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Aspetta Primavera

Un giovane Primavera della Roma ci ha parlato di calcio, soldi, ambizioni, social, ragazze. Della speranza di farcela e della paura dei “Piani B”.

di Daniele Manusia

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Quanti ragazzi bisogna scartare, ai vari livelli di selezione e formazione del calcio moderno, per ottenere un Cristiano Ronaldo, un Messi, un Pogba? È il segreto di Pulcinella con cui dobbiamo fare i conti quando guardiamo calcio: la competizione serve ad aumentare la qualità del prodotto, e la posta in palio per chi arriva in fondo è più alta che mai, ma quelli che si fermano prima partecipano con lo stesso impegno e le stesse pressioni, se non maggiori, alla scrematura. E questa è un’ingiustizia. Per uscire dal vicolo cieco delle storie dei calciatori falliti, che per quanto tragiche non fanno altro che sottolineare l’ingiustizia, ho pensato di chiedere come vive e cosa pensa a un ragazzo che partecipa attivamente a tale processo, un quasi-calciatore con un piede già nel professionismo ma con l’ultimo passo, il più difficile, ancora da compiere.

La Roma ha acconsentito a farmi parlare con uno dei giocatori della sua Primavera in forma anonima. Una scelta che permette alla società di non esporlo e a me di rendere più universale il suo racconto (pur non dimenticando che si tratta del punto di vista di un diciottenne particolare). «Una cosa anonima? Quindi posso avere massima sincerità su quello che dico, giusto?», ha chiesto lui all’addetta stampa che ci ha presentati.

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Un nuovo tipo di calciatore

Lo sport infantilizza gli spettatori, ma ha l’effetto opposto sugli sportivi: riascoltando i file audio mi sono accorto che sembro io il ragazzino. Ci ho messo un po’ ad abituarmi al ribaltamento della prospettiva, a frasi come: «Il calcio è disciplina. Tu impari a essere così in tutte le cose della vita quotidiana oltre il calcio… A me è stato insegnato che l’umiltà è la cosa che ti fa vincere… Sì, parliamo di sport, ma in realtà è un lavoro. Non tutte le persone lavorano a diciotto anni, per cui devi fare presto a maturare».

L’ipotesi che fossero discorsi preparati allo specchio l’ho esclusa quando, ancora dopo i primi due incontri, è rimasto fedele a questo tipo di registro. Anzi, mi sono reso conto che ragiona con il filtro del calcio anche quando parla di altro, tipo un suo amico che studia cinema a Londra, lontano dalla famiglia: «È un ragazzo forte, sa che sta là per la sua vita, per provare a diventare regista». O quando parliamo di ragazze. Lui non è fidanzato in questo momento perché è una cosa che «condiziona la tua vita calcistica, quando giochi devi stare a posto». Però un giorno, prima di una partita, va al cinema con una ragazza. Gli chiedo a che ora è tornato: «Alle dieci. Ma lei capisce. Ci sono ragazze difficili che ti chiedono di uscire. Ma se hai una ragazza intelligente, rispetta quello che devi fare. Se non lo capisce… è difficile dire di no a una ragazza, per questo devi stare con una brava».

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Ricorda un allenatore che un giorno gli ha detto: «A volte nella vita non devi usare il cuore, ma la testa» e dice che anche se dovessero tenerlo in panchina per dei mesi lui non darebbe di matto: «Sai che c’è? Quando arrivi a questo punto peggiori la tua situazione. Sei te che devi arrivare a giocare. È peggio per te, è come, non lo so, affogarsi da soli nell’acqua. È come se vai all’Università e lanci un libro al professore». 

