Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Il crollo tedesco

Laboratorio calcistico di alto livello, eppure poco funzionante in Europa: solo tre club sopravvissuti, e un posto nel ranking perso a favore dell'Italia.

Di Alfonso Fasano

Certificare la crisi dei club tedeschi in Europa è una questione di risultati, e di tempo. I playoff persi in agosto (Hoffenheim in Champions, Friburgo in Europa League) e le sole tre qualificate alle fasi ad eliminazione diretta in calendario per il 2018 (Bayern, Borussia Dortmund e RB Lipsia) disegnano la peggior campagna internazionale da un decennio a questa parte. Per trovare una situazione altrettanto negativa bisogna risalire all’autunno 2008: sei squadre di Bundesliga ai nastri di partenza delle coppe (Bayern Monaco, Werder Brema, Schalke 04, Borussia Dortmund, Wolfsburg, Amburgo), stesso risultato del 2017. Il Bayern si fermò ai quarti di Champions, contro il primo Barcellona di Guardiola; il Werder, in Coppa Uefa dopo il terzo posto ai gironi di Champions, raggiunse la finale di Istanbul, persa contro lo Shakhtar. Questo traguardo di un certo rilievo, paradossalmente, rappresenta un ulteriore segnale rispetto alle difficoltà internazionali delle squadre tedesche: il Werder è l’ultimo club di Bundes ad aver raggiunto l’ultimo atto della seconda manifestazione continentale, ed il penultimo ad aver giocato una semifinale. È dal 2010, con l’Amburgo eliminato dal Fulham, che la Germania non si piazza nei primi quattro posti dell’Europa League. La Serie A, giusto per fare un confronto con un’altra lega in difficoltà, ha portato tre squadre fino alle porte della finale (Juventus 2014, Fiorentina e Napoli 2015) nello stesso arco temporale.

A inizio ottobre, dopo la vittoria per 3-1 sull’Irlanda del Nord, il commissario tecnico della Mannschaft Joachim Löw ha parlato del turno di coppe europee giocato tra il 26 e il 28 settembre 2017, con tutte e sei i club tedeschi sconfitti simultaneamente in Champions ed Europa League: «È una cosa allarmante, anche se la realtà ci dice abbiamo portato a casa appena due coppe europee dal 2000 ad oggi. Quando qualcuno sostiene che il nostro campionato è il migliore d’Europa, dovremmo verificare la correttezza formale di queste affermazioni». Anche Löw ne fa una questione di risultati e tempo, anzi di tempismo: esattamente dal 28 settembre 2017, la Bundesliga ha perso il terzo posto nel Ranking Uefa, superata dalla Serie A. È il primo controsorpasso della lega italiana dalla stagione 2011/2012, quando la Germania qualificò per la prima volta quattro squadre alla Champions League successiva.

Borussia Dortmund-Tottenham 1-2: la squadra di Bosz ha concluso il suo girone di Champions con zero vittorie in sei partite.

La Bundesliga è costruita su un modello sostenibile: determina e preserva le condizioni per un calciomercato ricco e vario e remunerativo, alimenta il primato di gioco e risultati della nazionale campione del mondo, assicura la stabilità finanziaria di tutti i soggetti. Il nuovo contratto per i diritti audiovisivi (triennio 2017-2020) porterà 1,16 miliardi a stagione nelle casse dei club, che a loro volta limitano l’incidenza degli introiti tv al 28% del fatturato (dati relativi alla stagione 2015/2016). I numeri descrivono un ambiente florido e solido, gestito con intelligenza, eppure i risultati europei sono negativi. Solo il derby tedesco nella finale di Wembley 2013 e la continuità del Bayern in Champions League (dal 2012 al 2016 almeno in semifinale, eliminato nei quarti nel 2017) sono riusciti a mascherare problemi profondi, condivisi, che si concretizzano attraverso eliminazioni clamorose perché inattese – soprattutto in Europa League. Un articolo di Manuel Veth, redattore dei social media ufficiali della Bundesliga, cerca di individuare le cause del problema, partendo proprio dalla seconda competizione europea: «Le sconfitte in Champions contro i top club potrebbero anche essere spiegate, non sono motivo di preoccupazione. Il discorso è molto diverso per l’Europa League, le squadre della Bundesliga hanno perso contro Östersunds, Ludogorets e Stella Rossa. Certo, esiste un problema di appetibilità economica: l’Hoffenheim, ad esempio, è attualmente in corsa per la Champions ma è già stato eliminato dall’Europa League, è inevitabile chiedersi se Nagelsmann abbia dato priorità al campionato piuttosto che alle partite internazionali. L’esempio della Serie A, che sei anni fa ha perso il posto in Champions proprio a causa delle prestazioni negative in EL, mostra però le possibili conseguenze negative di un approccio del genere».

