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Qual è il tridente più efficace di Champions?

Tutte le favorite, in attacco, giocano con tre uomini: un'analisi dei vari sistemi.

Di Claudio Pellecchia

Scorrendo l’albo d’oro della Champions League, uno dei dati che emerge con maggiore evidenza riguarda la composizione dei reparti offensivi delle squadre campioni: ben otto delle ultime dieci vincitrici (fanno eccezione l’Inter di Mourinho nel 2009/2010 e il Chelsea di Di Matteo nel 2011/2012) hanno potuto contare su tridenti di grandissimo livello. L’edizione 2018/2019 promette di seguire la regola: guardando all’elenco delle papabili alla vittoria finale si nota come, al netto delle inevitabili differenze, la tendenza sia quella di giocare con tre punte per massimizzare l’impatto della propria produzione offensiva.

Barcellona

La nemmeno troppo inaspettata esplosione di Arthur Melo ha convinto Valverde a rimandare ulteriormente l’esperimento di Coutinho mezzala, riportando il brasiliano alle origini e alzandolo sulla stessa linea di Messi e Suarez per sfruttarne le caratteristiche di base nell’uno contro uno (2,5 dribbling riusciti su 3,5 tentati di media a partita), in fase di rifinitura (ad oggi siamo a quota 4 assist e quasi 2 passaggi chiave ogni 90’) e conclusione (5 reti e poco più di 40 conclusioni dall’inizio della stagione). Un’associatività riconosciuta e riconoscibile e che si integra perfettamente con le abilità senza palla negli spazi di Suarez e il rinnovato “tuttocampismo” di Messi: «La loro abilità collettiva è più evidente negli spazi stretti» ha scritto James Tyler di Espn. «Ognuno di loro dà il meglio quando è circondato ed apparentemente senza opzioni. Il controllo nello stretto di messi non ha eguali nel calcio moderno; Coutinho è al top quando viene messo alle strette sia quando si tratta di aggiustarsi la palla per una conclusione rapida che quando si tratta di disorganizzare la fase difensiva avversaria con passaggi che pochi giocatori tenterebbero. E poi c’è Suarez il cui movimento off the ball è spesso impossibile da tracciare».

Nel 2017/2018 Messi-Suarez-Coutinho hanno fatto registrare un totale di 67 gol e 29 assist

Paris Saint-Germain

Numeri alla mano il tridente del Psg potrebbe a buon diritto essere considerato quello più forte, completo e continuo del continente: Neymar e Mbappé sono già a quota 13 gol e 6 assist tra campionato e Champions, mentre Cavani (10 e 2) ha mandato a referto nove reti in altrettante partite disputate in Ligue 1. Eppure a mancare sembra essere quella coerenza e coesione di fondo che permetterebbe di fare la differenza anche ad un livello superiore rispetto a quello proposto da un campionato praticamente già vinto prima della pausa invernale: la sensazione è che ciascuna delle tre superstar tenda a giocare per conto suo, senza riuscire ad integrare il proprio skillset con quello degli altri compagni di reparto, in quell’ottica di associatività e organicità che distingue le grandi squadre – composte da grandi giocatori perfettamente collocati all’interno di un sistema – da quelle (troppo) legate alle intuizioni e agli strappi dei singoli. Un rebus che Thomas Tuchel non è ancora riuscito a risolvere e che potrebbe costargli il passaggio del turno nella massima competizione continentale.

Juventus   

«Di sicuro sarà un 4-3-e poi vediamo che casino facciamo davanti». Non esiste frase migliore per descrivere il liberismo con cui Massimiliano Allegri organizza i set offensivi della sua Juventus 5.0. Un playbook dalla varietà di soluzioni pressoché infinita anche grazie alla grande disponibilità dimostrata da Cristiano Ronaldo nel rimodulare nuovamente il suo gioco rispetto all’ultimo periodo madrileno: CR7 è tornato alle origini, con la fascia sinistra nuovamente punto di partenza per sviluppare i suoi istinti realizzativi e associativi fronte porta – ad oggi ha già raggiunto il numero di assist della scorsa stagione e con lo 0,2% in più alla voce passaggi chiave – in un tridente liquido in cui Mario Mandzukic (che si sta attestando sugli standard realizzativi precenti al cambio di ruolo) ha il compito di riempire l’area, magari sfruttando il mismatch con il terzino avversario, e Paulo Dybala è chiamato a quel compito di raccordo tra i reparti non ancora del tutto nelle sue corde e che pare limitarlo nell’apporto in fase di conclusione. Per questo nel corso della stagione non è da escludere una soluzione in cui il posto del croato possa essere preso alternativamente da uno tra Douglas Costa, Cuadrado e Bernardeschi, in nome di quella fluidità posizionale ammirata nelle partite in cui il numero 17 era assente per infortunio e in cui l’argentino appariva molto più nel vivo del gioco e, contestualmente, più efficace sotto porta.