Una delle idee che avevo prima di iniziare a lavorare a questo pezzo era che, in un contesto ipercompetitivo, le future generazioni di calciatori saranno fatte su misura per il mondo che li aspetta. Non è detto che sia un male, ma è vero anche che noi non ci immedesimiamo solo nei successi degli sportivi, ma anche nelle loro debolezze. Chiedo al quasi-calciatore se secondo lui uno come George Best potrebbe giocare oggi come oggi: «Secondo me non riuscirebbe ad arrivare ad alto livello. Ci si allena molto di più, una volta magari c’erano i fenomeni che potevano anche permettersi di saltare gli allenamenti, giocare solo il sabato e fare tre gol a partita. Ormai è più complicato perché magari c’è gente che si allena più di te e se non ti alleni quanto loro rischi solo di non metterti in condizione di fare una buona partita». Gli dico che per un certo tipo di spettatore sono proprio quei fenomeni il bello del calcio. Risponde: «Non è che non ci sono più fenomeni, è che il calcio è diventato molto meno individuale».

Forse il punto è che anche le debolezze devi potertele permettere: «La competizione si vede nel fatto che noi ci meniamo tanto in allenamento. E se uno si fa male significa che non ha messo bene la gamba nel contrasto». Oppure: «La competizione è una cosa sana, perché se vedi uno che fa meglio di te ti metti sotto. Non ci dovrebbe essere invidia. Di che sei invidioso? Di uno più bravo di te? Allora impegnati di più, dimostra che non è così». 

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Una nuova forma di celebrità

Un suo compagno che ci passa accanto mentre parliamo gli chiede: «Che stai già scrivendo l’autobiografia?». La situazione specifica è ambigua (i suoi compagni ci hanno visto parlare più volte) ma è la loro condizione di quasi-calciatori a rendere ancora più confusa la distinzione tra pubblico e privato, di ciò che può o potrebbe interessare la gente. Anche in questa materia lui è preparatissimo. Ha le idee chiare sul ruolo pubblico del calciatore: «Se fai questo tipo di vita hai una responsabilità, un esempio da dare. E poi hai una dote che devi proteggere».

Di questo aspetto della faccenda ne ho parlato con l’addetta stampa della Roma Primavera, il cui lavoro consiste anche nel controllare le foto sui profili dei giocatori: «A parte che è una decisione societaria, che i ragazzi devono mantenere un profilo basso. Ma anche per loro, è una cosa personale. Se c’è il direttore sportivo del Chelsea che è interessato e vuole sapere che tipo è un giocatore, guarda sul suo profilo Instagram e c’è una foto sbagliata magari dice: questo lasciamolo perdere. Come a un colloquio. Ma gli dico anche di stare attenti ai giornalisti: se pubblichi su un social un’offesa a un’altra squadra, prima o poi te la tirano fuori, anche dopo dieci anni». Devo specificare che questo discorso è precedente al “caso Donnarumma”, con i giornali dei siti italiani che hanno tirato fuori status di Facebook in cui il portiere offendeva Allegri e Conte, risalenti a quando aveva tredici e quattordici anni. Il colmo si è raggiunto con il comunicato ufficiale del Milan, nel quale la società spiegava che si trattava di un errore di giovinezza.

Una situazione ingestibile anche per un ragazzo in buona fede. Il quasi-giocatore dice che nel calcio «ormai se ne sono viste talmente tante, forse ci sono più esempi negativi che positivi» e se un calciatore si scatta una foto in discoteca il giorno prima di una partita «significa che sta facendo male il proprio lavoro». Ma non può essere certo di non commettere errori: «Tutti possono fare qualcosa di sbagliato, può succedere nella vita. Forse non dovresti farti beccare, cioè lo fai per conto tuo. È sempre un problema, ma se sei una persona con delle responsabilità non dovresti far vedere questa cosa, se è una cosa brutta».

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Il calcio come mezzo per uscire dalla povertà

Lui si allena seriamente da quando ha sette anni: «Tornavamo a casa tardissimo, perché i più piccoli si allenavano per ultimi, dopo le altre squadre. L’allenamento iniziava alle sei e mezza e finiva alle otto e mezza, ci facevamo le docce in quaranta e alle dieci stavo a casa. I compiti li facevo in macchina». Ma ci sono suoi compagni di squadra meno fortunati, che magari da quando avevano dodici o tredici anni hanno dovuto scegliere di vivere a Trigoria (nel centro sportivo o in degli appartamenti adiacenti).

