Il calcio inglese è ricchissimo e continua a crescere, eppure ci sono moltissimi club che rischiano di fallire

Quasi tutti i club di Premier e Championship operano in perdita, con grossi problemi di insolvenza. Il caso City è solo la punta dell'iceberg?
di Redazione Undici 14 Ottobre 2026 alle 19:02

Non è tutto oro quel che luccica – o forse non soltanto oro. La Premier League, il calcio inglese in generale, vive il momento più straripante della sua storia: domina il mercato, il giro d’affari, il concentrato di campioni all’interno di top club sempre più performanti a livello globale. Eppure non è l’El Dorado del pallone. La burrascosa vicenda che ha colpito il Manchester City potrebbe presto riscrivere le gerarchie delle forze in campo. Ma in base alle ricostruzioni di diversi analisti finanziari, il problema di sostenibilità potrebbe non limitarsi solo ai Citizens. Un dato su tutti, sottolineato da Reuters: il 94% dei club nelle prime cinque divisioni nazionali opera in perdita (cioè 109 su 116). Il trend è in continua crescita. E quasi i due terzi dei membri tra EFL e National League – cioè la totalità del calcio professionistico e anche oltre – presentano situazioni di insolvenza strutturale. Com’è possibile allora che non ci si accorga di nulla?

Il monito più recente arriva dall’Independent Football Regulator (IFR), l’ente nazionale di sorveglianza che in settimana ha dichiarato che i club inglesi sono “pericolosamente esposti” ad alti rischi finanziari. Al contempo ha caldeggiato la necessità di controlli più stringenti a bilancio e una programmazione condivisa nel medio-lungo periodo per migliorare la sostenibilità di realtà calcistiche troppo spesso energivore. Se finora insomma, dal Chelsea in giù, la situazione non è precipitata è grazie alla liberalità dei proprietari. Che all’occorrenza sganciano denaro liquido – anche in quantità massicce – e raddrizzano il corso di una nave che però prosegue verso acque sempre più turbolente. In altre parole, se un giorno ai piani alti dovessero cambiare idea, finirebbe la pacchia. “Da anni i tifosi di calcio stanno vivendo con l’ansia di sapere che la loro squadra potrebbe essere a un solo cattivo presidente di distanza dalla rovina assoluta”, è l’impietoso commento degli addetti ai lavori.

Il rapporto dell’IFR ha colpito un ambiente già scombussolato dalle implicazioni del caso City. Perché dietro agli acquisti faraonici che ormai rappresentano l’ordinaria amministrazione tra Premier League e pezzi di Championship, incombe la certezza che più di un quarto dei club finirebbe al verde nel giro di un mese, non appena i rispettivi proprietari decidessero di chiudere il rubinetto. Soltanto nella scorsa stagione, nelle prime cinque divisioni ci sono stati 20 club su 116 che hanno speso oltre l’80% dei loro ricavi soltanto per pagare gli stipendi dei calciatori – con sei dei quali arrivati a superare quota 100%. Più di un semplice campanello d’allarme. Certo, per il momento ci sono troppi incentivi commerciali, sportivi e d’immagine per pensare che la Premier smetta di essere la Superlega di facto del calcio europeo e mondiale. Ma ignorare le inquietanti istantanee che arrivano dietro le quinte, sarebbe un’ingenuità madornale. E continuare a indebitarsi all’infinito non può essere la soluzione: in Inghilterra stanno iniziando a capirlo. Basterà per cambiare il modo di fare calcio?

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