Per vincere all’America’s Cup, l’evento sportivo più antico del mondo, bisogna saper domare il vento e il tempo

Le imbarcazioni più veloci del mondo hanno iniziato a sfrecciare nel Golfo di Napoli. Ne abbiamo parlato con il CEO di Team New Zealand Grant Dalton, col timoniere di Luna Rossa Peter Burling e del campione olimpico Diego Botín – tutti ambassador OMEGA, Official Timekeeper della manifestazione.
di Leonardo Micheli 27 Settembre 2026 alle 02:16

Il Vesuvio interrompe l’orizzonte di Napoli da un lato, basso e ostinato; mentre la sagoma di Capri chiude il mare verso sud. Dall’altro ci sono Procida e Ischia: due sagome scure che sembrano scivolare sull’acqua a seconda della luce, a volte nitide, a volte quasi cancellate dalla foschia – come se il Golfo decidesse ogni giorno se mostrarle o meno, se nascondere o rivelare i propri segreti. In mezzo, c’è il mare: per secoli un porto commerciale, attraversato senza sosta da navi mercantili. Poi catturato dal turismo, con i traghetti diretti alle isole, le grandi navi da crociera, gli yacht ancora ti lungo la costa. Ma tra settembre 2026 e luglio 2027 arriverà qualcosa che queste acque non hanno ancora mai visto: gli AC75, scafi lunghi poco più di 20 metri che sfiorano i 100 chilometri orari, sollevati sull’acqua da due aliscafi a T. Sono le barche dell’America’s Cup, il trofeo sportivo più antico del mondo.

Vederle navigare non assomiglia a nulla che l’uomo abbia mai chiamato “andare a vela”. Scafi in fibra di carbonio dalle forme sinuose, con due bracci d’acciaio che sporgono dai fianchi e terminano in ali sottili. Basta che il vento tocchi le vele perché la barca acceleri e si sollevi, correndo a una velocità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile su un’imbarcazione a vela. Sospendendo l’equipaggio tra le onde e le nuvole. Uno scafo che sembra arrivato dal futuro, disegnato e perfezionato, in principio, da Luna Rossa ed Emirates Team New Zealand, di cui OMEGA è partner tecnico dal 1995.

Ed è così che l’America’s Cup mostra il suo tratto più unico: nessun altro trofeo sportivo si disputa ininterrottamente dal 1851; eppure, nessuno cambia così tanto e così spesso, innovandosi continuamente. In ogni edizione, la competizione si reinventa, spinta da nuove tecnologie. Sotto la barca, però, rimangono gli stessi elementi di sempre. Resta il vento. Resta il mare. E soprattutto resta il tempo: quello vero, scandito in millesimi di secondo, quello che separa chi vince da chi ha semplicemente navigato bene. «Il tempo non si può comprare», racconta Grant Dalton, ambassador OMEGA, CEO di Emirates Team New Zealand e uno che l’America’s Cup l’ha attraversata da ogni angolazione possibile – prima come velista, oggi alla guida del team più titolato della Coppa negli ultimi vent’anni.

Non è semplicemente una gara a cronometro, dice, dove vince chi completa il percorso più in fretta. È che ogni errore nella gestione del tempo si paga, prima ancora di arrivare in acqua: «Se progetti una barca per vararla a ottobre e la vari a novembre, per esempio, hai già perso un mese prezioso. E in questo sport, 30 giorni non si recuperano più». Nell’America’s Cup, il tempo a disposizione è identico per tutti. Ogni squadra parte esattamente nello stesso istante, la fine dell’edizione precedente, e ha davanti a sé lo stesso numero di anni per arrivare pronta a quella successiva. Cambia però, a ogni ciclo, praticamente tutto il resto: il regolamento, le barche, persino il mare su cui si gareggia. E allora a fare la differenza è chi riesce a sfruttare meglio il tempo – nella programmazione, nel pensiero, nella cura dei dettagli. Emirates Team New Zealand, in questo, ha una storia che parla da sola: tre vittorie nelle ultime tre edizioni, e ora prova a difendere il titolo proprio a Napoli. Dove OMEGA sarà, per la quinta volta nella sua storia, Official Timekeeper dell’evento.

Tra le acque, il vento cambia direzione senza preavviso, un’onda diversa stravolge l’equilibrio dell’imbarcazione: chi guida deve leggere l’imprevisto, accorgersi del cambiamento prima che diventi visibile. Così, qui, il tempo pesa ancora di più. Non c’è margine per correggere o ripetere: l’attimo, una volta perso, non torna più indietro. È anche per questo che l’America’s Cup è il torneo che celebra i maestri del tempo, coloro che riescono meglio di tutti a controllarlo e farlo proprio. Si compete in due: il defender, ovvero il team ha vinto l’edizione precedente, e il challenger, l’unico equipaggio capace di emergere da una lunga selezione tra tutti i team sfidanti. «Il tempo, per me, si traduce in precisione», racconta Diego Botín, spagnolo, uno dei migliori velisti al mondo, oro olimpico a Parigi 2024 nella classe 49er, ambassador OMEGA. «Devi essere preciso al momento dello sparo, alla linea di partenza. Devi eseguire le manovre nel momento esatto, con la coreografia giusta. È tutto collegato: nel processo decisionale si ha pochissimo tempo, e si deve essere estremamente precisi nel gestirlo».

