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Guida al Giro d’Italia 101

La discussa partenza da Gerusalemme, la sfida (con l'asterisco) tra Froome e Dumoulin, i possibili outsider, i luoghi che possono decidere la corsa e le imprese degli sconosciuti.

Di Bidon

Tifare per le imprese di corridori completamente sconosciuti, ci ricorda Bidon, è la cosa più bella delle corse a tappe. Il primo grande giro del 2018 – il Giro d’Italia numero 101 – partirà domani da Gerusalemme, e già questa è una rivoluzione, sportiva e non. Il vincitore della scorsa edizione, l’olandese Tom Dumoulin, sarà al via per difendere il titolo, e il suo principale avversario sarà il britannico Chris Froome, trovato positivo al salbutamolo nello scorso autunno ma ancora in attesa di giudizio. Qualcun altro potrà vincere la maglia rosa? E dove si deciderà la corsa? Una guida al Giro.

Biciclette, geografia, opportunità

In un articolo pubblicato sul settimanale Collier’s nel 1944, Ernest Hemingway scriveva che «è in sella a una bicicletta che si apprende meglio il profilo geografico di un Paese». È sempre stato chiaro ad appassionati e addetti ai lavori come ogni competizione ciclistica instauri un legame inscindibile con il territorio che attraversa. Con la sua storia, con la sua cultura. Con i suoi confini.

Gli organizzatori del Giro d’Italia hanno scelto di far cominciare l’edizione numero 101 della corsa rosa in uno dei luoghi del pianeta in cui la geografia è in assoluto più prossima alla politica e alla cronaca. Sono state proposte molteplici ragioni per spiegare il senso della Grande Partenza 2018 da Gerusalemme, e intorno a ciascuna di esse si potrebbe discutere largamente: introiti economici (si parla di oltre 10 milioni di euro versati a Rcs Sport); aneliti idealistici (la partenza da Gerusalemme e l’arrivo a Roma vorrebbero fare di questo Giro la “corsa della pace”); ambizioni storiche (il Giro è la prima grande corsa a tappe a partire al di fuori dei confini europei).

Quel che è certo è che il risultato primario di questa scelta è stato quello di aver trasformato l’attesa della corsa in un inseguirsi di polemiche ufficiali e non, che poco o nulla avevano a che vedere con la gara di biciclette. Persino l’effettivo svolgimento delle tre tappe israeliane è rimasto in dubbio fino agli ultimi giorni, e resta ancora da verificare l’impatto che potrà avere l’arrivo di un evento geo-sportivo così simbolico in un’area geo-politica così tesa.

Non bastasse l’incertezza logistica in cui il Giro si era volontariamente andato a insinuare, lo scorso dicembre l’ombra di una seconda spada di Damocle è fortuitamente piombata sulla corsa. La discussa positività al salbutamolo di Chris Froome – il nome che nelle intenzioni degli sponsor che l’hanno a lungo corteggiato avrebbe dovuto impreziosire la rosa dei partenti – ha trasformato la sua presenza al Giro in una minaccia.

La situazione attuale non è troppo differente da quella che descrivevamo quattro mesi fa: in attesa di una decisione sul suo caso, Froome è autorizzato a gareggiare. Certo, possibilità non significa automaticamente opportunità, soprattutto se – come teme Mauro Vegni, il direttore del Giro – una squalifica retroattiva comminata nei prossimi mesi al campione inglese finisse col cancellare i risultati da egli ottenuti in Italia. In un’eventualità più rara, ma non impossibile, Andrew Hood ha ipotizzato su Velonews il disastroso scenario in cui una decisione sul caso-salbutamolo arrivasse durante il Giro d’Italia, estromettendo Froome dalla competizione e gettando (di nuovo) il mondo del ciclismo nel caos.

L’augurio è che da venerdì tutte queste ipotesi lascino spazio allo spettacolo che la corsa dovrebbe offrire. Il Giro da questo punto di vista non delude (quasi) mai, e anche quest’anno le premesse sono ottime, con la sfida annunciata tra Dumoulin (il detentore della maglia rosa) e Froome (in cerca del suo terzo Grande Giro consecutivo) dentro le cui trame proverà a inserirsi un novero di valenti scalatori. Agli organizzatori, e a tutti gli appassionati, non resta che sperare – o, visto il contesto, pregare – che dal 4 al 27 maggio prossimi si parli soprattutto di biciclette. (Leonardo Piccione)

Tom il tranquillo alla scoperta dei suoi limiti

Quando lo scorso inverno Tom Dumoulin ha annunciato che il suo primo obiettivo stagionale sarebbe stato il Giro d’Italia, la reazione più comune tra gli osservatori è stato lo stupore. Com’è possibile che il corridore più in crescita tra gli interpreti delle corse a tappe non punti tutto sul più importante degli obiettivi: il Tour de France? La domanda è spontanea, ma è sufficiente seguire la traiettoria del corridore in questione per ridimensionare lo stupore. Di Dumoulin conosciamo ormai tanto, tuttavia di lui ignoriamo ancora i limiti. Persino la sua ultima, trionfale stagione non è stata scevra di errori e passaggi a vuoto, tant’è che ci si chiede ancora come sarebbe andato a finire il Giro 2017 se i suoi avversari non avessero optato alla fine per un sostanziale catenaccio.