I migliori in Primavera guadagnano soldi, alcuni anche da quando hanno sedici anni: «La cosa che ti scatta dentro è quella del lavoro. Ti dici: quindi sto guadagnando». È impossibile sapere quanto  esattamente: secondo una tabella pubblicata dalla Gazzetta dello Sport a settembre 2015, con gli stipendi delle rose di Serie A, Gnoukuri all’Inter e Vitale nella Juventus 100mila euro, Donnarumma al Milan 90mila e Calabria addirittura 120mila; ma è ragionevole pensare che siano eccezioni e che il calciatore Primavera medio guadagni molto di meno.

Lui dice che se qualcuno glielo chiede risponde che non lo pagano, e che questi discorsi restano fuori dallo spogliatoio: «Io so che se me lo merito, perché magari hanno visto qualcosa in me e hanno deciso di farmi il contratto, non vuol dire che un mio compagno non se lo meriti. Di queste cose tra di noi non se ne parla. Magari tra i grandi sì, ma tra noi non si parla di queste cose. Niente. Uno può fà una battuta, ma non se ne parla mai».

Mi racconta di «ragazzi che portano i soldi a casa», perché «magari i genitori un lavoro neanche ce l’hanno». Un suo compagno vive a Trigoria già da qualche anno e viene da una famiglia modesta, con il senso del dramma di un post-adolescente, il quasi-calciatore dice: «Lui ha fatto una scelta proprio calcistica, di vita: io vivo per il calcio. Perché è l’unica salvezza che può avere».

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E la passione?

Messa così sembra che nell’essere a un passo dal diventare un calciatore professionista non ci sia niente di bello. E invece gli si illuminano gli occhi ogni volta che parla di calcio giocato: «Se io da piccolo non giocavo a calcio non stavo bene. Se non mi allenavo durante il giorno, non dormivo la notte, non ero abbastanza stanco. Per me era una cosa che dovevo fare per forza: se vedevo un pallone io dovevo giocare». Anche quando mi vuole parlar bene di un suo compagno di squadra, uno dei più conosciuti, mi dice: «Qualcuno magari pensa sia stupido, ma sai che c’è? Lui vuole fare solo quello», ovviamente sta parlando di giocare a calcio: «Solo quello gli frega. Non gli frega di nient’altro». E me lo dice come fosse in opposizione alle accuse di stupidità. 

Piano B

Secondo uno studio del Cies (International Centre for Sports Studies) pubblicato nel novembre 2014, le squadre dei maggiori campionati europei sono sempre meno inclini a far giocare i calciatori cresciuti nelle proprie giovanili. Dal 2009 allo scorso anno hanno registrato un decremento dal 23,1% al 19,7% di calciatori che avendo giocato per almeno tre stagioni nel settore giovanile di un club poi arrivano a far parte della prima squadra. In Italia questa cifra si ferma all’8,6% sul totale dei calciatori di Serie A. In Europa fa peggio solo la Turchia (8,3%) ma anche in Inghilterra (11,7%), Germania (13,3%) e Portogallo (11,1%) non sono lontani, con l’eccezione virtuosa della Spagna (23,7%).

Praticamente tutti i compagni di squadra del quasi-calciatore vanno al liceo (quelli che vivono a Trigoria vanno a scuola insieme, a Ostia) ma a quanto pare neanche chi è ancora senza contratto pensa a un piano di riserva nel caso in cui non riesca a fare il calciatore. «Il Piano B è dare tutto per far sì che questo accada. Impegnarsi al punto da riuscire ad avere un contratto. C’è gente che vede quelli di 16 anni che hanno il contratto e magari loro ne hanno diciotto e non ce l’hanno. Sono cose che ci soffri dentro, ma è anche uno stimolo per allenarsi». E non per pensare: magari nella vita posso fare qualcos’altro? «Dipende da come sei fatto. Io non ce la farei a pensare di fare un’altra cosa. Sarebbe un fallimento. Non lo so… la vita è talmente strana, se guardi le storie degli altri calciatori, anche De Rossi non giocava mai e adesso è arrivato lì. Perché devi pensare che non potrai farlo? Dipende da te, se sai che non sei all’altezza è un conto. Ma se pensi di esserlo…».

