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Calcio

La scienza di Pochettino

La disciplina tattica e l'educazione fisica di Mauricio Pochettino, che decise di diventare allenatore dalla prima volta che mise piede in campo.

MIDDLESBROUGH, ENGLAND - SEPTEMBER 24: Mauricio Pochettino manager of Tottenham Hotspur (C) looks on from the team bench prior to the Premier League match between Middlesbrough and Tottenham Hotspur at the Riverside Stadium on September 24, 2016 in Middlesbrough, England. (Photo by Dan Mullan/Getty Images)

Un suo attaccante ha pensato seriamente di ammazzarlo, mentre per un suo difensore le sedute di allenamento con lui erano «orribili». La stampa inglese per due anni non ha sopportato che in conferenza stampa si presentasse con l’interprete e ora si lamenta che dal 2013 ancora non si ha memoria di una sola sua dichiarazione interessante tranne: «Una volta ho segnato anche io in carriera, dovrebbe esserci su Youtube». Quando poi Lamela segnò di rabona da fuori area in una partita di Europa League lui rimase impassibile, unica sfinge in uno stadio in delirio, mormorando semplicemente a fine partita: «Sì, è stato uno dei gol più belli che ho visto in vita mia. Ma le emozioni io le mostro solo a casa, nel mio letto». Questo, senza fronzoli né favole, è Mauricio Pochettino. L’anti-personaggio arrivato dalla pampa e incoronato suo malgrado personaggio, l’uomo che – da quando lo scorso weekend ha battuto col suo Tottenham la corazzata City di Guardiola – è diventato l’allenatore più studiato e, forse, apprezzato della Premier League. Nonostante se stesso.

È la sindrome Pochettino, che un po' somiglia a quella di Stoccolma. È il complesso meccanismo per cui questo inflessibile, feroce, anti-mediatico e misurato argentino di provincia è adorato dai suoi giocatori e osannato dai giornalisti nonostante distrugga di allenamenti i primi e frustri sistematicamente i secondi. Un fenomeno spiegabile solo se si scandaglia nella sua vita e nella sua carriera, nel suo cuore, nel suo pensiero e nel suo calcio, studiandone ogni faccia come se fosse una materia scolastica, perché ogni faccia è un indizio per capirlo.

Alli, contro il Man City, segna il gol del 2-0

Geografia

Pochettino non è figlio del lunfardo. Non parla il gergo delinquenziale del Rio de la Plata, non è cresciuto nell’universo gaglioffo e sfacciato di Buenos Aires e non ha respirato da piccolo l’intemperanza della Boca. È nato nel ’72 a Murphy, dipartimento Generál Lopez, provincia di Santa Fe. Cresce nella pampa spalancata e concreta, in una famiglia di agricoltori lontana dalle tentazioni, in un paesino di quattromila anime popolato da silos e bestiame come quelli raccontati da Osvaldo Soriano. A Múrfi – la pronuncia argentina non se la scrollerà mai di dosso – gioca a pallone in campi da calcio travestiti da campi di mais e in campi di mais che si illudono di essere campi da calcio finché una notte, alle due, un pazzo che guida una Fiat bussa alla porta di suo padre. È un osservatore, ha diviso la cartina dell’Argentina in 70 aree e sta macinando 25mila km in cerca di giovani giocatori. Fai vedere le gambe, prova due palleggi, stai dritto con la schiena: ok figliolo, il Newell’s Old Boys ti aspetta. Quel pazzo è Marcelo Bielsa, che lo allenerà fino al 1994, gli farà vincere gli unici campionati della sua carriera e lo segnerà per tutta la vita. A Rosario, Pochettino debutta a 16 anni, in una squadra basata su un’alchimia di giovani e senatori che in panchina cercherà di replicare in ogni situazione. Guida la difesa fino alla finale di Copa Libertadóres, mena come solo da quelle parti sanno menare e si guadagna il soprannome di El Sheriff. Martin Mazur, giornalista di El Gráfico, non ha dubbi: «Molti giocatori decidono di diventare allenatori prima di appendere le scarpe al chiodo. Pochettino ha cominciato ad esserlo dal primo giorno in cui le ha indossate».

