Il lavoro del calciatore ha avuto un’evoluzione radicale negli ultimi venticinque anni. Sono cambiati i ritmi delle partite, i moduli, le caratteristiche dei giocatori e il modo in cui si costruiscono le squadre. Ma si è trasformato anche tutto ciò che ruota intorno al calcio, dalla comunicazione al rapporto con i tifosi, dal peso dei dati all’industria dell’intrattenimento che accompagna ogni partita. Gianni Grazioli ha osservato questa trasformazione da una prospettiva privilegiata. Dopo una prima esperienza da giornalista sportivo, dal 2001 lavora all’Associazione Italiana Calciatori, di cui oggi è Direttore Generale. In questo panorama in cui tutto cambia, il Gran Galà AIC continua a seguire un principio rimasto immutato: a scegliere i migliori della stagione sono gli stessi protagonisti del gioco. «La giuria è composta da più di 500 calciatori di Serie A, oltre che da allenatori e arbitri», spiega Grazioli. «È una giuria altamente qualificata. Senza togliere nulla agli altri premi, chi vive il campo ha una prospettiva diversa. Oggi molto spesso i giudizi si fermano ai numeri e alle statistiche, ma i migliori a valutare un professionista sono quasi sempre i suoi colleghi. Perché sanno cosa significa averlo al proprio fianco o affrontarlo da avversario».
In oltre vent’anni all’Associazione Italiana Calciatori ha osservato il calcio da una prospettiva privilegiata. Qual è la trasformazione che l’ha colpita di più?
Il calcio è cambiato profondamente. Se venticinque anni fa la tecnica era l’elemento dominante, oggi contano molto di più anche la forza fisica, la corsa e l’intensità. Gli allenatori chiedono caratteristiche diverse e questo ha modificato anche il profilo dei giocatori. Alcune figure che hanno fatto la storia del calcio italiano – come il trequartista classico o il giocatore capace di saltare l’uomo con continuità – sono diventate sempre più rare. Vengono in mente campioni come Roberto Baggio, Gianni Rivera, Giancarlo Antognoni, Bruno Conti o Gianfranco Zola. Allo stesso tempo il gioco è diventato molto più collettivo: oggi ai calciatori viene chiesto di interpretare più ruoli e di adattarsi continuamente alle diverse situazioni della partita. È un’evoluzione naturale del calcio, che rispecchia anche i cambiamenti della società.
Perché un premio assegnato direttamente dai calciatori continua ad avere un valore speciale?
Perché chi vive il campo ha una prospettiva che nessun altro può avere. Senza togliere nulla agli altri riconoscimenti, credo che i migliori a valutare un professionista siano quasi sempre i suoi colleghi. Vale nel calcio come in tanti altri ambiti. Un calciatore sa cosa significa avere un determinato compagno di squadra al proprio fianco oppure affrontare un avversario ogni settimana. I numeri sono importanti e aiutano a leggere le prestazioni, ma non raccontano tutto. Per questo il voto espresso da chi il campo lo vive ogni giorno conserva un valore particolare.
Il calcio è cambiato anche fuori dal campo. Oggi un calciatore vive in un ecosistema fatto di social media, sponsor, contenuti digitali e un’esposizione continua. Quanto è diversa questa professione rispetto a vent’anni fa?
È cambiata la società ed è cambiato anche il calcio. Oggi un professionista si muove all’interno di un’industria dello spettacolo molto più complessa rispetto al passato. Intorno ai calciatori c’è un sistema fatto di comunicazione, sponsor, media e nuovi strumenti che vent’anni fa semplicemente non esistevano. È un’evoluzione che ha accompagnato la crescita del calcio come fenomeno economico e culturale e che ha cambiato profondamente anche il modo di vivere questa professione.
C’è qualcosa che non è cambiato nel percorso di chi sogna di diventare professionista?
Sì, è il sacrificio che serve per arrivare al professionismo. Fare il calciatore resta uno dei lavori più belli del mondo, ma nessuno ci arriva per caso. Ho conosciuto tanti ragazzi che sono andati via di casa a 12, 13 o 14 anni per inseguire questo sogno. E, nonostante tutto questo, ad arrivare sono pochissimi. La selezione è durissima e la maggior parte deve reinventarsi o continuare a giocare nelle categorie dilettantistiche.
Lei ha vissuto il calcio prima da giornalista e poi da dirigente. C’è qualcosa del rapporto tra calcio e comunicazione che le manca di quegli anni?
Il mondo è cambiato ed è giusto che sia cambiato. Quando ho iniziato a fare il giornalista si entrava negli spogliatoi dopo le partite, si parlava con i giocatori in un modo che oggi sarebbe impensabile. Oggi tutto è molto più regolato e organizzato, anche perché il calcio è diventato un’industria globale. È inevitabile. Forse si è perso un po’ di spontaneità nel rapporto con i protagonisti, ma sono cambiati i tempi e sono cambiate le esigenze di un movimento che oggi vale molto più di allora.
Oggi i calciatori giocano sempre di più e le competizioni continuano ad aumentare. È una deriva sostenibile?
È un tema che come Associazione stiamo seguendo da tempo insieme alla FIFPro e alle leghe europee. L’aumento delle competizioni comporta inevitabilmente un sovraccarico di partite, allenamenti e trasferte, con il rischio di veder aumentare gli infortuni. Per questo è importante che ci sia un confronto con la FIFA per trovare un equilibrio. Se il calcio continua a crescere, devono crescere anche gli strumenti per tutelare i calciatori e preservare la qualità dello spettacolo.