L’addio di Leo Messi avrà un impatto enorme sulla Federcalcio argentina, che ha guadagnato tantissimi soldi grazie a una strategia commerciale incentrata sul suo fuoriclasse

Sarà la fine di un'epoca, non soltanto in campo e nell'immaginario collettivo. Ma anche nel modo di promuovere la Selección sul mercato globale.
di Redazione Undici 01 Settembre 2026 alle 02:14

Due decenni di leggenda, in 207 presenze e 125 gol. Un Mondiale vinto tra due amare finali perse entrambe ai supplementari, l’ultima un mese fa. Lionel Messi racconta oggi che la sua lettera d’addio alla Selección, quella seconda pelle per cui ha dato davvero tutto e anche di più, in realtà era datata 21 luglio 2026: soltanto due giorni dopo il bruciante epilogo americano. Poi è rimasta lì, chiusa in un cassetto per settimane – tra le più difficili della vita dell’uomo, che ha perso il padre Jorge a inizio agosto – fino a vedere la luce, i social e i notiziari di tutto il mondo nella giornata di lunedì. Messi lascia l’Argentina. Lascia un vuoto tecnico insostituibile. Lascia una leadership silenziosa, ma attorno a cui sono fioriti cicli tecnici memoriabili, formati da compagni di squadra disposti a tutto per il loro capitano. Lascia un’immagine che sin dal 2006 rende l’Albiceleste e il dieci da Rosario un binomio indissolubile. Ma oltre a tutto questo – forse in fondo alla scala delle emozioni, non a quella dei dirigenti federali a Buenos Aires – Messi lascia anche un buco gigantesco sul valore economico e commerciale della Nazionale argentina.

Non può che essere così, quando l’individuo-multinazionale supera la squadra-azienda. Soprattutto negli ultimi anni l’AFA è cresciuta a dismisura attorno alla figura di Messi. Il trionfo in Qatar, due volte la Copa America, una Finalissima: il verdetto del campo ha certamente aiutato. Eppure anche a prescindere da questo, c’è stato un mondo mobilitatosi per seguire Leo – e poi, eventualmente, l’Argentina. Il prezzo richiesto dalla Federcalcio – fonte: Calcio e Finanza – per disputare un’amichevole internazionale con la presenza garantita di Messi, finora si è aggirato sui 5 milioni di dollari. A volte pure di più. Molto di più: pr festeggiare il 50esimo anniversario dell’indipendenza dell’Angola, la Federazione di Luanda è stata disposta a pagare tra i 10 e i 12 milioni pur di ospitare una partita d’onore con Messi, che se non altro ha pure segnato – sull’eticità della scelta, da parte di un Paese con il 30-40% dei suoi abitanti sotto la soglia di povertà, si stenda pure un velo pietoso.

Ma torniamo a Messi. Talvolta poteva succedere che il capitano, alla soglia dei 40 anni, saltasse un impegno amichevole all’ultimo momento: la tutela della sua forma fisica è sempre andata oltre ogni impegno commerciale, nessuno l’ha mai messo in dubbio. In quei casi però la tariffa pagata all’AFA dalle avversarie di turno è scesa drasticamente. Se non finire al centro di lunghe e salatissime controversie legali: la stessa AFA è finita pure in tribunale, per un accordo da 7 milioni di dollari per un’amichevole che l’Argentina di Messi avrebbe dovuto giocare in Venezuela salvo poi fare dietrofront. In un modo o nell’altro, l’antifona è chiara: siamo di fronte a un vero e proprio one man show.

Oltre ad assicurare il tutto esaurito al botteghino, Lionel ha il peso specifico del piombo anche per quanto riguarda i diritti tv, il merchandising e le sponsorizzazioni – il solo giocatore ci guadagna 70 milioni di dollari all’anno, coinvolgendo colossi come adidas, Mastercard, Michelob Ultra. Un’autentica miniera d’oro che l’Argentina ha sfruttato al massimo, diventando una delle federazioni calcistiche più ricche del pianeta e attuando una vera e propria brand extension: Stati Uniti, Paesi arabi, estremo oriente. Tra scuole calcio fondate in loco a incessanti campagne pubblicitarie fondate sul culto della camiseta numero dieci. Un richiamo assoluto, un consolidamento del marchio che in larghissima parte si deve al suo uomo di punta.

Oggi il fatturato dell’AFA sfiora i 150 milioni di dollari annui e per l’80% poggia sul valore economico degli accordi commerciali globali. Da quella notte di giugno 2006, quando il predestinato Leo divenne il più giovane di sempre a debuttare con la maglia della sua Nazionale, si stima che il fatturato totale sia aumentato oltre il 700%, con picchi esponenziali soprattutto in questi ultimi anni d’oro, quando l’Argentina ha cominciato a vincere tutto dentro e fuori dal campo. Anche le riviste di settore parlano di “Messi Economy”. Il problema sarà ora: inevitabilmente arrivato il congedo del capitano, la Selección dovrà reinventare i propri assetti finanziari. E per quanto le basi gettate nel tempo siano solide, non è affatto detto che ci riesca. D’altronde di Messi ce n’è uno. I suoi milioni di accoliti seguiranno lui, dunque potrebbero lasciare l’Albiceleste anche loro. La dinamica è semplice ed economicamente irrazionale, e si può riassumere nella saggezza spicciola espressa da Nino D’Angelo in Tifosi: “Per un napoletano vero, una foto con Maradona non ha prezzo”. Vale anche per Messi, e per il resto del mondo che fin qui ha pagato di tutto pur di accompagnarlo nella sua epopea.

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