C’entra il merito sportivo? C’entra il prestigio? O forse la possibilità di coinvolgere i più giovani, per allargare la base del tennis globale? In fatto di wild card, la risposta è tutto e niente. Altrimenti non si spiega il clamoroso smacco rifilato a Stan Wawrinka agli US Open: un veterano del circuito ATP, vincitore dell’edizione del 2016, e oggi giunto alla sua ultima stagione di una lunga carriera, a 41 anni compiuti. Di solito in questi casi il curriculum conta. Basti pensare che le sorelle Williams continuano regolarmente a beneficiare del jolly di qualificazione ai grandi tornei a prescindere dai modesti risultati recenti – è ancora di più l’immagine, il richiamo commerciale, che fa spesso la differenza. Secondo il New York Times, Wawrinka paga anche per la propria nazionalità: è svizzero come Roger Federer, né francese, né australiano, né britannico o statunitense – cioè i quattro Paesi che ospitano i tornei del Grande Slam, tendenti ad avere un occhio di riguardo col proprio patrimonio tennistico. Ma al di là della notizia di questi giorni, le polemiche attorno ai criteri di assegnazione delle wild card non si placano. Proprio perché sono sempre più difficili da determinare.
Nel complesso le wild card rappresentano circa il 6% dei partecipanti di ciascun grande torneo. Una porzione di queste quote viene assegnata ai talenti emergenti che hanno mancato il percorso di qualificazioni convenzionale oppure provenienti dal tennis universitario: negli Stati Uniti, a prescindere da quale disciplina, si tiene in grande considerazione chiunque arrivi a primeggiare in NCAA. E fin qui niente di controverso. Si premiano i giovani, si offre il classico biglietto dorato che potrebbe voler dire l’occasione di una vita – e in ogni caso una bella storia di sport. Poi, come accennato, è prevista una serie di wild card per i veterani o a professionisti che per i più svariati motivi sono finiti ai margini del circuito: una sorta di omaggio alla carriera, che a volte può andare ben oltre la semplice partecipazione. Chiedere a Goran Ivanisevic, che vinse Wimbledon nel 2001. A Kim Clijsters, che conquistò gli US Open nel 2009. O ad Arthur Fery, arrivato in semifinale a Wimbledon quest’anno. Tutti a partire da una wild card.
Ci sono tuttavia altre situazioni ben più difficili da contestualizzare, nelle quali i favoritismi tendono ad avere maggior peso rispetto alla crescita del movimento o ai meriti sportivi. Soprattutto in America – ma anche negli altri suddetti Paesi – il ruolo giocato dalla federazione tennistica nazionale nella scelta dei beneficiari è risaputo e molto poco chiaro. Qualcosa che ormai viene dato per assodato, quasi una formalità nelle dinamiche del tennis moderno. E che pure continua a far storcere il naso ad appassionati e ossevatori, perché il risultato frequente di questa tendenza è arrivare a escludere diversi giocatori più in alto nel ranking a vantaggio delle guest star assegnatarie del pass. Eppure gli organizzatori sostengono ancora oggi che dietro ciascuna scelta ci sono le seguenti motivazioni, in ordine di importanza (nella fattispecie per Wimbledon, ma con qualche sfumatura diversa anche per le altre sedi del Grande Slam): “Ranking, risultati e stato di forma recente; capacità storica di performare nei tornei di questo tipo; sostegno ai giocatori britannici; altre circostanze meritevoli di considerazione”. Evidentemente, in America, nessuna delle quali applicabili al vecchio Wawrinka. Buon tennis a tutti.