Stati Uniti e Messico non sono proprio Paesi amici, specie nello sport, specie da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca. Eppure è da tempo che la Nazionale tricolor ha deciso di disputare le proprie partite al di là del confine di El Paso e del muro. L’ultima è stata quella contro il Cile, giocata a Los Angeles: neanche i 34 gradi percepiti, con tanto di allerta per il caldo estremo sulla California meridionale, sono bastati a fermare gli oltre 56mila spettatori accorsi al Los Angeles Memorial Coliseum per il match.
Come riportato da Forbes, il discorso è essenzialmente economico. Nel senso che gli Stati Uniti sono diventati una sorta di seconda casa, per la Nazionale messicana, perché è una strategia redditizia: gli stadi sono più grandi, i prezzi dei biglietti sono più alti e gli sponsor sono disposti a pagare per entrare in contatto con una delle tifoserie più calde – e quindi “preziose”, dal punto di vista commerciale – del Nord America. Tanto per dire: la partita contro il Cile era stata promossa al pubblico messicano con lo slogan «Somos locales», ovvero siamo di qui. Il concetto è semplice: in molte zone degli Stati Uniti, di fatto, il Messico gioca in casa. Milioni di messicani e messicano-americani vanno a riempire gli stadi per vedere la Nazionale. E quindi, com’è inevitabile che sia, dietro queste partite c’è un modello di business diventato ormai essenziale per le finanze della Federazione calcistica messicana.
L’inizio di un rapporto più stretto con il mercato statunitense risale al 2003, quando Soccer United Marketing, il braccio commerciale della Major League Soccer, ha iniziato a collaborare con la Federazione messicana per organizzare e promuovere le partite della nazionale tricolór. Nel periodo fino al 2022, i tour negli Stati Uniti hanno portato 4,4 milioni di spettatori a 98 partite complessive. Considerato che negli Usa vivono circa 36 milioni di persone di origine messicana, l’impatto economico complessivo è significativo. Entro il 2024, il rapporto tra FMF e SUM aveva generato centinaia di milioni di dollari. Una rapporto ha quantificato in quasi 400 milioni di dollari i ricavi prodotti nei primi 12 anni della partnership tra biglietti, merchandising, sponsorizzazioni e altre attività. Si tratta di stime e non di dati contenuti nei bilanci finanziari pubblici e certificati della Federcalcio messicana, ma danno comunque la misura delle dimensioni raggiunte dall’operazione commerciale.
I numeri aiutano a capire perché il Messico continui a tornare negli Stati Uniti. La logica economica è semplice: portare El Tri in uno dei grandi stadi americani, rivolgersi a una tifoseria profondamente affezionata e vendere decine di migliaia di biglietti. Poi ci sono sponsorizzazioni, concessioni, merchandising ed esposizione mediatica. Tutti elementi che, sommati, trasformano una semplice amichevole in un affare particolarmente profittevole. Il rovescio della medaglia, però, esiste: le frequenti amichevoli americane del Messico sono state criticate anche oltre il confine, perché una parte del pubblico e degli osservatori le considera appuntamenti dettati più dalle esigenze commerciali che da quelle sportive.
Dal punto di vista finanziario, tuttavia, la logica regge. Gli Stati Uniti offrono al Messico qualcosa che il mercato interno spesso non può garantire: grandi stadi pieni di tifosi disposti a spendere. Intorno alle partite si sviluppa poi un’intera macchina commerciale, capace di aggiungere valore attraverso sponsor e media. E nonostante le critiche, è difficile immaginare che questo rapporto possa interrompersi nel prossimo futuro. Nel 2015 un accordo tra FMF e SUM garantiva al Messico due milioni di dollari per ogni partita, per un minimo di cinque amichevoli negli Stati Uniti ogni anno. Una cifra pari a circa tre volte quella che la Federazione avrebbe incassato disputando una partita amichevole in patria.
Negli ultimi anni, però, il peso del mercato americano è aumentato ulteriormente. Quando nel 2022 la FMF ha annunciato un nuovo accordo di sei anni con SUM, l’allora presidente Yon De Luisa aveva spiegato che le entrate provenienti dagli sponsor statunitensi e dai tour organizzati da SUM rappresentavano più di un terzo del budget annuale della Federazione. Il Messico ha riempito più volte anche stadi normalmente dedicati al football americano. Nel 2024, per esempio, 85mila spettatori hanno visto l’amichevole contro il Brasile al Kyle Field della Texas A&M. Nel corso delle dieci partite disputate negli Stati Uniti in quello stesso anno, il Messico ha fatto registrare una media superiore ai 54mila spettatori. E non servono necessariamente avversari di primo livello per attirare grandi folle. È proprio questa continuità a rendere il modello particolarmente interessante dal punto di vista commerciale:: è il marchio El Tri, prima ancora della riconoscibilità dell’avversario, ad attirare il pubblico.
In questo meccanismo il ruolo di SUM è stato fondamentale. La società detiene i diritti commerciali esclusivi negli Stati Uniti delle Nazionali messicane, comprese le attività legate alla MexTour maschile e femminile. Si occupa di commercializzazione, marketing, promozione e organizzazione degli eventi. Il risultato è un ecosistema nel quale la partita rappresenta soltanto uno dei prodotti in vendita. Un incontro del Messico offre agli sponsor l’accesso a una base di consumatori enorme e particolarmente fidelizzata. Ed è proprio questo uno degli elementi che rende El Tri così prezioso sul mercato americano. Per la Federazione, inoltre, il denaro prodotto negli Stati Uniti non serve soltanto a finanziare la nazionale maggiore maschile. La FMF ha spiegato che i ricavi generati negli Usa sostengono anche gli altri programmi delle nazionali. L’accordo del 2022 con SUM ha inoltre ampliato la collaborazione commerciale alla Nazionale femminile, confermando la crescita del valore del calcio messicano negli Stati Uniti.