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Consigli per gli acquisti

Emergenti, versatili, giovani: da Bernardo Silva a Gnabry e Ben Yedder, sei giocatori futuri protagonisti del calciomercato.

Di Santo Di Vico

Sei calciatori per sei campionati europei. Sei talenti nati nell’ultimo decennio del Ventesimo secolo legati dal concetto di versatilità tattica e destinati a diventare l’oggetto del desiderio del top club d’Europa nei prossimi mesi.

Wissam Ben Yedder

Quando si è in grado di svolgere un gran numero di mansioni, senza alterare minimamente il proprio rendimento, difficilmente si avranno delle difficoltà. Questa legge non scritta si applica perfettamente alla concezione calcistica di Wissam Ben Yedder, l’uomo in più di Jorge Sampaoli in quel di Siviglia. Il francese classe ’90 è atterrato in estate in terra andalusa, consapevole di giungere in un ambiente in piena fase rivoluzionaria. L’addio di Emery, infatti, ha consentito al Siviglia di ripartire di zero, reinventandosi grazie al supporto di un nuovo condottiero in panchina, il cui obiettivo primario è stato quello di amalgamare ben otto nuovi calciatori offensivi, tutti provenienti dal mercato estivo. Tra questi, come detto, figura anche Ben Yedder, i cui 9 milioni di euro sborsati nelle casse del Tolosa gli valgono il quarto posto nella classifica degli investimenti più onerosi del mercato 2016/17 del Siviglia. Davanti al francese, sia per quanto riguarda le cifre d’acquisizione, ma soprattutto nella testa di Sampaoli, Vázquez e Correa, i veri colpi del mercato andaluso al pari di Vietto, Nasri e Ganso. A Siviglia arrivano anche Sarabia e Kiyotake (poi partito a gennaio), oltre al già presente Vitolo: in pratica, 9 calciatori in lizza per tre o quattro maglie da titolare, a seconda della soluzione tattica optata da Sampaoli.

FBL-ESP-LIGA-SEVILLA-VILLARREAL

Là davanti, pertanto, c’è da sgomitare per emergere, soprattutto per Ben Yedder, arrivato in Spagna con un biglietto da visita tutt’altro che di poco conto: 71 reti in 174 presenze con il Tolosa, a 25 anni. Parliamo di un atleta che va in doppia cifra ormai da cinque stagioni consecutive, contando anche quella in corso: sono già 15 le reti tra Liga, Coppa del Re e Champions. Il tutto assume maggior risalto se consideriamo che Ben Yedder non è un centravanti di natura, nonostante il termine coniato dai suoi ex tifosi, Benyebut, per enfatizzarne la verve realizzativa. In Ligue 1, Ben Yedder ha agito da 10 puro: il metro e settanta di altezza, l’esplosività nello scatto iniziale e la capacità nel dribbling nello stretto ricordano vagamente Salah, ma, a differenza dell’egiziano, Ben Yedder è in grado di calciare discretamente bene con entrambi i piedi. L’altra caratteristica che impressiona è l’incredibile forza nelle gambe (le similitudini con il Tévez juventino da questo punto di vista sono evidenti). Ciò ovviamente ne facilità il controllo della sfera, specie nelle situazioni più complesse, nelle quali il francese riesce sempre a trovare il compagno più vicino con estrema lucidità.

Un identikit che si sposa a meraviglia con il mantra calcistico di Jorge Sampaoli, anche se, all’inizio, Ben Yedder è partito titolare in poche occasioni. Appena cinque nelle prime 14 gare di campionato, una in Champions, nonostante il francese sia il capocannoniere della squadra nella competizione con due reti. Il 2017 però si palesa immediatamente come l’anno della definitiva esplosione: il 7 gennaio 2017, alla 17esima giornata contro la Real Sociedad, Ben Yedder si trasforma in Benyebut e trova la prima tripletta con gli andalusi. Da lì in poi il francese ha avuto sempre il posto assicurato nello starting XI.

