Londra è da tempo la casa europea della NFL. Tra Wembley e il nuovo Tottenham Stadium, il football americano ha fatto diverse gite in Inghilterra, trovandosi talmente bene che ormai tutte le franchigie, soprattutto quelle della costa Est, sono disposte a sostenere sei ore di aereo e pure a rimetterci degli incassi. È il caso dei Washington Commanders che ieri – almeno tecnicamente – avrebbero giocato in casa contro gli Indianapolis Colts, solo che la partita si è disputata al Tottenham Stadium, invece che nel Maryland. Un cambiamento non solo logistico, ma anche economico. Come sottolineato da Sportico, infatti, nelle gare casalinghe di regular season, le squadre NFL trattengono la maggior parte degli incassi dei biglietti. Per le sfide internazionali, invece, il sistema è molto più centralizzato. In passato la lega versava alla squadra ospitante, quantomeno sulla carta, un compenso per riequilibrare la perdita degli incassi da botteghini. Questa procedura è stata cambiata nel 2022: oggi la NFL si limita sostanzialmente a coprire una parte consistente delle spese di viaggio e di alloggio per giocatori e materiale.
La domanda, quindi, è inevitabile: alla fine, quanto ci guadagna davvero la squadra che gioca in casa a Londra? «Non è un buon affare», ha scherzato Josh Harris, proprietario dei Commanders, incontrando i tifosi in un pub londinese dove sabato la franchigia aveva organizzato un evento. «È negativo sotto molti aspetti. Ma, sinceramente, non sono così concentrato sull’economia a breve termine. Mi interessa far parte della comunità NFL e contribuire alla crescita del football a livello internazionale». Dello stesso avviso il presidente dei Commanders, Mark Clouse, che ha parlato nello stesso locale, davanti a circa 2mila tifosi. «Lo descriverei come un investimento nel futuro della lega e della squadra» ha spiegato. «È questo il modo in cui dobbiamo guardare a questa esperienza».
Le ambizioni internazionali della NFL sono cresciute enormemente nell’ultimo decennio. Nel 2015 le partite disputate all’estero erano state appena tre, tutte a Londra. Quest’anno sono nove, record assoluto, distribuite in sette Paesi e quattro Continenti. Le ragioni sono diverse. Da una parte c’è la volontà di portare la NFL in nuovi mercati e avvicinare nuovi appassionati allo sport più ricco del mondo; dall’altra le partite internazionali permettono alla lega di conquistare una nuova fascia oraria per la programmazione televisiva negli Stati Uniti. Commanders-Colts, per esempio, comincia alle 9.30 del mattino sulla East Coast: un ulteriore spazio nel calendario settimanale che contribuisce ad aumentare il valore dei diritti televisivi.
Per le singole franchigie, però, il discorso è più complesso. I conti non tornano necessariamente, ma giocare all’estero offre anche altre opportunità. I tifosi americani possono trasformare la partita in una trasferta diversa dal solito, mentre la squadra ha la possibilità di costruire una nuova fan base dall’altra parte dell’Atlantico. Anche questo, naturalmente, ha un costo. Durante la settimana entrambe le squadre impegnate a Londra hanno allestito dei punti di ritrovo per i propri tifosi, con giocatori attuali ed leggende coinvolti in eventi e iniziative prepartita. Ma l’esposizione internazionale porta anche qualche ricavo aggiuntivo. Sabato, per esempio, i Commanders avevano già esaurito buona parte del merchandising portato nella capitale britannica.
Secondo le stime di Sportico, i Commanders valgono 9,64 miliardi di dollari, undicesimo dato più alto della NFL. Nella scorsa stagione hanno generato circa 719 milioni di dollari di ricavi. Nelle normali partite di regular season, le squadre NFL si tengono generalmente il 66% degli incassi dei biglietti, mentre il restante 34% viene destinato alla lega e inserito nel sistema di redistribuzione comune. Altre fonti di guadagno, come concessioni, merchandising venduto allo stadio, parcheggi e posti premium, restano invece in larghissima parte alla squadra di casa. Ed è proprio da queste voci che arriva una parte importante del mancato guadagno quando una partita viene trasferita all’estero.
Clouse non ha voluto entrare nei dettagli del sostegno economico garantito dalla NFL alle squadre per le partite internazionali. Con l’introduzione della stagione da 17 partite, la NFL ha stabilito che ogni squadra avrebbe dovuto giocare almeno una partita internazionale ogni otto anni. Da qui il passaggio a un modello nel quale la lega si limita a coprire i costi. «Diciamo che siamo tutti d’accordo su una cosa: condividiamo e investiamo insieme per rendere questa esperienza fantastica», ha detto Clouse. «Siamo felici di farlo e siamo entusiasti di essere qui. E ogni volta che giochiamo all’estero vediamo sempre più tifosi entusiasti all’idea di viaggiare per seguirci». Per il momento, la maggior parte delle squadre NFL gioca una partita internazionale meno di una volta all’anno. L’unica eccezione sono i Jacksonville Jaguars, che hanno un accordo speciale con la lega e disputano due partite «casalinghe» a Londra ogni stagione.
Harris, però, non sembra vivere la trasferta internazionale come un sacrificio da subire. Anzi, il fatto che la NFL scelga una squadra per portarla all’estero può essere letto anche come un segnale della sua crescente popolarità. «In realtà non hai scelta», ha raccontato, «la NFL ti dice semplicemente: “Sei una buona squadra, tutti vogliono vederti, sei una squadra divertente, vai a Londra”. Non dipende da te. Quello che puoi fare è cercare di rendere l’esperienza il più bella possibile per i tuoi tifosi, per la tua comunità e per i tuoi giocatori». E, a giudicare dai risultati, almeno sotto quel punto di vista, la missione è compiuta.