I Mondiali sono spesso la cartina tornasole dello stato dell’arte nelle rispettive Nazionali. Nel 2002, il torneo in Corea e Giappone premiò soprattutto i primi: oltre a quel controverso quarto posto – per usare un eufemismo -, arrivò un dividendo generazionale che avrebbe portato molte soddisfazioni negli anni a venire. Con un’eco calcistica mai sperimentata prima, fino alla Premier League. Quando Park Ji-Sung firmò con il Manchester United nel 2005, a Seul e dintorni scoppiò una mania – e un fil rouge con il campionato inglese, in termini di giocatori – che sarebbe durato per due decenni trovando sempre nuovi protagonisti: Son Heung-Min su tutti. Quell’eredità è finita oggi, perché per la prima volta da allora la Corea del Sud rischia di ritrovarsi senza più alcun calciatore militante nella prossima Premier. E quello spazio se lo sta prendendo a grandi passi proprio il Giappone.
Dicevamo dei Mondiali: i nipponici sono ormai una squadra assai competitiva. Di gran lunga l’asiatica più forte. Prima dell’edizione americana erano reduci da due onorevoli eliminazioni agli ottavi di finale. Stavolta, carta alla mano, c’è stato un peggioramento – fuori ai sedicesimi – ma è un risultato che inganna. Perché comunque il Giappone ha inchiodato sul pari l’Olanda, ha centrato la vittoria più ampia della sua storia in un Mondiale – contro la Tunisia – ed è stato beffato al 90′ soltanto dal Brasile dopo aver a lungo spaventato i verdeoro – certo, non nella loro miglior versione di sempre, ma sempre del Brasile stiamo parlando. Insomma, non un cammino da buttare. Ma a riprova del salto di specie e di mentalità in corso a Tokyo e dintorni, il commissario tecnico Hajime Moriyasu ha annunciato che comunque lascerà la guida della Nazionale. Pensate: qualche anno fa per un 2-1 subito dalla Seleçao i giapponesi sarebbero stati accolti in patria da eroi. Ora fare bella figura non basta più. È in corso un ampio programma di rinnovamento e coltivazione del talento in tutto il Paese. Si punta a vincere il Mondiale entro fine secolo. Metodo, infrastrutture e idee ben chiare.
Quelle che ora mancano alla Corea, rimasta intrappolata nel suo passato felice. “Ci sono oltre cento calciatori giapponesi che ora giocano in Europa”, ha suonato l’allarme proprio Park, ora chiamato a risollevare sorti sportive della sua nazionale in nuove vesti dirigenziali. “Dobbiamo avere più coraggio. Il gap sta aumentando”. E il dato che emerge dalla Premier League è ancora una volta eloquente: dopo la retrocessione di Hwang Hee-Chan con il Wolverhampton, non ci sono più coreani a tenere alta la bandiera. Mentre i nipponici volano: da Mitoma a Kamada, da Tomiyasu a Tanaka passando per Endo. Saranno almeno dieci, nel campionato che verrà – il culmine di un movimento sempre più presente ad alti livelli, dalla Championship alle altre principali leghe europee. Contro gli zero dall’altra parte del Mar del Giappone. “La fine di un’era”, titola il Guardian. E l’inizio di un’altra.