Sono gli anni in cui l’Argentina esporta carne di manzo, grano e giovani talenti. Come Valdano, Batistuta, Sensini e Balbo, Pochettino fa rotta sull’Europa, destinazione Barcellona. Ma i riflettori gli danno fastidio, quindi la sponda Espanyol gli calza a pennello e al Sarriá diventa un idolo, lo straniero con più presenze nella storia del club. Di esotico ha solo una capigliatura demodé alla McGyver e un furore agonistico innaturale. Il resto, dalla mentalità alla professionalità alla serietà, sono quasi tedesche. Nemmeno la breve parentesi al Bordeaux e in un Paris Saint-Germain ancora non miliardario scalfiscono il monolite della sua volontà. Pochettino torna all’Espanyol, vince una seconda Copa del Rey e chiude da eroe. Ora che ha vissuto in due mondi, può provare ad esplorare un nuovo universo: la panchina.

Non è vero che segnava poco, anzi, per un centrale non se la cavava male. Qui di prima da fuori area, contro il Valencia nel 1997.

Filosofia

Oggi che la rete è ricca di ritratti e analisi del suo calcio, Pochettino è un libro aperto. Ma per i tifosi dell’Espanyol che lo videro arrivare sulla loro panchina nel 2009, con la squadra ultima in classifica, era solo una speranza. Grande difensore, bandiera indiscussa, certo. Ma poteva salvarli uno che fino a quel momento aveva al massimo fatto il vice-allenatore della squadra femminile? Eppure lo Sceriffo non era un novizio. Quando aveva vent’anni e vinceva il Clausura, Bielsa obbligava lui e i compagni a leggere tre giornali sportivi al giorno, a studiare gli avversari e a stendere dei report. Con la sua ossessione per un calcio meccanico e scientifico, li aveva contagiati tutti: 15 su 18 di quella squadra sono diventati allenatori. Così, quando Pochettino cominciò a curare maniacalmente ogni dettaglio dello spogliatoio dell’Espanyol, trasferendo praticamente la residenza al campo di allenamento, fu subito evidente che aveva qualcosa da insegnare. La sua filosofia è un calvinismo calcistico, dove il lavoro e solo il lavoro dà frutto. Sedici ore al campo, attenzione per i dettagli, dedizione, professionalità. Lo Sceriffo adotta la cultura del Paese dove lavora, crea uno nucleo di giocatori dalla primavera che funzionino da addensatore di identità per ottenere una squadra di calciatori-tifosi. Parla di «passione» come un latinoamericano, ma agisce da europeo, è tanto Sacchi e poco Héctor Cúper: i pugni sul cuore sono pittoreschi, ma se vuoi battere il Barcellona nel derby e salvarti servono sedute triple di allenamento e programmazione, etica e razionalità. È la banalità del lavoro quella che conta, nulla più. L’unica concessione alla mistica è un pellegrinaggio a piedi al Montserrat per ringraziare la Madonna per la salvezza ottenuta, ma a patto che la mattina dopo nessuno arrivi tardi al campo.

ENFIELD, ENGLAND - AUGUST 27: Manager of Tottenham Hotspur, Mauricio Pochettino looks on during a Tottenham Hotspur training session on August 27, 2014 in Enfield, England. (Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Psicologia

Pochettino non è un talebano né un gretto analista di dati. Monitora il sonno, conduce video-analisi, ogni mattina fa test sulla saliva e questionari su iPad per definire lo stato di forma di ogni giocatore, ma non è uno stregone. Non fa l’orologiaio tattico, non pretende di ridurre i calciatori a ingranaggi intercambiabili di un giocattolo fisso. È un allenatore vero, capace di modellare il suo duttilissimo 4-2-3-1 attorno agli avversari. Ma per farlo ha bisogno di plasmare prima la fibra e poi la tempra dei suoi giocatori. Alla fibra pensano i preparatori, alla tempra pensa lui, programmandoli per essere cacciatori di palloni, attori assatanati di un pressing altissimo e perpetuo. Il capolavoro in questo senso lo fa al Southampton, dove Nicola Cortese lo porta nel 2013, secondo argentino ad allenare in Inghilterra dopo Osvaldo Ardiles. Trascina la squadra dal terzultimo posto all’ottavo, record storico di gol, vittorie, punti e piazzamento. I Saints sono improvvisamente diventati un gruppo. Forse è merito del rituale delle Fiji a cui una volta li ha sottoposti in ritiro: ognuno spinge una freccia di plastica sulla gola del compagno, fino a spezzarla, per imparare a fidarsi degli altri. Oppure è solo merito dell’educazione: tutti i giocatori sono obbligati a stringersi la mano ogni mattina prima dell’allenamento, le polemiche non sono ammesse (Townsend per uno screzio col preparatore è finito fuori rosa al Tottenham) e quando si prendono due gol negli ultimi cinque minuti incazzarsi non serve. Una doccia, un grazie a tutti e la squadra sa che non ricapiterà.