Lui pensa di esserlo, ma a suo modo ha i piedi per terra più di quanto avrei pensato prima di conoscerlo. Non spende quasi niente dei soldi che guadagna, «l’unica cosa è che non chiedo più niente ai miei genitori», e la spesa più grande che ha fatto è stato andare a Londra dal suo amico, «per due giorni». Quando prenderà la patente si comprerà la macchina così non lo dovrà più accompagnare il padre, ma niente di «esagerato» – anche perché la Roma non lo permette. Si rende anche conto che le probabilità di ricevere offerte dalla Serie A sono poche. Guarda molta Serie B: «Anche per paragonarmi, per vedere se posso farla». Verso la fine, quando sento di avere un minimo di confidenza, gli chiedo quanto ci crede. «Io ci credo molto. Credo che ci devi credere, perché sennò non ce la fai».

In un momento di cazzeggio espone la sua visione in maniera diversa: «Ogni giocatore si sente Dio. È così. È la storia dell’uomo: ognuno si sente migliore o vuole essere migliore. Poi c’è chi ha tanti soldi e se ne frega. Però Ronaldo, secondo me, sente che sta combattendo con il mondo».

Il punto di vista di Walter Sabatini, il più fedelmente possibile

Ho passato cinque minuti nell’ufficio di Walter Sabatini (l’articolo è stato pubblicato nel settembre 2015, ndr), non ho praticamente parlato, ma quello che segue è il suo monologo molto ispirato, per come lo ricordavo una volta uscito di lì: «Questi ragazzi ballano tra il sogno, l’illusione, la verità, la menzogna e sono in una sorta di limbo. Quando falliscono – la maggior parte di questi ragazzi fallisce purtroppo, è un dato statistico – si ritrovano a fare i conti con un altro modello di vita che loro non hanno nemmeno immaginato. Pensano a una vita viziata da calciatori e si ritrovano persone normali. Nella normalità, poi, vengono fuori tutti i limiti… Pensa che illusione adesso andare a giocare in Germania (pochi giorni dopo la Roma Primavera avrebbe affrontato il Bayer Leverkusen in Youth League). Come ti devi sentire? Ti senti un uomo proiettato in un futuro incredibile. Difficile dominare quello stato d’animo, ci sono passato pure io, che però due cose da calciatore le sono riuscite a fare. La maggior parte dei calciatori neanche quelle…».

Quando tiro fuori le parole di Sabatini durante l’intervista, il quasi-calciatore commenta: «Da fuori i giocatori sono ricchi, guadagnano troppo. Ma non si sa che magari sono persone, come me, che da quando hanno sette anni si allenano tutti i giorni per arrivare a un obiettivo. Perché c’è gente che inizia a lavorare giocando, a sette anni, perché inconsciamente già sta lavorando per diventare qualcosa. Forse i calciatori sono esageratamente pagati ma la gente non capisce che dietro ogni giocatore c’è una vita strana. Non strana: difficile».

Il mio punto di vista

Ho sviluppato una forma di attaccamento nei confronti del quasi-calciatore: l’ho visto allenarsi, l’ho visto giocare bene e giocare male, continuo a guardare le partite della Primavera e quando non posso controllo i tabellini per vedere se ha giocato. Controllo i convocati della prima squadra per vedere se c’è il suo nome. Alle persone a cui ho parlato del pezzo ho detto che secondo me nella vita potrebbe fare quello che vuole. Ed è la cosa migliore che si possa pensare di un ragazzo di neanche vent’anni. Posso solo sperare che gli lascino fare quello che veramente vuole. O che la seconda cosa che vuole fare da grande gli piaccia altrettanto della prima.

Fotografie di Guido Gazzilli
Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata sul numero 7 di Undici