I motivi della scelta di Dumoulin di tornare al Giro sono molteplici. In primo luogo c’è da parte dell’olandese il bisogno di trovare la conferma che il suo fisico sia davvero tagliato per tre settimane di sforzo massimo. Questo desiderio è poi accompagnato dall’ambizione di cercare da subito lo scontro con Chris Froome. Dumoulin sembra aver deciso di accogliere quello che il mondo del ciclismo gli chiede dallo scorso maggio: diventare l’antagonista del keniano bianco, e diventarlo da subito, giacché la differenza di età che separa i due è importante, e il rischio che la stagione di Froome (se non addirittura la sua carriera) si concluda a breve è concreto. A tutto questo va aggiunto che Dumoulin, come Contador prima di lui, ama visceralmente il Giro d’Italia. E un corridore sereno è – si sa – un corridore che va più forte.

Alla partenza si presenterà un Dumoulin più riposato dei suoi rivali: tra i pretendenti alla Rosa è quello con meno giorni di corsa nelle gambe. Ad accompagnarlo c’è però una Sunweb rinforzata rispetto a quella di dodici mesi fa. Sam Oomen, in particolare, è considerato la “next big thing” del ciclismo olandese. Poi c’è Laurens Ten Dam, capitano di strada e acceleratore d’entusiasmo, la colonna su cui Dumoulin costruì il suo successo l’anno passato.

Insomma: un avversario più temibile, una squadra migliore, una forma simile, persino qualche risposta sulle cause della sua celebre pausa-bagno in maglia rosa. L’incognita che rimane viene, come sempre, dalla strada. I chilometri a cronometro sono soltanto 45, meno di un anno fa ma abbastanza per maturare un buon gruzzolo di secondi. È vero che mancano i “tapponi”, ma la successione dell’ultimo weekend, con gli arrivi a Jafferau e Cervinia, potrebbe intimorire un corridore che un anno fa nelle ultime giornate di corsa ha perso regolarmente le ruote di rivali.

Dumoulin però è un tipo con nessuna vocazione alla preoccupazione. A pochi giorni dal via si è detto «rilassato», come se avesse ben chiaro che quello che sta per iniziare è solo un passaggio intermedio. Finito il Giro, tirerà il fiato un attimo e poi partirà per il Tour. Se dovesse riuscirgli la clamorosa doppietta, si potrebbe finalmente dar ragione a chi in lui ha visto il nuovo Indurain. Se invece così non fosse, resterebbe semplicemente Tom Dumoulin, e non è mica un brutto vedere. (Filippo Cauz)

E li chiamano outsider

L’anno scorso il Giro doveva essere un testa a testa tra Nibali e Quintana, poi però ha vinto Dumoulin, perché la strada è severa nei giudizi ma se ne frega degli allibratori. Eccoci dunque a fare i nomi di corridori la cui dannazione sta a bagnomaria tra l’essere ordinari ed essere i migliori. A questa categoria di uomini pensò il giallista Colin Wilson la notte di Natale del 1954, quando solo nella sua stanza appuntò sul suo diario queste parole: «Note per un libro: l’outsider».

Il primo ce lo ricordiamo per il sorriso, i denti bianchissimi e l’abbraccio tra i suoi genitori e Vincenzo Nibali. Ma Esteban Chaves, oltre ad ispirare simpatia, nel 2016 è arrivato secondo al Giro, terzo alla Vuelta e primo al Lombardia. Torna dopo una stagione sofferta a causa di due infortuni, ma sarà supportato da una squadra – la Mitchelton-Scott – fortissima in salita, con gregari esperti (Nieve e Kreuziger) e giovani rampanti (Haig e Simon Yates, che almeno inizialmente dovrebbe condividere con il colombiano i galloni da capitano).

Il secondo è Thibaut Pinot, cognome alcolico e tatuaggio sul braccio destro che riporta in italiano: «Solo la vittoria è bella». Il francese, quarto al Giro numero 100, due settimane fa ha vinto il Tour of the Alps, antipasto e indicatore di ottima forma in vista del Giro. Il terzo, Fabio Aru, assente per infortunio l’anno scorso nonostante la partenza dalla sua Sardegna, ce lo ricordiamo per un bel po’ di cose, ultima la maglia gialla conquistata lo scorso luglio a Peyragudes. Dumoulin lo ha già affrontato e battuto alla Vuelta 2015 e, avendo già ottenuto due podi al Giro, la speranza dei tifosi italiani è che trovi il coraggio e soprattutto la forma per tentare il colpo grosso. Al Tour of the Alps è apparso leggermente in ritardo rispetto ai suoi rivali, ma non è detto sia un male assoluto.

