Il mestiere del calciatore è cambiato molto rispetto al passato: intervista a Umberto Calcagno, presidente AIC

Il presidente dell'Assocalciatori racconta i sacrifici e le difficoltà vissute dai professionisti di oggi, e quanto siano importanti dei riconoscimenti come il Gran Galà del Calcio AIC.
di Redazione Undici 09 Settembre 2026 alle 10:13

Nell’epoca dei dati, dell’intelligenza artificiale, della preparazione scientifica e di una professione sempre più complessa, anche il modo di valutare la prestazione di un calciatore è cambiata. Sempre più spesso ci si affida a numeri e algoritmi. Eppure in tutti i settori la revisione tra pari è il metodo di valutazione più affidabile, perché assicura un grado di conoscenza molto alto da parte di chi giudica. È per questo che al Gran Galà del Calcio AIC chi sceglie i migliori della stagione sono sempre i calciatori. È il motivo per cui, come dice Umberto Calcagno, Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, questo riconoscimento continua ad avere un valore speciale.

Presidente Calcagno il calcio si affida sempre di più ai dati e agli algoritmi. Che cosa rende ancora unico un premio deciso dai calciatori?
Credo che questa resti la modalità migliore per premiare chi ha disputato davvero la stagione migliore. Non è una critica ai dati, che sono uno strumento prezioso e hanno migliorato tantissimi aspetti del calcio. Ma chi meglio di un compagno di squadra, o ancora di più di un avversario, può capire fino in fondo il valore di un giocatore? Al di là delle statistiche e di tutti i supporti che oggi abbiamo a disposizione, sono proprio i calciatori a sapere davvero chi è stato il migliore nel proprio ruolo e, in generale, il più bravo di tutti.

Lei parla spesso dei calciatori prima di tutto come lavoratori. Quanto è cambiato questo mestiere negli ultimi anni?
È cambiato tantissimo. La generazione di calciatori di oggi – non soltanto quella di altissimo livello – ha una percezione della propria professionalità molto più elevata rispetto alla mia. Oggi si cura ogni dettaglio: l’alimentazione, la preparazione atletica, il recupero, tutto ciò che ruota attorno alla prestazione. È un’evoluzione che riguarda anche categorie meno esposte mediaticamente, non solo la Serie A. Si vede nella mentalità con cui i ragazzi affrontano il loro lavoro e nell’attenzione che dedicano al proprio fisico. Del resto, chi gioca ai massimi livelli arriva anche a disputare 70 partite in una stagione: senza questa cura sarebbe impossibile mantenere certi ritmi.

Oggi i calciatori sono sempre più professionisti, attenti a tutto, ma c’è un aspetto del loro lavoro e del loro impegno quotidiano che continua a essere sottovalutato?
Sì, quello dei sacrifici. Tutti pensano che il talento sia sufficiente, ma non è così. La maggior parte dei calciatori di talento non arriva a questi livelli. Chi ci riesce lo fa anche perché ha affrontato sacrifici enormi e continua a farli ogni giorno. Parliamo di ragazzi che hanno tra i 20 e i 35 anni, che giocano ogni tre giorni e stanno pochissimo con le loro famiglie. Molti sono usciti di casa a soli 14 anni, si sono allontanati dal loro contesto e hanno dovuto costruirsi una vita da soli. Oggi, tra social media, televisione e racconto sportivo, tutto questo passa quasi inosservato. Eppure arrivare a questi livelli è difficile, ma riuscire a rimanerci lo è ancora di più. Anche per questo credo che, nel calcio come nello scouting, i dati da soli non bastino: un bravo direttore sportivo vuole conoscere anche la persona, il carattere, la personalità e il contesto da cui proviene un giocatore. Sono aspetti che le statistiche non possono raccontare.

Il calcio di oggi richiede giocatori sempre più completi. È cambiato anche il modo di interpretare il gioco?
Senza dubbio. Oggi i calciatori sono più completi sotto ogni aspetto: fisico, tecnico e tattico. Alcune scuole – penso a quella spagnola – hanno portato questa evoluzione ancora più avanti, rendendo i ruoli sempre più fluidi. Mi è capitato recentemente di vedere una partita della Nazionale Under 19 contro la Spagna e, in alcuni casi, era difficile perfino definire il ruolo di certi giocatori. È una nota di merito, perché significa che il calcio richiede interpreti sempre più versatili e capaci di adattarsi alle diverse situazioni della partita.

Guardando al futuro, qual è oggi la sfida più importante per il calcio italiano?
È difficile sceglierne una sola, perché sono tutte collegate. La sostenibilità economica passa anche dalla valorizzazione dei giovani e da un mercato interno più dinamico tra Serie A, Serie B e Serie C. Allo stesso tempo abbiamo bisogno di investire nelle infrastrutture. Quando si parla di stadi si pensa sempre ai grandi impianti, che sono importanti, soprattutto in vista di Euro 2032. Ma servono anche tanti campi e strutture per il calcio di base, per i vivai, per la Serie C, per le seconde squadre, per il calcio femminile. Senza infrastrutture adeguate è difficile formare nuovi calciatori e far crescere tutto il movimento.

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