In un altro punto del pezzo, Veth costruisce un paradosso: «È possibile che molti club di Bundesliga siano più concentrati sul rigore e sul successo economico piuttosto che sui risultati del campo. Le società avvertono delle forti responsabilità finanziarie, non vogliono bilanci in passivo, in questo modo le realtà in ascesa si sentono e sono praticamente costrette ogni anno a vendere i migliori calciatori al Bayern, al Borussia Dortmund o a qualche altra grande squadra europea». È una condizione imposta anche dai regolamenti della Bundesliga: almeno il 50% della proprietà dei club deve fare riferimento ad azionariato popolare. In questo modo i nuovi o potenziali investitori stranieri sono scoraggiati, la crescita è una possibilità fatalmente limitata, per le società con grande tradizione così come per i progetti più recenti, e ambiziosi. Soluzioni fantasiose come quella del RB Lipsia, che ha aggirato questa parte del codice attraverso un escamotage giuridico, sono un’ipotesi ancora lontana, anzi sono guardate con un certo disprezzo dal sistema – per questo e altri motivi legati alla cannibalizzazione identitaria, la squadra di proprietà della Red Bull è la più odiata dell’intero paese.

Monaco-RB Lipsia 1-4: una squadra alla stagione d’esordio in Champions vince nettamente in casa di una delle ultime semifinaliste

I vari tasselli compongono un puzzle chiaro, definito: la Bundes è una struttura gestita secondo criteri di modernità e produttività, rappresenta un benchmark assoluto di business calcistico. Allo stesso modo, però, la sua rigida sovrastruttura finisce per limitarne la crescita sportiva, anche perché l’equilibrio invocato e ricercato attraverso i regolamenti si trasforma in squilibrio finanziario – e quindi tecnico – alla prova della realtà. Il Bayern Monaco è quarto in classifica nella Deloitte Money League 2017, unico club tedesco nella top ten, il suo fatturato è in continua crescita (640 milioni per la stagione 2016/2017) e la ripartizione dei diritti televisivi, parametrata su risultati storici e recenti, accentua questa sproporzione – ai baveresi va il 10,15% della cifra totale mentre al Lipsia tocca il 3,2%.

Le conseguenze di una stratificazione tanto profonda sono semplici, prevedibili: il valore della rosa del Bayern (600 milioni secondo Transfermarkt) è decisamente più alto rispetto a quello delle sue contender (il Borussia Dortmund tocca 438 milioni, il Lipsia terzo arriva a 256), quindi l’albo d’oro è vittima di un’assoluta dittatura – 14 titoli in Baviera nelle ultime 20 stagioni. In questo modo il campionato è compromesso nella sua competitività, finisce per risultare meno attrattivo e non incoraggia progetti tecnici dilatati nel tempo. Lo stesso Borussia Dortmund, nonostante il doppio successo in Bundes nel 2011 e nel 2012 e la finale di Champions raggiunta nel 2013, ha dovuto costruire il suo modello sul player trading, internazionale ma soprattutto domestico, tanto che negli ultimi quattro anni ha ceduto al Bayern calciatori come Lewandowski, Götze, Hummels. Persino il boss della Bundesliga Christain Seifert, parlando alla rivista Kicker, ha espresso la sua preoccupazione per i rapporti di forza all’interno del campionato: «Il dominio del Bayern rischia di far perdere credibilità al torneo. Non si può certo colpevolizzare il club, ma se la situazione non cambia ci troveremo di fronte a dei problemi di scarso interesse e di inevitabile diminuzione dell’appetibilità televisiva».

