Fanalino di coda, con la miseria di due punti in classifica dopo cinque giornate. C’era una volta il Tottenham: oggi sarebbe opportuno chiamarli ufficialmente Spurs – è il club stesso a richiederlo – anche per dare un segnale di rottura con i pantani delle ultime tribolate vicende. Il problema è che il presente è pure peggio. E la squadra di De Zerbi brancola fra il buio del campo e il silenzio degli spalti di New White Hart Lane. Più che una cattedrale nel deserto – lo stadio in sé è all’ultimo grido, scintillante, polifunzionale e nel cuore di Londra -, una cattedrale che è deserto. Perché tutti hanno perso la voglia di cantare.
L’emblema dello smacco si è consumato nei minuti finali del brutto ko interno contro l’Aston Villa, la scorsa giornata. Quando gli Spurs, sullo 0-3, accorciano le distanze nel garbage time, i tifosi ospiti canzonano gli avversari intonando in coro: “Avete segnato un gol!”. Risposta goliardica dei locali: “Sì, è vero, lo abbiamo segnato!” E via di pernacchie, apatia, il totale scollamento con una squadra risucchiata in una spirale di negatività senza fine. Perché più i proprietari del club dichiarano di puntare in grande, più il Tottenham sprofonda sotto il duro verdetto del campo. E se la loro tifoseria è già storicamente una delle più tiepide del panorama londinese, di certo non aiuta la cifra richiesta per assistere alle partite nel nuovo stadio, costato oltre 1,2 miliardi: quest’anno abbonamenti a partire dalle 856 sterline. Chi se li può permettere, non è esattamente il profilo antropologico pronto a urlare a squarciagola per la propria squadra del cuore. Soprattutto se lo spettacolo offerto è quello degli ultimi mesi.
“Vincere l’Europa League due anni fa è stato bello, ok, ma se poi vanifichiamo tutto rischiando di retrocedere in campionato resta ben poco per cui esultare”, spiega un tifoso degli Spurs interpellato da The Athletic, nel corso di un desolante reportage da Londra. A peggiorare le cose inoltre è il momento diametralmente opposto vissuto dagli acerrimi rivali dell’Arsenal, ora campioni d’Inghilterra. Ecco, proprio la parabola dei Gunners rende bene la dimensione del fallimento dei concittadini: il Tottenham ci ha messo sette anni a perdere 50 partite nel suo nuovo stadio; l’Arsenal venti. E delle ultime 36 gare casalinghe in assoluto, il Tottenham ne ha vinte soltanto 5. Una miseria.
La scorsa stagione, anche grazie all’arrivo in corsa di De Zerbi, gli Spurs l’hanno sfangata acciuffando il 17esimo posto nelle battute finali. Oggi sembra complicato anche soltanto ripetere l’obiettivo minimo. E l’apatica freddezza dei tifosi, per quanto legittima e comprensibile, taglia ulteriormente le gambe a un gruppo di giocatori con il morale già a terra e valori tecnici tutti da assemblare. “Davvero non mi spiego perché succeda tutto questo”, scuote la testa l’allenatore, a proposito dell’atmosfera circostante. Nonostante tutto, gli Spurs sembrano avere soltanto un modo per invertire la rotta: tornare a vincere. Auguri.