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Dovremmo considerare Messi e Ronaldo i più forti di sempre?

Nessuno ha rimodulato il calcio quanto loro, per capacità di restare ad altissimi – e inesplorati – livelli di eccellenza così a lungo.

Di Claudio Pellecchia

L’assenza, non solo nel calcio ma nello sport in generale, di qualsiasi criterio oggettivo e univoco per la definizione di un ipotetico “migliore di sempre” rende molto difficile determinare un nome che metta tutti d’accordo. A quale aspetto bisognerebbe dare priorità? Dal punto di vista del cambiamento della visione da statica a dinamica del calcio, Beckenbauer e Cruijff sono avanti agli altri; Zidane, Ronaldo e Ronaldinho lo sono in relazione alla rivisitazione del gesto tecnico in velocità; Pelé e Maradona per ciò che riguarda iconografia e portata storica delle proprie gesta.

Tuttavia, se si dovesse giudicare sulla base del parametro che condiziona maggiormente l’idea dello sport professionistico del Ventunesimo secolo, ovvero il mantenimento di un’elevata continuità di prestazioni in un lasso di tempo ampio, ci sarebbero pochi dubbi nel considerare Cristiano Ronaldo e Lionel Messi come i due migliori calciatori di tutti i tempi. Non è solo una questione di numeri, record e trofei vinti, ma di come e quanto abbiano rimodulato il calcio, ridefinendo il concetto di top player sulla base di standard di eccellenza assoluti e probabilmente irripetibili: mettendo da parte gli aspetti romantici ed emozionali del gioco, se non è certo la prima volta che due giocatori così nettamente superiori alla concorrenza sono stati in grado di segnare il trend di un determinato periodo, l’essere riusciti a farlo così a lungo e in maniera così evidente rappresenta un unicum storico.

In un articolo apparso sul Telegraph nel dicembre 2014, Paul Hayward fotografa perfettamente la situazione scrivendo che «siamo di fronte a una nuova età dell’oro per chi apprezza l’abilità ammaliante, l’applicazione feroce, il carisma atletico e i record continui. Bisognerebbe essere davvero poveri di spirito per restare insensibili di fronte a ciò che accade ogni fine settimana in Spagna. Il calcio, tuttavia, non è pensato per essere dominato così facilmente e un singolo calciatore non dovrebbe poter segnare così facilmente. È l’indice di una resa collettiva al di fuori della sfera dei Big Two, simile a quella rappresentata dall’immensa concentrazione di talenti tra Real Madrid e Barcellona». È come se Ronaldo e Messi giocassero in una dimensione ulteriore e totalmente distaccata dalla realtà perché il mondo non pare essere in grado di contenere la loro effettiva grandezza. Così facendo hanno spostato i limiti del proprio sport, arrivando addirittura a imporne evoluzione e cambiamenti filosofici: se il calcio del 2018 è più fisico, più veloce e più tecnico è perché Messi e Ronaldo sono più fisici, più veloci e più tecnici di chiunque altro passato, presente e, probabilmente, futuro.

Se l’essenza di questi due fuoriclasse non può essere ricondotta alla mera dimensione numerico-statistica, quest’ultima può certamente fungere da prima giustificazione dell’assunto. Nel febbraio del 2015, Terrance Ross scriveva su The Atlantic che «l’esame statistico su due giocatori che hanno raggiunto il picco per quasi un decennio rivela quanto siano più avanti rispetto a contemporanei e predecessori». Mettendo da parte i dieci Palloni d’oro negli ultimi undici anni e un numero di trofei personali e di squadra che sfiora l’irrispettoso, basterebbe guardare a quello che sta accadendo in Champions League, ridotta a una sorta di playground personale del dinamico duo ben al di là delle sette coppe vinte nelle ultime dieci edizioni. I dati, in questo caso, dicono di più e meglio di tante parole: ad oggi Messi e Ronaldo, nella massima competizione europea, hanno mandato complessivamente a referto 217 gol (precedendo virtualmente il Lione – fermo a 187 – nella top ten delle reti segnate per squadra e toccando quota 90 per quanto riguarda le realizzazioni nella fase a eliminazione diretta) e 73 assist in 271 presenze, con una media di un gol/assist ogni 79 minuti. Per dare un’idea di cosa significhi: Raúl, Van Nistelrooy e Shevchenko, terzo, quarto e quinto nella classifica marcatori all time della Champions, sommano 234 tra gol e assist, per una media di un gol/assist ogni 113 minuti. C’è poi da considerare che Inter, Chelsea e Bayern Monaco, le uniche squadre in grado di interrompere il duopolio spagnolo, hanno vinto la coppa affrontando solo una tra Real e Barça, evitando il redde rationem in finale con l’altra: diversamente, come Juventus a Atlético Madrid hanno avuto modo di sperimentare tra il 2015 il 2017, pensare di concludere una campagna europea avendo ragione di entrambi è semplicemente impossibile.