Alle spalle del Bayern e del Borussia, cristallizzato come seconda forza della Bundesliga, si è concretizzata quell’alternanza di risultati e piazzamenti che farebbe pensare a un equilibrio competitivo, ma che in realtà finisce per rappresentare la mancanza di un’alternativa reale al monopolio travestito da duopolio. Dal 2011 ad oggi si sono qualificate alle coppe europee molte squadre all’esordio fuori confine, o comunque assenti da molti anni sui palcoscenici internazionali – Hannover, Mainz, Friburgo, Augsburg, quest’anno in Champions hanno giocato RB Lipsia ed Hoffenheim. Gran parte di queste realtà non sono risultate pronte all’impatto con un contesto di difficoltà superiore, al confronto con club e calciatori abituati ai ritmi del doppio impegno, e la loro crescita si è risolta in una comparsata, un exploit singolo, isolato, che non ha prodotto una continuità ad alti livelli. Allo stesso tempo, piazze storiche del calcio tedesco, con un’identità importante anche in Europa, hanno conosciuto un declino inarrestabile: il Werder Brema non partecipa a una competizione internazionale dall’annata 2010/2011; l’Amburgo ha giocato  e vinto due playout per la salvezza negli ultimi quattro campionati; lo Stoccarda è retrocesso al termine della stagione 2015/2016, poi ha vinto la Zweite Bundesliga ed è tornato subito al piano di sopra; lo Schalke 04 non è arrivato a mettere insieme risultati così scadenti, ma ha vissuto la sua crisi nel campionato scorso, con un decimo posto che l’ha escluso dall’Europa otto anni dopo l’ultima volta.

Psg-Bayern 3-0: a inizio stagione anche i bavaresi sembravano decisamente lontani dai top club

La Bundesliga rappresenta un luogo ideale per fare calcio in maniera sana: la gestione etica ed economica è esemplare, gli stadi sono pieni e confortevoli, l’esperienza di gioco è vivace, varia, offre un’ampia possibilità di sperimentazione tattica – non a caso proprio in Germania è nata e si sta affermando la generazione dei laptop trainer. La sensazione è che tutto questo, però, non produca un impatto reale sulle dinamiche del football continentale. Il Bayern è un fenomeno a parte, eppure vive un periodo di transizione che lo fa apparire lontano dalle grandi potenze spagnole, inglesi, dal Psg; inoltre esiste una distanza ancora netta tra la borghesia dei club tedeschi e quelli delle altre nazioni. Proprio mentre la Nazionale di Löw si prepara a difendere un titolo mondiale costruito sullo sviluppo delle idee, attraverso una programmazione pluriennale, scientifica, organica, il campionato nazionale vive un momento di ristagno, di autolimitazione indotta. Quasi come se il modello fosse perfetto, ma solo per arrivare fino a un certo livello.

Proprio in virtù di questa percezione, è impossibile non sottolineare la potenziale eccezione rappresentata dal RB Lipsia. Dopo il secondo posto della scorsa stagione, la squadra dell’ex Germania Est sta confermando gli stessi risultati in Bundesliga, ha giocato una buona Champions all’esordio e sembra decisa a candidarsi come una contender a lungo termine, all’inseguimento del Bayern Monaco. Il club di proprietà della Red Bull non ha ancora approntato uno stravolgimento reale rispetto ai concetti di riferimento del calcio tedesco – la campagna acquisti è stata onerosa (60 milioni di investimento, 37 di esposizione) eppure fondata sul reclutamento di giovani talenti -, ma ha aperto la prima crepa all’interno del modello giuridico e finanziario della lega. È un possibile bug di sistema, è rivoluzione in allestimento che potrebbe indicare una nuova strada, più rischiosa ma potenzialmente vincente. Forse è una possibilità, forse è quello che serve per uscire dalla crisi. Per verificarlo sarà questione di risultati e di tempo, come sempre.