La tripletta contro la Real Sociedad

Serge Gnabry

Sono le 23:26 del 26 agosto 2016 e Pietro Nicolodi, telecronista di Fox Sports, twitta: «Ridatemi Rufer, Neubarth, Votava, Borowka, Bode, Riedle, Voeller e soprattutto Rehhagel. Il più inguardabile Werder Brema della storia». Era da poco terminata la prima gara della Bundesliga 2016/17 e il Werder abbandonava l’Allianz Arena dopo aver incassato sei reti dalla nuova creatura di Carlo Ancelotti. Soltanto sei giorni prima, suppergiù allo stesso orario, Serge Gnabry era in campo al Maracanã di Rio de Janeiro contro il Brasile, per contendersi ai calci di rigore la finale della 31esima edizione dei Giochi Olimpici. L’esito di quell’incontro è noto: la Seleçao di Neymar vendica (in microscopica parte) il Mineirazo di due anni prima subito dalla selezione maggiore e supera i tedeschi ai calci di rigore. In quel momento, in pochi avrebbero scommesso su Gnabry (ai molti ancora acerbo nonostante l’esperienza in Inghilterra) uomo-guida del Werder 2016/17.

Eppure l’impatto con il campionato tedesco è devastante: alla seconda presenza in maglia bianco-verde, il classe ’95 spacca letteralmente la porta di Sommer, estremo difensore del ‘Gladbach, con un destro al volo dal limite dell’area che si insacca sotto  l’incrocio alla sinistra del portiere svizzero. Quella gara, la terza del campionato tedesco, termina 4-1 per il Borussia e costa la panchina all’ucraino Viktor Skripnik. A Brema arriva Alexander Nouri, il quale modifica in minima parte il trend negativo della squadra. L’unico faro nella notte è proprio il ragazzo di origini ivoriane, acquistato dal Brema per soli 5 milioni di euro sborsati nelle casse dell’Arsenal. Un vero e proprio affare considerando che il classe ’95 è andato a segno ben 7 volte nelle 15 partite di Bundesliga disputate, collezionando anche una tripletta rifilata al San Marino nella gara d’esordio con la Mannschaft senior.

Il gran calcio al volo contro il Borussia Mönchengladbach

Il Werder Brema continua a galleggiare nelle retrovie della classifica della Bundesliga e, a prescindere da come terminerà l’annata dei bianco-verdi, difficilmente Serge Gnabry resterà anche nella prossima stagione. In prima fila c’è il Bayern Monaco, che acquistando Gnabry si ritroverebbe un sostituto all’altezza dei senatori Ribery e Robben. La fascia è l’habitat naturale del numero 29 del Werder, schierato nella maggior parte dei casi sempre a sinistra nel 4-1-4-1 o 4-2-3-1 di Nouri. Lo spunto solitario palla al piede è una delle specialità della casa e, a tal proposito, la rete siglata all’Amburgo è una delizia per gli occhi. A sorprendere è la rapidità con la quale l’Arsenal si sia sbarazzata di un talento così cristallino.

Son Heung-Min

Di questi tempi si parla tanto del Tottenham di Mauricio Pochettino, tecnico che conserva nella propria valigia gli insegnamenti di Marcelo Bielsa, sul finire degli anni ‘80 suo allenatore nel Newell’s Old Boys. Uno dei giocatori più interessanti è Son Heung-Min, uno che, nel breve o magari nel lungo periodo, consentirà al Tottenham di ottenere una plusvalenza alquanto rilevante. Il classe ’92 della Corea del Sud sta disputando una stagione incantevole. In Premier Son è andato a segno già 7 volte in 21 apparizioni. La qualità preponderante del sudcoreano, cresciuto nelle giovanili dell’Amburgo, è la versatilità tattica. La scheda di presentazione recita “esterno d’attacco di fascia sinistra”, ma l’abilità nel calciare con entrambi i piedi gli consentono di giostrare tranquillamente su entrambe le corsie. Inoltre, i 183 centimetri permettono di ampliare ulteriormente il ventaglio delle opzioni tattiche di Son, il quale diventa la prima scelta al centro dell’attacco del Tottenham nelle rare occasioni in cui si deve far fronte all’assenza di Harry Kane. Anche se, nel 4-2-3-1 di Pochettino, la posizione standard di Son è quella di esterno largo a sinistra, affiancato da Alli al centro ed Eriksen a destra, ovvero il tridente a sostegno di Kane.