L’obiezione comune è che si tratti di numeri agevolati dall’essere i principali terminali offensivi di due squadre troppo superiori rispetto alla concorrenza: il che è vero ma solo fino a un certo punto. Fino al 2009/10, il picco di gol realizzati in una singola Liga nel nuovo millennio era stato fissato a 32 da Diego Forlán nella stagione precedente: dall’arrivo di CR7 in Spagna chi si è assicurato il titolo di Pichichi (e, ad eccezione di Suárez nel 2015/16, il tabellino degli ultimi otto anni dice Messi-Ronaldo 4-3) non è mai sceso sotto quota 34, con picchi di 50 (Messi nel 2011/12, quando frantumò il record di gol realizzati in un singolo anno solare, arrivando a 91) e 48 (Ronaldo nel  2014/15). Quanto, poi, questi gol risultino decisivi nell’economia di squadra lo rivela il fatto che, dal 2009/10, il Real si attesta costantemente sui 100 gol a campionato quando prima faticava a superare gli 80; così come il Barcellona che, fino al 2008/09 e all’intuizione guardiolana del Messi falso nueve, nelle dieci stagioni precedenti, faticava ad andare oltre i 76. Tradotto: che le due grandi del calcio iberico possano contare su due grandi finalizzatori che concretizzino il lavoro di collettivi di assoluto valore non è una novità; che gli stessi finalizzatori siano in grado di cambiare così tanto la dimensione offensiva delle proprie squadre, invece, lo è.

Questa superiorità si traduce nella percezione di una pericolosità costante, che spesso sfocia nel timore reverenziale da parte di chi li affronta. Chi gioca contro Messi e Ronaldo finisce con il fare i conti con quell’inquietante sensazione di ineluttabilità: non è più questione di “se”, ma di “quando” arriverà la giocata decisiva. Nel commentare una partita di Messi dal vivo, Alfonso Fasano ha scritto che «la grandezza del suo dominio sta nella sua condizione privilegiata, per cui pochi centimetri fanno la differenza – come per gli altri calciatori – ma la qualità e l’identificazione con la sua squadra sono talmente elevate – e percettibili – che la costruzione mentale del gioco è quasi sempre perfetta, è continuamente perfetta, esattamente come la giocata conclusiva», tanto più in un momento in cui l’argentino è in un tale controllo dei suoi mezzi da dettare i ritmi di gioco del Barcellona statisticamente più vincente dell’ultimo lustro. Ronaldo, di contro, essendo un talento meno naturale e più “costruito”, ha sfruttato il sensazionale (e ossessivo) rapporto con il proprio corpo per rimodulare progressivamente ruolo e stile di gioco in funzione di ciò che gli serve per fare la differenza, diminuendo l’irruenza e aumentando l’efficacia pur conservando i suoi tipici tratti distintivi, attualizzando ciò che Francesco Paolo Giordano scriveva su Undici quasi un anno fa: «Ronaldo resta Ronaldo, con tutte le implicazioni del caso. E quindi, anche con l’implicazione con cui desidera farsi riconoscere maggiormente: quella di essere decisivo».

A questo punto interviene l’ altra obiezione comune, ovvero la mancanza di un Mondiale a certificare lo status di “greatest of all time”. Detto che Ronaldo ha coronato a Euro 2016 la sua caccia a un titolo internazionale con il Portogallo (aggiungendo, con la doppietta all’Egitto, il corollario del maggior numero di gol – 81 in 149 presenze – con una Nazionale per un giocatore in attività) e che Messi l’Argentina in Russia ce l’ha portata praticamente da solo, l’aver stabilito nuovi canoni d’eccellenza sembra imporre un ribaltamento delle prospettive, abbracciando il paradosso di due giocatori già tra i migliori di sempre nonostante un Mondiale non vinto. Ed è una questione che prescinde quest’eventuale ultima legittimazione: Ronaldo e Messi hanno attualizzato un futuro che non si credeva possibile, fondendo il genio istintivo delle icone del passato con l’idea del superomismo di quelle di oggi, con il concetto di perfezione che si ripropone in questo continuo sfidarsi ad un picco di carriera di cui non si riesce ad intravedere la fine. Non si tratta di emulare le gesta di chi li ha preceduti, ma di farlo al triplo della velocità, in un contesto tecnico-tattico che ha dimezzato spazi e tempi di azione ed esecuzione, ogni singola volta che si scende in campo: dimostrandosi costantemente hardest, best, fastest and strongest in un calcio harder, better, faster and stronger anche solo rispetto a cinque anni fa.