mi ha dato tantissimo. È un ruolo molto molto complesso ma al tempo stesso bellissimo, perché hai tante responsabilità.
La parola “responsabilità” è molto presente nel tuo vocabolario. E chiaramente si sposa benissimo non solo con il tuo ruolo tattico, ma anche con il tuo ruolo di capitano della Juventus. Come interpreti questa tua responsabilità?
Io sono stato fortunato perché ho avuto dei grandi capitani prima di me nella Juve che mi hanno insegnato tanto. Da Giorgio Chiellini, da Leonardo Bonucci, da Danilo, da ognuno di loro ho preso qualcosa, ho cercato di imparare, di osservare. Credo che osservare sia qualcosa di importante e che ancora oggi consiglio tante volte ai ragazzi. Tante volte ci si aspetta che un capitano parli, invece credo che è meglio osservare i più grandi, chi è da più tempo in squadra. Ma mi affido tanto anche allo staff: per esempio parlo tanto con i fisioterapisti, che sono lì da una vita. La Juve è tutto questo, un insieme, non siamo solo noi giocatori. Credo che la vera differenza la faccia la continuità delle cose, di chi sta lì da tanto tempo: se uno rimane alla Juve per molto, vuol dire che se lo merita. E quindi è da qui che passa il mio compito di far capire agli altri la juventinità.

Dalle tue parole emerge un ideale passaggio di testimone. Cosa hai preso in particolare dai vecchi capitani bianconeri?
La disciplina del lavoro e la gestione dei momenti difficili. In quelli devi sempre cercare di essere quello che gli altri guardano. Nei momenti complicati i miei compagni devono sapere che io ci sono, questa cosa non deve mai mancare. Perché è in queste situazioni che si vede la personalità. Nel quotidiano devi essere maniacale, devi essere attento ad ogni cosa, devi curare il tuo corpo: gli altri devono vederlo e cercare di impararlo.
Nei momenti complessi sei uno più da incazzatura o da pacca sulle spalle?
Dipende, delle volte perdo la pazienza anch’io e sbraito, ma anche in quei casi devi essere molto attento perché ci sono tanti caratteri diversi, quindi devi sapere anche come dire le cose ai compagni. Ci sono tanti ragazzi giovani, perciò se dici le cose in un modo troppo forte ottieni l’effetto contrario e per questo bisogna cercare anche di essere equilibrati.
Qualcuno di loro è mai arrivato da te dicendoti: avevi ragione su questo.
Sì, è successo e mi ha fatto molto piacere. Quando una persona ti cerca e ti ringrazia è la cosa più bella. A volte è una semplice questione di atteggiamento, di come ci si allena. Spesso si cercano degli alibi. Io dico: tu devi pensare a te stesso.
Da qualche mese sulla panchina della Juve c’è Spalletti. Due anni fa non ti aveva incluso tra i convocati per l’Europeo. Ma sembra che il vostro rapporto in bianconero sia decollato sin da subito.
Appena è arrivato mi ha parlato, mi ha detto che aveva fiducia in me e che probabilmente in passato aveva sbagliato qualche scelta, cosa che ha detto anche pubblicamente. È stato fondamentale avvertire da subito questa fiducia da parte sua, mi sono messo subito a disposizione perché è la cosa giusta da fare con un allenatore. Lui è un mister forte, credibile, ha una mentalità vincente, un ingrediente indispensabile alla Juve.
A proposito di Nazionale, cominciamo dal ricordo più bello: gli Europei del 2021.
Più passa il tempo, più riconosco grande valore a quello che è stato. Credo sia uno dei trofei più importanti che si possano vincere in carriera. Vincere con la Nazionale è qualcosa di unico. Non dimenticherò mai quando abbiamo sfilato sul pullman a Roma, con la gente che ci trattava da eroi. Sono cose che rimangono. Quando ne parlo, ho i brividi.
Cosa c’è stato dietro quel successo?
Eravamo un gruppo incredibile, stavamo bene insieme. Sicuramente non eravamo i più forti dal punto di vista tecnico, ma dal punto di vista mentale sì. È stato più di un sogno realizzato. Per me era inimmaginabile, andando indietro negli anni, vincere qualcosa con la Nazionale.