Il quarto outsider è un altro colombiano, Miguel Ángel López, che invece sembra essere lo scalatore con la condizione migliore di tutti. Nel suo primo grande giro, la Vuelta dello scorso anno, è arrivato ottavo. In questo maggio italiano il suo obiettivo realistico sembra la top 5. La sua squadra – l’Astana, probabilmente la più completa – cercherà di aiutarlo ad inserirsi nella top 3; la sua fantasia proverà a proiettarlo verso la top… 1. (Riccardo Spinelli)


Qui succederà tutto (oppure niente)

Scegliere in quali tappe si deciderà una corsa lunga 3600 chilometri e con 44 mila metri di dislivello è idea piuttosto vana e ambiziosa. Un Giro può essere deciso anche in tappe dall’aspetto anonimo, come ad esempio quello della terza frazione, la Be’er Sheva-Eilat, che attraversa il deserto di Negev. Un percorso lungo, pieno di sassi e, soprattutto, di vento: di solito soffia a favore; altre volte, invece, arriva obliquo e contrario dal Sahara. Si chiama “hamsin”, e potrebbe seccare le speranze di vittoria di alcuni. Lo stesso – e anche di più – può accadere sui saliscendi della prima tappa siciliana, la Catania-Caltagirone, i cui lastricati lisci come le famose ceramiche potrebbero far scivolare in classifica qualche favorito.

Poi ci sono le tappe appenniniche, dove storicamente i Giri non si vincono, ma si possono perdere. Nella frazione con arrivo al Gran Sasso, la nona, gli ultimi 45 chilometri sono all’insù fino a Campo Imperatore, 2135 metri d’altitudine. Una salita irregolare, piena di strappi, discese e falsopiani; un microcosmo a sé stante, talmente strano da meritare due gran premi della montagna, uno a metà salita e uno sull’arrivo.

I Giri possono anche essere decisi da cronometro come quella da Trento a Rovereto, 36 chilometri dritti e piatti, che, in un ciclismo dove i distacchi in salita tendono ad essere minimi, possono rivelarsi più decisivi di tutti i dislivelli. Viene subito dopo l’ultimo giorno di riposo – che, come ripetono gli esperti, è sempre affare delicato – e, soprattutto, tre giorni dopo il grande ritorno del Giro sullo Zoncolan, il monte con pendenze così dure da meritarsi citazioni dantesche, ovviamente tratte tutte dall’Inferno.

Infine, i Giri d’Italia si possono vincere sulle salite dell’ultima settimana. Magari proprio sull’ultima, quella che precede la passerella finale di Roma: Cervinia. Un’ascesa morbida, che, però, segue la temibile tappa di Bardonecchia (con il Colle delle Finestre) e chiude un trittico iniziato giovedì 24 maggio a Prato Nevoso. Negli ultimi 90 chilometri della ventesima tappa, prima dell’arrivo a Cervinia, o si sale o si scende, non si va mai in piano: prima dell’ultima erta, altri due gpm di prima categoria (Col Tsecore e Col Saint Pantaleon). Una tappa fatta apposta per chi avrà tutto da perdere, o tutto da guadagnare. (Francesco Bozzi)

Stappa la tappa

In un frigo ambulante, al seguito della carovana rosa, ci sono 21 bottiglie di spumante di media qualità. Sono quelle che verranno bevute con più vigore, quelle destinate ai vincitori di tappa. Perché una vittoria di tappa è un’ipoteca sul benessere, significa poter vivere di rendita per una o più stagioni, per questo sono così in tanti a desiderarla. Escludendo chi punta alle prime posizioni della classifica generale, il grosso del gruppo parte proprio alla ricerca di questa gioia effimera ed esauriente.

Sono le tappe di montagna (otto) e quelle per le ruote veloci (sette) a spartirsi buona parte della torta rosa, ma se il parco scalatori è tutt’altro che modesto, i velocisti sono invece i grandi assenti di questo Giro. Nonostante un percorso favorevole, gli sprinter “di grido” hanno messo in agenda i sonnacchiosi pomeriggi di Francia, lasciando campo libero a pochi nomi, e non tutti di primissima fascia. Viviani, Bennett, Debusschere, Modolo, Gibbons e Mareczko hanno già l’acquolina in bocca, ma la speranza non è vana nemmeno per Guardini, Sbaragli, Bonifazio o i fratelli Van Poppel.

L’assenza di grandi velocisti è un’opportunità ancora più grande per chi il Giro vuole affrontarlo in fuga. Senza squadroni che si assumeranno il rischio di tirare tutti i giorni per sprint dai pronostici nebulosi, gli attaccanti potrebbero aver modo di esultare più spesso del solito: ci sono quattro frazioni certamente destinate a loro, ma con coraggio e collaborazione il bottino può essere raddoppiato. E allora aspettiamoci pomeriggi in cui ci esalteremo grazie ai corridori delle quattro squadre presenti al Giro su invito e a talenti vecchi e nuovi come Gesink, Mohorič, Ulissi, De Marchi, Luis León Sánchez, Geniez, Pantano, Carthy, Schachmann, Štybar, De La Parte, Roux, Visconti. Soprattutto, prepariamoci a tifare per le imprese di corridori completamente sconosciuti: è la cosa più bella delle corse a tappe, in fondo. (Filippo Cauz)

 

Immagini Getty Images