C’era una volta il Como di Pecchia e Amoruso, fugace comparsata in Serie A di inizio millennio. Correva la stagione 2002/03: in quegli stessi mesi, in Inghilterra, a vincere la Premier League era il Manchester United. E chi se no. La corazzata di Sir Alex, con Beckham, Scholes, Van Nistelrooy e altre vagonate di talento. Un abisso, insomma. Eppure le due squadre non erano mai state così vicine – almeno per categorie parallele – e non lo sarebbero più state per parecchio tempo. Perché mentre i Red Devils, qualche anno dopo, volavano sulle ali di Rooney e Cristiano Ronaldo, il Como brancolava in Serie D. Era fallito, è risalito e rifallito. Infine rifondato nel 2017, quando lo United vinceva l’Europa League – ultimo trofeo internazionale della sua grande storia. Premessa lunga, direte voi, ma necessaria per far rimbombare ancora di più la dimensione dell’impensabile consumatosi mercoledì sera allo Stadio Sinigaglia. Como-Manchester United 4-1. O se preferite, Como 4, Manchester United 1. Rimescolate le cifre, il layout sul tabellone: il risultato non cambia. L’ex provinciale, alla sua prima annata di sempre in Champions League, ha profanato una delle sue più prestigiose protagoniste. Col puro talento dei suoi giocatori.
Il fatto non è tanto che il Como ha battuto il Manchester United – sì, piace ripeterlo, per ribadire l’effetto che fa. In partita secca, nel calcio di oggi, nella stessa competizione, può sempre capitare. Ma il Como ha travolto il Manchester United. E Cesc Fàbregas ha dato una lezione di calcio a Michael Carrick. L’equilibrio è durato giusto il tempo di un tiro a giro: quello di Dalot fuori di un soffio, quello di Nico Paz perfetto all’incrocio. Poi un monologo biancoblù, corale e incontenibile soprattutto nel secondo tempo, davanti a un pubblico perfino stanco di stropicciarsi gli occhi davanti a ogni sontuosa giocata di Nico e compagni. Soltanto a tempo scaduto, più distrazione che moto d’orgoglio, Zirkzee ha segnato il gol della bandiera.
Buon per le statistiche. Oggi ci ritroviamo a raccontare l’esito di una partita che sul piano storico – dei rispettivi trascorsi, blasoni, tutto – non ha semplicemente alcun senso di esistere, se non alla console. In chiave economica e di programmazione sportiva, invece, questo Como che prende a pallonate i Red Devils non deve nemmeno sorprendere. Perché d’accordo, lo United è ben lontano – eufemismo? – dai fasti di un tempo. E ogni stagione che passa, in questi ultimi anni, non perde l’occasione di incappare in qualche fiasco epocale. Ma il Como non è il Grimsby Town, la squadruccia di League Two che l’anno scorso buttò fuori Fernandes e soci dalla EFL Cup contro ogni razionale pronostico. Perché il Como oggi, dinanzi a questo top club, se la gioca alla pari.
Non inganni l’aritmetica dei cartellini, che comunque certifica che i lombardi sono ormai una potenza nascente del calcio continentale: una rosa da oltre 560 milioni complessivi per valore di mercato. Ancora distante dai 928 del Manchester United. Ma qui entrano in gioco la bravura e l’assennatezza della dirigenza sportiva del Como, in sinergia con un regista come Cesc. Nell’ultima sessione di mercato, la bilancia commerciale biancoblù – cioè entrate meno uscite – mostra un segno meno da quasi 130 milioni di euro (se si considerano gli obblighi di riscatto previsti per Moise Kean e Kaiki Bruno). Quella dei Red Devils si aggira invece sui 123 milioni – foraggiata dall’incasso per Hojlund. Insomma: ci siamo vicini.
Eppure siamo anche lontanissimi. La voragine tra chi spende per nevrosi, facendosi abbacinare dal glamour, e chi invece ragiona, puntella, costruisce. Con quella cifra il Como ha garantito un salto di qualità in tutti i reparti a una rosa già valida e fresca, con cinque o sei nuovi titolari subito protagonisti e ben inseriti negli schemi di gioco. Dalle parti di Old Trafford invece sono andati in all-in per tre soli giocatori: Tielemans, Andrey Santos e Carlos Baleba. Quest’ultimo, centrocampista camerunense, contro il Como è stato il peggiore in campo ed è stato sostituito a fine primo tempo proprio da Santos. Ma la musica – rumba? – non è affatto cambiata. Per la cronaca e ironia della sorte: sono costati allo United 132 milioni di euro in due. Un’eresia, che la dice lunga sullo stato di doping finanziario in cui versa il calciomercato della Premier League, ormai offuscato e incapace di rallentare. Il campionato resterà pure il più bello del mondo. La squadra invece no. Impari dal Como, semmai. E non soltanto per un poker che è già storia.