Una fotografia agrodolce di quel torneo: il rigore sbagliato nelle semifinali degli Europei con la Spagna e l’abbraccio con Chiellini.
Le emozioni e le vibrazioni che abbiamo provato io e Giorgio possiamo sentirle solo io e lui. Dopo aver sbagliato quel rigore, mi son detto: adesso tutti mi odiano, non posso neanche più tornare in Italia. Ero abbracciato a Giorgio e gli dicevo: ma vinciamo? Ma vinciamo? E lui: “Sì, vinciamo”. Più diceva “vinciamo”, più mi stringeva. Mi stava spaccando il collo! Per fortuna dopo di me ha tirato Olmo che ha calciato alto: ok, non sono l’unico, ho pensato…
Cinque anni più tardi, però, siamo di fronte a un secondo Mondiale mancato.
So che abbiamo deluso milioni di italiani, milioni di bambini. L’unica cosa da fare è lavorare, rimboccarsi le maniche e dare tutto quello che si ha. Non so qual è la soluzione giusta, il mio compito è quello di essere disponibile ogni volta che vengo chiamato in causa. Per me è una maglia prestigiosa, indossarla è un sogno e ogni volta che lo faccio do tutto me stesso. Penso comunque che la cosa più importante sia che gli italiani debbano giocare. Mi auguro che ci sia sempre possibilità per chi merita, e che possano emergere tanti italiani giovani forti.
Nel tuo caso l’arrivo tra i big è stato immediato, ad appena diciott’anni. Ma non è stato un percorso semplice e lineare.
Ringrazierò sempre il Milan: ho fatto tutta la trafila, è stata casa mia, e ringrazierò sempre Montella per avermi dato fiducia. Quello che mi è pesato è che non avevo gli strumenti per gestire tutto, ero ancora troppo giovane e immaturo. Su di me c’erano delle aspettative enormi e dentro di me sembravano ancora più grandi, soprattutto dopo quel gol alla Juve. Questa è una cosa che mi ha frenato e non ero neppure in grado di mettermi in discussione. Quindi molte volte davo la colpa agli altri e cercavo degli alibi. Sicuramente ho sbagliato tanto in quel periodo, ma credo anche di non essere stato aiutato. Perciò per me è stato fondamentale andare a Sassuolo, dove mi sono trasformato, sia dal punto di vista calcistico che da quello umano. De Zerbi mi ha dato tanto umanamente, mi ha fatto conoscere ancora meglio il calcio e per questo lo ringrazierò sempre. Ancora oggi sono spesso in contatto con lui.
Dalle tue parole emerge come il lavoro mentale sia fondamentale per un atleta ai massimi livelli.
Io penso che tutte le persone che sono ad altissimo livello, che competono per il massimo, delle volte devono guardarsi dentro. Io ero una persona che pensava di risolvere tutto da solo, ma non è così. Delle volte devi fermarti perché devi avere un punto di vista esterno che chiaramente ti può dare un professionista. Credo che molte volte noi atleti, per la nostra personalità, cerchiamo di non parlare dei nostri problemi perché poi diventano reali. E questa cosa a volte può frenare. Invece io sono proprio convinto che parlare sia il primo passo per trovare delle soluzioni. Perciò se uno si sente in difficoltà è opportuno che si rivolga alla persona giusta quando è pronto mentalmente per farlo. Quando avverti quella necessità, è giusto che si parli con intelligenza, con calma, con tranquillità, per cercare di risolvere qualsiasi tipo di problema.
In te quando è scattata questa necessità?
Durante il mio terzo anno alla Juve, che è stato anche l’anno in cui non sono andato all’Europeo. Soffrivo tanto, le cose non andavano bene, anche per demeriti miei. A un certo punto non riuscivo più a essere me stesso e allora ho capito che da solo non ce l’avrei fatta. Ho cominciato a parlare con un professionista, mi ha dato una grossa mano. Anche se poi il lavoro vero bisogna farlo dentro di noi perché siamo sempre noi ad avere il potere di cambiare.