LONDON, ENGLAND - AUGUST 27: Jurgen Klopp, Manager of Liverpool (L) shares a smile with Mauricio Pochettino, Manager of Tottenham Hotspur (R) during the Premier League match between Tottenham Hotspur and Liverpool at White Hart Lane on August 27, 2016 in London, England. (Photo by Julian Finney/Getty Images)
Con Klopp, agosto 2016 (Julian Finney/Getty Images)

 

Educazione fisica

La psicologia però è fuffa se dietro non ci sono le gambe. Nessuno – tranne forse Jürgen Klopp – si concentra sulla forma fisica e la resistenza come Pochettino. Il quale spesso sembra più un istruttore dei Marines che non un allenatore: sedute triple fino a settembre inoltrato, quando gli altri smettono di fare sedute doppie già ad agosto, dopo la preparazione atletica estiva; partitelle 5 contro 5 in campi sterminati; orologi tolti dal terreno di gioco per far credere ai giocatori di aver corso meno di quanto in realtà hanno fatto. Potenza, fiato e zero grasso corporeo: tutto per migliorare la stamina, la resistenza. Non per niente James Ward-Prowse disse che «servono due cuori per giocare con lui». Oggi il suo Tottenham non è la squadra che corre di più in Premier League (566 km contro i 570 del City e i 581 del Liverpool), però è di sicuro quella più aggressiva in fase di non possesso, con un uno contro uno costante che anestetizza le linee di passaggio avversarie. Nonostante sette giocatori avessero giocato tre partite intere in una settimana, contro il City lo strapotere fisico è stato netto e i 90 scatti di Dele Alli sono stati l’evidenza più netta di come mesi di allenamenti devastanti alla fine paghino. Seppure con un problema, quello della tenuta. Non come le squadre di Bielsa, che dopo 18 gare vanno tutte in fisiologico burnout, ma anche le squadre di Pochettino corrono il rischio di arrivare col fiato corto in primavera. Quest’anno, con la Champions a sottrarre ulteriori energie, la vera sfida sarà questa, ovvero mantenere la stamina alta fino a maggio. E magari non farsi troppo odiare nei 5 giorni della settimana in cui c’è allenamento doppio.

Tottenham Hotspur Training Session

Matematica

Se però Gary Neville, Guardiola e Alex Ferguson hanno speso per Pochettino lodi sperticate, qualche dato più concreto ci deve essere. Dal 2014, sulla panchina degli Spurs Pochettino ha vinto 59 partite su 115, arrivando prima quinto e poi terzo. Ma questo dice ancora poco. Dicono molto di più altri numeri, per esempio quelli sull’età media della squadra: 24,7 anni nel 2015/16, 25,1 in questa stagione, in entrambi i casi la rosa più giovane della Premier. Coerente con la filosofia di un allenatore abituato a lavorare coi giovani, in una simbiosi perfetta tra vivaio e prima squadra. I giovani gli danno tutto, lui li ripaga assicurando loro fiducia dentro e fuori dal campo. Il risultato: trae il meglio da ogni calciatore che allena, ha trasformato in oro le quotazioni di tanti prospetti e soprattutto ha portato undici dei suoi ragazzi a debuttare in Nazionale: Lambert, Lallana, Rodríguez, Shaw, Chambers, Mason, Clyne, Kane, Alli, Rose e Dier. «La mia missione è creare una dinastia di talenti», ha detto in una delle rare interviste non soporifere della sua carriera. Detto e fatto, sia a Southampton che a Londra Nord.

