Questa è una storia romantica. Tornare a casa dopo qualche anno dall’altre parte del mondo, scegliere la squadra del proprio cuore, scendendo di categoria senza percepire stipendio. Ander Herrera ha deciso di rallentare, lasciando il Boca Juniors per giocare nel club che ha sempre tifato, il Real Saragozza, club nobile che da tempo, però, convive con diversi problemi finanziari e con una crisi tecnica che sembra irreversibile. E che l’ha portato, per la prima volta nella sua storia, a retrocedere in terza divisione. Anche per questo l’ex centrocampista di Manchester United e PSG ha comunicato alla sua vecchia-nuova società di non aver bisogno di un salario, che gli andava benissimo scendere in campo gratis.
L’ultima partita ufficiale di Ander Herrera è stata davanti a una Bombonera infuocata, con la maglia del Boca Juniors in Copa Libertadores. La prossima, invece, sarà in terza divisione spagnola, davanti a circa 6.500 spettatori e contro una squadra non proprio famosa – il Gimnàstic de Tarragona. Eppure, per Herrera, il ritorno al Real Zaragoza a parametro zero dal Boca ha un’importanza pari, se non superiore, a qualsiasi altra scelta compiuta nella sua carriera. «Probabilmente questo era l’ultimo sogno che volevo realizzare», racconta lo spagnolo a BBC Sport. «Tornare a casa, nel posto in cui sono cresciuto, che mi ha dato l’opportunità di diventare un professionista, non solo nel calcio ma anche come persona. Ho ancora la passione, ho ancora la voglia. Ho ancora quell’amore per il calcio e poterlo vivere a casa è il modo migliore per concludere la mia carriera. In Spagna diciamo che è come chiudere il cerchio».
Il centrocampista è tornato nel club della sua infanzia dopo 15 anni trascorsi lontano da Saragozza, durante i quali ha vestito per due volte la maglia dell’Athletic Club – è nato a Bilbao e si è trasferito in Aragona per seguire suo padre, dirigente del Saragozza – e ha giocato anche per Manchester United, Paris Saint-Germain e Boca Juniors. Ha 37 anni, in carriera ha vinto una Europa League, FA Cup e diversi campionati, lavorando con allenatori del calibro di José Mourinho, Thomas Tuchel e Marcelo Bielsa e condividendo lo spogliatoio con Lionel Messi, Neymar e Wayne Rooney.
Come detto, adesso Ander è tornato a casa. Per dare una mano, per provare a dare il via a una risalita molto, molto difficile: «È stato molto triste, ovviamente, per tutti noi zaragozisti» dice Herrera, che negli anni ha assistito da lontano al declino del club. «Il Real Zaragoza appartiene all’Europa, appartiene alla lotta per i trofei, deve competere con i club più importanti della Spagna e d’Europa. Per questo voglio mettere la mia qualità, la mia esperienza e la mia passione al servizio della squadra, per provare ad aiutare il mio club a tornare dove penso che meriti di stare. Ma dal primo giorno in cui sono arrivato non voglio parlare troppo del passato. Abbiamo parlato fin troppo di ciò che abbiamo sbagliato. Continuiamo a chiederci perché sia successo, continuiamo a pensare alle cose negative. Smettiamo di piangere per quello che è accaduto in passato. Costruiamo il futuro. Veniamo ogni giorno ad allenarci con il sorriso».
Quando Herrera ha lasciato il Real Saragozza, nel 2011, in un momento di difficoltà economica per il club, sapeva già che un giorno sarebbe tornato. Non poteva immaginare in quali condizioni avrebbe trovato la squadra, ma alla fine ha scelto di rientrare proprio nel momento più difficile della sua storia. E ha deciso persino di devolvere il proprio stipendio alla fondazione del club: «Non ho bisogno di un contratto. Ho avuto una carriera di grande successo e ho saputo gestire bene i miei soldi», spiega Herrera. «Posso farmi questo regalo. Indossare quella maglia gratis, perché voglio aiutare il mio club, la mia squadra, la mia città. È qualcosa che mi sento fare. È qualcosa che posso permettermi di fare e mi rende molto orgoglioso. Mi sento privilegiato nel poter fare una cosa del genere».
Prima ancora di entrare nella rosa del Real Saragozza, Herrera era un tifoso del club. I suoi idoli erano giocatori della squadra e la sua più grande fonte d’ispirazione, il padre Pedro, era stato a sua volta calciatore prima di diventare direttore generale del Zaragoza. È stato proprio durante gli anni in cui suo padre lavorava nel club che Ander ha costruito i suoi primi ricordi calcistici. Tra questi, quello indimenticabile del 1995, quando il Zaragoza ha vinto la Coppa delle Coppe. Herrera era ancora un bambino quando ha visto da casa la finale contro l’Arsenal, vinta dal suo club al Parco dei Principi di Parigi, lo stesso stadio che molti anni dopo sarebbe diventato la “sua” casa ai tempi del PSG. Ora gli obiettivi sono molto meno ambiziosi, ovviamente, ma da qualche parte bisognerà pur ripartire: «Mi piace lavorare con i giovani», rivela Herera, «mi piace vedere il loro sviluppo, seguire il loro percorso e aiutarli a evitare alcuni degli errori che probabilmente ho commesso io. Mi piacerebbe anche aiutare le famiglie ad affrontare situazioni personali che ho affrontato in passato e che probabilmente non ho gestito nel modo migliore. Non so se diventerò un allenatore di calciatori professionisti. Non chiudo nessuna porta perché amo il calcio, è la mia passione, è qualcosa che faccio da tutta la vita, ma non so ancora in quale ruolo troverò il mio posto». Quel che è certo, nel frattempo, è che un posto come calciatore l’ha trovato. L’ha voluto trovare, l’ha scelto e l’ha abbracciato: è casa sua.