Le rete contro il Valencia è la rappresentazione plastica dei benefici della connection tra Ronaldo e Mandzukic: CR7 si allarga per trovare spazio sull’esterno per sfruttare le sue doti nell’uno contro uno, lasciando che sia il croato ad occupare gli ultimi 16 metri di campo. Una situazione che ha già fruttato grossi dividendi contro il Napoli

Liverpool

Roberto Firmino, Sadio Mane, Mohamed Salah: più che un tridente, quello del Liverpool è un inno all’antropologia applicata ad una precisa idea di calcio. Quella di Jurgen Klopp, che ai suoi tre uomini di punta ha affidato le sorti della stagione che definirà la sua legacy. A livello di completezza, integrabilità e interscambiabilità dei ruoli, stiamo parlando del reparto meglio assortito tra quelli considerati: Firmino è l’epitome del centravanti di manovra del XXI secolo, il giocatore dalla tecnica e dal QI superiore, in grado di creare per sé e per gli altri in situazioni di read and react; Salah è l’esterno schierato sul lato opposto del suo piede naturale per ricercare costantemente la superiorità numerica e l’attacco dello spazio in verticale; Mane è l’ala vecchio stampo che ha eletto la linea laterale a territorio di caccia esclusivo e che sfrutta la brutalità delle sue accelerazioni per inserirsi dal lato debole e sfruttare un gran numero di situazioni ad alta percentuale di conversione. In situazioni di campo aperto non esiste nulla di meglio in Europa.

Bayern Monaco

In una stagione caratterizzata dagli inevitabili alti e bassi riconducibili all’avvio di un nuovo progetto tecnico, il Bayern Monaco sembra aver trovato un nuovo equilibrio offensivo in quel tridente “classico” in cui ad un centravanti moderno e associativo – 4 assist e 1.4 key passes di media a partita in questa prima parte di stagione – come Robert Lewandovski vengono affiancati due esterni puri come Robben e Gnabry, con Ribery prima alternativa. Dopo le sperimentazioni guardiolane che hanno finito con il condizionare negativamente l’esperienza di Carlo Ancelotti, si tratta di un ritorno al passato per garantirsi ragionevoli probabilità di successo nel futuro a medio termine, in attesa di capire cosa ne sarà dello sfortunatissimo Coman e di risolvere gli equivoci, non necessariamente di natura tattica, legati a ruoli, compiti e posizioni di Goretzka, James Rodriguez e Thomas Muller.

Nel 5-1 al Benfica nell’ultimo turno di Champions League, l’intero tridente offensivo del Bayern è andato a segno

Manchester City

Ha scritto ancora James Tyler: «Sarebbe ingiusto individuare nel trio composto da Raheem Sterling, Leroy Sané e Sergio Aguero il principale motivo di una squadra brillante come quella di Pep Guardiola. Ma la verità è che questi tre sono i più abili per quel che riguarda il tocco finale». Perché questo è ciò che si richiede ai terminali offensivi dei Citizens: un conversion rate adeguato a concretizzare adeguatamente il volume di gioco prodotto dagli altri interpreti del sistema. Sané, al netto del rollercoaster tecnico ed emozionale successivo alla sua esclusione dai Mondiali, è ancora quel giocatore in grado di creare occasioni da rete tanto da fermo quanto in situazione dinamica (5 gol e altrettanti assist, 2,5 dribbling riusciti e 1.2 passaggi chiave di media); Sterling sta continuando la sua crescita esponenziale come giocatore veloce di piede e di pensiero, tanto da diventare, in assenza di De Bruyne, il giocatore di trama e ordito della squadra; e Aguero è, semplicemente, uno dei realizzatori più letali degli ultimi anni. Del resto 151 gol in Premier League non si fanno per caso.

Real Madrid

In attesa di capire cosa ne sarà di Solari e delle sue idee (soprattutto per quel che riguarda le sorti di Isco: appena 27’ contro l’Eibar prima della tribuna dell’Olimpico) e detto della conclamata impossibilità di surrogare con un upgrade realizzativo di Bale, Benzema e Asensio agli oltre 40 gol stagionali che Cristiano Ronaldo ha garantito per quasi un decennio, le difficoltà offensive del Real derivano dal rifiuto delle idee di Lopetegui. Il quale per superare il problema dell’occupazione dell’area avversaria, aveva pensato all’implementazione del gioco posizionale e di un sistema in cui il pressing alto si coniugasse ad un possesso di palla rapido per creare lo spazio alle spalle della linea difensiva (e con i due esterni chiamati a venire dentro il campo, inserendosi senza palla alla ricerca di tracce centrali, e con la mezzala di possesso chiamata ad allargarsi per garantire comunque ampiezza) e lasciando che i tre davanti i organizzassero da soli nella ricerca della posizione di volta in volta più congeniale. Un esperimento naufragato quasi subito in virtù della mancanza di dimensione verticale dei singoli – tolto Bale, è una caratteristica che non è propria di Benzema: potrebbe esserlo di Asensio ma non sono stati fatti passi significativi in tal senso – e di istintività negli ultimi 16 metri di campo e che ha spalancato le porte all’attuale ibrido senza capo né coda in cui, a prescindere dagli interpreti, la sensazione è quella di un sistema palesemente inadatto a incanalare le qualità individuali all’interno di una dimensione collettiva, pur in mancanza dell’ultimo vero accentratore del calcio moderno.