Parlano chiaro anche i numeri di questa stagione: miglior inizio di campionato nella storia del Tottenham, difesa meno battuta (3) e record di partite senza subire gol (4). Notevole, dato che parliamo del club che ha incassato più reti nella storia della Premier. Per il resto, la squadra non primeggia in nulla tranne che nei corner guadagnati (57 finora), segno di una pressione costante. È seconda per tiri e duelli aerei vinti, ma non spicca né nel possesso palla, né nei passaggi, né nei tackle (in cui però eccelle Rose), né nell’indisciplina (anche se Wanyama è il giocatore più falloso del campionato). Il Tottenham gioca un calcio senza eccessi, a immagine e somiglianza dell’allenatore, un’aurea mediocritas dove non tutti sanno come attaccare ma tutti sanno come difendere, dove al fischio d’inizio ogni giocatore sa che dovrà correre più degli avversari, tipo quella vecchia storia di leoni e gazzelle. Un calcio dove il talento è ben accetto ma è la fame a essere indispensabile, perché se hai solo la sesta rosa per valore economico, ti devi arrangiare con il carattere. E quello non manca, se è vero come è vero che nelle ultime sei stagioni solo un’altra squadra prima degli Spurs aveva preso meno di 4 gol nelle prime sette giornate: il Southampton allenato nel 2013/14 proprio da Pochettino.

Con Jesus Perez, a sinistra, e un membro dello staff tencico (Paul Gilham/Getty Images)
Con Jesus Perez, a sinistra, e un membro dello staff tencico (Paul Gilham/Getty Images)

Gli Spurs

Ora che è più chiaro perché questo arcigno ex stopper dal volto da salumiere è diventato una star in Inghilterra, non resta che analizzare come gioca il suo Tottenham, secondo in classifica nonostante le assenze pesanti di Dembelé a centrocampo e Harry Kane in attacco. Il modulo, come detto, è il più flessibile possibile: un portiere che gioca alto; una difesa a quattro con i due centrali (Alderweireld e Vertonghen) più bassi e i due terzini – Rose e Walker – proiettati in avanti; una coppia di centrocampisti composta da un “segugio” difensivo che si abbassa a far da schermo e rete di protezione al pressing degli altri compagni (Wanyama o Dier) e da un incursore (Sissoko); tre trequartisti mobilissimi ed estremamente liberi di creare o andare a concludere (Eriksen, Lamela e Alli); un centravanti instancabile (Kane, il neoacquisto Janssen o il jolly coreano Son, bomber stagionale con già 4 gol).

L’avanzamento di Alli da incursore di centrocampo a trequartista è stata una delle chiavi del miglioramento della squadra nella scorsa stagione: un gol e un assist in 10 partite da centrocampista, 8 gol e 10 assist giocando più avanti. Perché Pochettino non ha paura di cambiare e di aprirsi alle novità. Stakanov va bene, ma anche un tocco di Bakunin ci sta. Perciò d’accordo il forcing arrembante, ma non si pongono limiti alla creatività a costo di un po’ di anarchia in avanti. Il risultato è un gioco verticale e diretto, che non disdegna il fraseggio di prima già introdotto da Andre Villas Boas, ma che lo concretizza. Anche a costo di optare per una manovra non sempre ariosa e sinfonica (curiosamente gli Spurs sono la squadra di Premier ad attaccare meno sulla fascia destra, dove agisce un Lamela naturalmente portato ad accentrarsi).

Quello che non manca mai è invece l’equilibrio, specie in difesa, dove Alderweireld è diventato il pilastro inamovibile e dove Rose – da disastro vero e proprio – si è trasformato nel miglior terzino sinistro d’Inghilterra. Gli altri cultori del pressing (Bielsa o Schmidt del Bayer Leverkusen), osano quattro attaccanti o rischiano tre difensori, esponendosi al rischio zemaniano di imbarcate. Pochettino invece guida squadre solide, con la testa sulle spalle e i polmoni larghi, che sfoderano un pressing a zona velocissimo in grado di creare panico. Un calcio che ha necessariamente bisogno di una rosa ristretta perché ammette solo interpreti ultra-preparate fisicamente e tatticamente intelligenti. Due cose che non si trovano facilmente in un giocatore, a meno che non abbia venduto l’anima a Pochettino, il pacioso Dr. Faust che in cambio della vita trasforma i calciatori in campioni.


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