Quali sono le cose principali che hai tirato fuori da questo percorso?
Durante il mio terzo anno alla Juve, che è stato anche l’anno in cui non sono andato all’Europeo. Soffrivo tanto, le cose non andavano bene, anche per demeriti miei. A un certo punto non riuscivo più a essere me stesso e allora ho capito che da solo non ce l’avrei fatta. Ho cominciato a parlare con un professionista, mi ha dato una grossa mano. Anche se poi il lavoro vero bisogna farlo dentro di noi perché siamo sempre noi ad avere il potere di cambiare.

Le critiche e l’odio sui social sono cose che hai sofferto tanto in passato?
Sì, ho sofferto quello, ho sofferto quando la gente mi fischiava lo stadio, sono tutti passaggi che ho dovuto fare. Ma penso anche che per stare a questo livello bisogna accettarlo. A certi livelli, con questa notorietà, la gente non vede l’ora che tu cadi. Ma se riesci a sopportare tutto questo, puoi stare a questo livello. Altrimenti, no. Perché non puoi certo dire alla gente di non parlare. In tutti i lavori, nella vita, ci sono diversi livelli di personalità. E se riesci a sostenere questa cosa, a sopportare qualsiasi tipo di pressione, allora puoi rimanere al livello più alto.
Una cosa che mi colpisce molto di te è che nel modo di raccontare il tuo quotidiano da calciatore emerge molto il lato umano. Tu difendi il fatto che i calciatori possano sbagliare, che non siete eroi, non siete perfetti. E questa umanità si vede anche nelle lacrime, in quel tuo gol da giovanissimo alla Juve, nel rigore sbagliato agli Europei, anche nell’ultima eliminazione della Juve in Champions.
Sicuramente noi calciatori non siamo degli eroi. Siamo dei privilegiati che fanno un lavoro bellissimo, certo. Ma in fondo siamo persone normalissime. Dal punto di vista delle emozioni io sono fatto così. È una cosa più forte di me, e per me è bellissima. Io vivo tanto di emozioni, di passione, e quando sei così a volte finisci per piangere. Se fallisco, ho bisogno di sfogarmi. È uno step determinante per ripartire, perché alla fine conta sempre come si reagisce di fronte ai fallimenti e alle difficoltà. A volte vorrei non piangere, ma questa ormai è una cosa che fa parte di me e io credo sia importante continuare a vivere con questo tipo di emozione e di passione.
Del resto la sconfitta fa parte del gioco.
Certo, anche della vita. E bisogna chiamare le cose per come sono. Per esempio, come Nazionale abbiamo fallito. Ma dal fallimento bisogna reagire e trovare la forza di continuare a lavorare. E non ti puoi nemmeno nascondere: se lo fai, vuol dire non avere la giusta personalità.
Quanto conta nel “ricaricarti”, nel guardare avanti, il supporto della famiglia?
È fondamentale. Per me è stato molto importante sposarmi giovane e costruire una famiglia sin da subito. Avere un luogo sicuro, un rifugio, è indispensabile, soprattutto quando le pressioni aumentano. Le uniche persone al mondo che riescono a non farmi pensare al calcio sono i miei bambini. È in quei momenti che non penso a cosa succede la domenica successiva ma ai loro camioncini, alle storie che gli leggo, e così via. Staccare del tutto e godermi i miei figli è una parte fondamentale della mia vita.
Oltre il calcio, una tua grande passione è la moda. In particolare, il mondo della sartoria.
Mi è sempre piaciuto. Mio papà lavora in banca, vederlo uscire di casa vestito bene è sempre stata una cosa che mi ha appassionato. Poi, crescendo, è una passione che ho fatto mia – e sicuramente ho esagerato con gli abiti, ne ho troppi. È una passione che ho condiviso con varie persone, per esempio Perin e il mio agente, che mi hanno aiutato nel vestirmi meglio. Oggi mi ritengo esperto, ho visitato tante sartorie in giro per l’Italia e chissà, magari un giorno aprirò una sartoria tutta mia.
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Vincere un trofeo con la Juve. E alzarlo io.