Un saggio delle qualità del sudcoreano

Credere nella crescita esponenziale di questo calciatore è una scelta saggia per diversi motivi: in primis, la giovane età rapportata alle esperienze, tutte positive, maturate del ragazzo di Chuncheon nel corso degli ultimi sette anni in Europa. In secondo luogo, lo spirito d’adattamento. A soli 16 anni arriva in Germania, e diventerà il più giovane marcatore della storia dell’Amburgo grazie al gol siglato a 18 anni contro il Colonia nell’ottobre del 2010. Il definitivo salto di qualità è percepibile osservando le prime partite disputate con la maglia del Bayer Leverkusen. Nei due anni con le Aspirine la percentuale realizzativa di Son lieviterà in maniera consistente. I numeri parlano di un goal ogni tre partite in media: non male per un esterno di fascia, o meglio, per l’erede designato di Park Ji-Sung, noto connazionale di nove anni più grande, ritiratosi nel 2014. Rispetto all’ex calciatore del Manchester United, Son è meno disciplinato dal punto di vista tattico (aspetto che sta limando grazie alla guida di Pochettino), ma vanta indubbiamente un numero maggiore di colpi individuali nel proprio repertorio. Su tutti, lo scatto bruciante palla al piede e la scaltrezza nel girarsi e calciare in porta in maniera fulminea. Tutte caratteristiche complementari a quelle di Park, maestro nell’inserimento senza palla: un peccato per la Corea del Sud non averli sfruttati abbastanza nello stesso arco temporale. Di certo, è avvenuto un passaggio di testimone, ed è per questo che il volto del calcio asiatico nei prossimi cinque anni sarà quello di Son Heung-Min.

Bernardo Silva

Chi vince ha (quasi) sempre ragione. Ecco perché, a distanza di mesi, chiedersi il perché della mancata convocazione di Bernardo Silva ad Euro 2016 va dritta nel cassetto delle domande senza una risposta. Eppure il dubbio permane, nonostante Ronaldo e compagni abbiano trionfato senza il profilo più interessante (al pari di Guedes) dell’ultima generazione del calcio lusitano. Fernando Santos, ct del Portogallo, ha richiamato il talento classe ’94 nelle prime quattro gare di qualificazione per Russia 2018. D’altronde era inevitabile, a vedere le partite del Monaco nella stagione in corso. Se il pubblico del Louis II rimane estasiato ogni fine settimana dal gioco dei ragazzi in maglia biancorossa, il merito è in gran parte del proprio numero 10. Il ruolo di Bernardo Silva, all’interno del contesto monegasco, ovviamente non è strettamente legato alla concretizzazione, e neanche alla rifinitura del passaggio finale, nonostante il ruolo naturale del portoghese sia quello del trequartista. Bernardo Silva è un mancino votato al creare gioco, un qualcosa di molto vicino all’idea di impostazione della manovra, ma differente da tale aspetto perché la giocata di Silva, spesso, è quella che provoca disordine nella difesa avversaria, il preludio a un’azione determinante.

Qualcosa che aveva già fatto vedere contro la Juventus, nel ritorno dei quarti di finale di Champions di due stagioni fa. Al 6′ di gioco, il portoghese passeggia palla al piede sulla corsia di destra per poi scaricare, in una maniera che sembrerebbe svogliata, per Kondogbia, che controlla e calcia da 25 metri fuori misura. Oppure quando, ingabbiato da Evra, Pirlo e Chiellini, dà il via a un triangolo nello stretto con Joao Moutinho, per poi chiudere la stessa manovra dribblando ancora Chiellini, ma sciupando nel momento più caldo l’occasione grazie ad un intervento in scivolata di Barzagli. Terminata quella stagione, Bernardo Silva fu protagonista di uno sfortunato Europeo Under 21, dove il suo Portogallo (che annoverava, tra gli altri, anche Joao Mario e Guerreiro) perse in finale contro la Svezia.

