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Perché il calcio totale poteva nascere solo in Olanda

Perché rispecchia il modo efficiente di sfruttare il poco spazio che, per secoli, gli olandesi hanno avuto a disposizione.

Di David Winner

Chi ha creato il calcio totale? Be’, in un certo senso tutti, e in particolar modo Cruijff. Fu un traguardo collaborativo. Quando l’ho chiesto a Velibor Vasovic, nel 1999, ha risposto senza indugi. «Ora che siamo un po’ più anziani dobbiamo raccontare la verità» insisteva. «L’architetto di quel calcio era Michels. E io sono quello che l’ha aiutato di più.»

La storia di quanto è successo a questa squadra negli anni Settanta è troppo conosciuta per ripercorrerla nel dettaglio. L’Ajax diventò la più grande squadra di club che il mondo avesse mai visto giocare. Vinse la Coppa dei campioni per tre anni consecutivi, e avrebbe continuato a vincere se nel 1973 Cruijff, offeso perché i suoi compagni avevano eletto l’ala Piet Keizer come loro capitano, non se ne fosse andato al Barcellona. Anni più tardi, riflettendoci a mente fredda, ho percepito una sorta di connessione tra l’arte e l’architettura dei Paesi Bassi e gli straordinari schemi di gioco messi in campo dalle grandi squadre olandesi. Mentre lavoravo al libro, ho parlato con artisti, architetti, accademici, e alla fine ho trovato una risposta. L’utilizzo intelligente e singolare che gli olandesi facevano dello spazio sul campo da gioco rispecchiava secoli di gestione e sfruttamento dello spazio limitato di cui il loro Paese disponeva.

Lo storico dell’arte Rudi Fuchs, allora direttore del museo di arte moderna Stedelijk, mi spiegò il perché di questa sensibilità. Tutti i Paesi e tutte le culture godono di una propria personale prospettiva, – disse. «Gli psicologi negano l’esistenza di simili differenze, ma nell’arte e nella cultura olandese è una cosa evidente. Chiedi a un qualunque cittadino dei Paesi Bassi di disegnarti l’orizzonte e quello traccerà una linea dritta. Se lo chiedi a qualcuno dello Yorkshire o della Toscana o di qualunque altro posto, ti ritroverai con protuberanze e colline. Un blu scandinavo sarà freddo e metallico, del tutto diverso da un blu italiano. I dipinti italiani sono pieni di colori rossi e caldi, ma quando il rosso appare nelle opere di un artista nordico come Munch, ha il colore del sangue nella neve».

L’influenza di queste particolarità climatiche e geografiche è tale da riflettersi anche nel calcio. «Il catenaccio è come un dipinto di Tiziano – morbido, seducente e languido. Gli italiani ti accolgono, ti blandiscono e ti cullano in un morbido abbraccio, per poi segnare un gol che sembra una pugnalata. Gli olandesi costruiscono schemi geometrici. In un quadro di Vermeer, la perla luccica. Si può dire, in effetti, che il luccichio della perla sia la vera ragione di un Vermeer. L’intero dipinto porta a questo dettaglio, allo stesso modo in cui nel calcio ogni tocco porta alla rovesciata di Van Basten». (Si riferisce a uno dei più leggendari gol segnati dal protetto di Cruijff, Marco van Basten, nel 1986 contro il Den Bosch, la squadra che rappresenta la città dell’artista medievale Hieronymus Bosch: una rovesciata acrobatica perfetta che spedì il pallone all’incrocio dei pali).

Il testo è un estratto da “Addio al calcio totale”, pubblicato sul numero 2 di The Passenger, il monografico di Iperborea in cui ogni numero è dedicato a un Paese. Questa volta è toccato all’Olanda, il primo numero era dedicato all’Islanda. La traduzione è di Fabio Deotto.

Per dare un senso alla vasta piattezza della propria terra, dice Fuchs, gli olandesi perfezionarono un sistema per calibrare le distanze a partire dall’orizzonte, calcolando lo spazio risultante e riservando un’attenzione meticolosa a ogni oggetto presente all’interno di esso. Come le persone che avevano drenato la terra e creato i polder, Cruijff e gli altri maestri olandesi dello spazio calcistico come Dennis Bergkamp, Ronald Koeman, i fratelli Mühren e Robin van Persie si affacciavano sul campo da gioco con una sensibilità autenticamente olandese, rispecchiando l’approccio di generazioni di artisti olandesi, da Saenredam, pittore di austeri interni di chiese, a Piet Mondrian, creatore di astrazioni geometriche. In seguito, Michels e Cruijff si trasferirono al Barcellona, e si portarono dietro le loro conoscenze. Quando negli anni Ottanta Cruijff ci tornò in veste di allenatore, educò una nuova generazione di giocatori, tra cui il più importante fu Pep Guardiola, che a sua volta trasmise quella saggezza alle generazioni che lo seguirono: Xavi, Iniesta e Sergio Busquets in Spagna; per poi fare lo stesso al Bayern Monaco e al Manchester City.

Grazie ad altri apostoli e discepoli di Cruijff (e talvolta di Michels – basti pensare a Louis van Gaal, ex giocatore ed ex allenatore dell’Ajax), il modo olandese di pensare, insegnare e giocare il calcio si è diffuso in tutto il mondo. Come la cristianità era penetrata più o meno ovunque, adattandosi alle culture locali, così interi paesi hanno adottato i metodi olandesi, aggiungendoci alcuni tocchi propri.

 

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