Pochi conoscono la vela meglio di Botín, oggi in gara nell’America’s Cup con il team francese, uno dei quattro equipaggi pronti a sfidare i neozelandesi – insieme a Luna Rossa, i britannici e gli svizzeri. Arriva da una famiglia in cui la vela è una questione genetica: un padre appassionato di regate o”shore (le competizioni veliche che si svolgono su rotte di lunga distanza), uno zio progettista di barche. Ma più della tecnica, racconta, quello che gli hanno lasciato in eredità è «la passione vera e la ricerca di una libertà che si trova solo in mezzo all’acqua», dove si è soli a governare l’invisibile. È la stessa scintilla che lo ha travolto da bambino al suo primo bordo su un Optimist, scoprendo l’ebbrezza di potersi spingere ovunque. Un’ossessione che lo ha accompagnato fino al gradino più alto del podio olimpico a Parigi 2024 e che continua a guidarlo oggi nell’America’s Cup. D’altronde la vela è uno sport che si regge su equilibri profondi, in perenne movimento, proprio come l’acqua che la ospita. Uno sport in cui perfino la percezione del tempo finisce per deformarsi.

A bordo, il trascorrere dei secondi si dilata e si comprime senza avvisare, come racconta Peter Burling, ambassador OMEGA – il timoniere che ha guidato Emirates Team New Zealand a tre trionfi consecutivi prima di passare nel 2025 a Luna Rossa. Il tempo è prima rigido e spietato, nei minuti che precedono lo start, quando bisogna tagliare la linea di partenza esattamente allo scoccare dello 0:00: un millesimo di anticipo costa una penalità, un millesimo di ritardo fa perdere la regata. Poi diventa elastico, strategico, da assecondare lungo la rotta. «Servono rigore nei dettagli e, allo stesso tempo, grande flessibilità», spiega Burling. È proprio in questo dualismo del tempo che il neozelandese ritrova la sua sintonia con il brand di orologi: «In questo sport il tempo è un fattore cruciale. Ti impone limiti e scadenze continue, dentro e fuori dall’acqua. Condividere con OMEGA la stessa filosofia sulla gestione del tempo mi ha insegnato a calcolarlo e, soprattutto, a navigarlo».

Per Burling, però, il rapporto con il mare va da sempre oltre i confini della competizione. Chi trascorre la vita in acqua impara a conoscerne la forza, la fragilità e i segreti. Un’intimità che per il velista neozelandese si è trasformata in affetto, in urgenza etica: proteggere il proprio campo, il proprio mondo. È da questa consapevolezza che nel 2019, insieme allo storico compagno di scafo Blair Tuke, è nata Live Ocean, fondazione per la tutela degli ecosistemi marini sostenuta attivamente anche da OMEGA. La rivelazione è arrivata affrontando il giro del mondo con &e Ocean Race (la regata in equipaggio più dura, lunga e importante del mondo nell’ambito della vela offshore), quando Burling ha compreso quanto poco conoscesse davvero l’immenso gigante che attraversava da anni. «È il momento di fare degli oceani una priorità assoluta, investendo in scienza e sensibilizzazione», spiega. Dopotutto, gli oceani assorbono oltre il 95% del calore in eccesso del pianeta: rappresentano il 70% della Terra di cui quasi nessuno parla, di cui pochi sanno, ma che il talento di Luna Rossa non può più ignorare.

Tuttavia, questa volta, per la trentottesima edizione, non sarà l’oceano la casa dell’America’s Cup, ma il golfo di Napoli – per la prima volta in Italia. Una città non casuale, dove il vento, il mare, il tempo che passa sono miti, leggende che si tramandano insieme al resto della sua mistica. A scegliere Napoli è stato lo stesso Grant Dalton, per motivi che vanno oltre le condizioni di vento favorevoli: «Abbiamo fatto piccole regate lì nel 2012 e nel 2013, ed è stato incredibile. La gente era fantastica. Di solito le regate non te le ricordi quasi mai, ne facciamo talmente tante. Ma quelle due, invece, sono indelebili. Solo per la gente, la passione, il calore». Tra settembre 2026 e luglio 2027 arriverà il momento di vedere gli AC75 sfrecciare all’ombra del Vesuvio, tra Capri e Ischia. E quando solleveranno i loro scafi sopra l’acqua, davanti ai tifosi italiani, sarà lo stesso tempo – misurato allo stesso modo da chi lo cronometra con la stessa precisione da sempre – a decidere ancora una volta chi entrerà nella storia della competizione più antica e più moderna del mondo.

Da Undici n° 70
>

Leggi anche