Nicolai Jorgensen

Parlare di Nicolai Jorgensen implica, in parte, ricordare una piccola cicatrice della storia recente della Juventus. Primo incontro della fase a gironi della Champions League 2013/14: la Juventus di Conte scende in campo al Telia Parken per affrontare il Copenaghen, sulla carta la vittima sacrificale di un girone composto anche dal Real Madrid e dal Galatasaray. La gara termina 1-1: a sbloccare la partita è proprio Nicolai Jorgensen, all’epoca 23enne, in grado di trafiggere Buffon sugli sviluppi di una palla inattiva. Per i successivi tre anni, il centravanti classe ’91 ha continuato a vestire i panni del marcatore letale nella massima serie danese, chiudendo la propria esperienza nel Copenaghen con 43 centri in 99 presenze. In estate Jorgensen è diventato il nuovo numero 9 del Feyenoord. Il cammino della squadra di Giovanni van Bronckhorst è stato sino ad oggi impeccabile e il vantaggio di 5 punti sull’Ajax dopo 21 giornate di Eredivise è già un validissimo motivo per esaltare tutta la parte rosso-bianca di Rotterdam. Per soli 3,5 milioni di euro il club olandese si è assicurato non soltanto un centravanti in grado di portare a casa un bottino medio di 15 reti stagionali (già raggiunto quest’anno), ma anche un calciatore abile nel giocare divinamente palla al piede, nonostante una stazza non indifferente (190 cm per 87 kg).

È pur vero, però, che il trasferimento al Feyenoord ha radicalmente modificato il raggio d’azione di Jorgensen. Nell’Eredivise è un calciatore molto più orientato verso la fase conclusiva dell’azione, e le 15 reti siglate solo a metà stagione rappresentano la conseguenza più ovvia del nuovo ruolo dell’attaccante danese. Il numero 9 agisce da boa al centro dell’attacco, e l’unico movimento previsto dal piano tattico di Van Bronckhorst consiste nell’abbassarsi centralmente al fine di allargare la manovra e favorire gli inserimenti degli esterni Elia e Berghuis. A Copenaghen, invece, spesso Jorgensen ha sbrogliato partite agendo da fantasista puro. Un ruolo in grado di valorizzare la capacità nel saltare l’uomo del gigante danese, oggi trasformatosi in una punta più cinica, più concreta: l’ingrediente che mancava al Fayenoord per ritornare sul tetto di Olanda.

Amadou Diawara

Premessa, nonché sintesi estrema: Diawara è davvero forte. Giuntoli, ds del Napoli, per 15 milioni di euro ha regalato ai tifosi del San Paolo il fulcro attorno al quale costruire un’intera squadra nei prossimi 10 anni. L’impatto di Amadou Diawara in maglia azzurra è mal rapportato con il numero di presenze stagionali del calciatore originario della Guinea, 17 totali di cui solo 11 in campionato. È evidente che il Napoli giri in maniera differente a seconda del trittico di centrocampisti schierati in campo. Dal punto di vista del livello qualitativo delle prestazioni, il duo Diawara-Zielinski ha nettamente spodestato la coppia Jorginho-Allan. Tuttavia Sarri ha preferito impostare l’evoluzione della cabina di regia in maniera graduale, ruotando tutti i centrocampisti in questione.

Diawara nella scorsa estate decide di chiudere il rapporto con il Bologna, non presentandosi al ritiro di Castelrotto e inviando un fax per motivare la propria assenza (troppo stress). Da lì a poco arriverà l’ufficialità dell’acquisto da parte del Napoli. Il resto è storia recente. L’aspetto che più ammalia del classe ’97 è il modo di concepire il ruolo di play basso. Diawara tende sempre a giocare dietro la linea della palla, fornendo supporto immediato ai centrali di difesa del Napoli, agli esterni difensivi e ai compagni in mediana, tutti certi di poter scaricare la sfera sul guineano, il quale detterà poi i tempi della successiva manovra azzurra. Altro aspetto di altissima fattura è il calcio verticale di Diawara, il quale ha fatto chiaramente intendere di prediligere la praticità ai virtuosismi. Il numero 42 del Napoli offre linee di passaggio immediate, in grado di tagliare in due i reparti delle squadre avversarie. Come fece nel 3-2 del Bologna contro la sua futura squadra, nella scorsa stagione. Il primo gol dei felsinei fu di Destro, servito da un lancio verticale di 40 metri dello stesso Diawara. Un altro aspetto che non passa inosservato è la sua fisicità: le lunghe leve consentono a questo ragazzone di 184 centimetri di uncinare ogni pallone.