Calcio

Decifrare Carlos Tévez

Dovremmo considerare Tévez un top player a livello di Ronaldo, Messi, Bale? Perché non è mai stato nemmeno considerato nelle shortlist del Pallone d'Oro? La lunga storia delle sue fughe e dei suoi capricci, fino alla realizzazione, arrivata a 31 anni.

Carlos Tévez

Se ci fosse un iperuranio del calcio, dove si affollano i più grandi campioni – o top player, come ci si azzarda a dire spesso – al fianco degli intoccabili Messi, Ronaldo, Ibra, Bale, vi troverebbe posto uno come Carlitos Tévez? Se volessimo usare le categorie più comuni, verrebbe da dire di no. Primo criterio: il valore del suo cartellino. Quello lo definisce il mercato, e il mercato non ha mai spinto Tévez tra gli affari più costosi: valutazione massima i 29 milioni di euro versati dal Manchester City nel 2009. La Juve, per assicurarselo, ha scucito appena 9 milioni più bonus. Non esattamente una valutazione da top player. Nemmeno un pluridiseredato come Balotelli, uno che campione può diventarlo ma allo stato attuale non lo è né lo è mai stato, ha patito una svalutazione così lampante del suo cartellino, al netto della differenza d’età. Secondo criterio: Tévez è stato sempre ignorato nelle votazioni del Pallone d’Oro. Ha avuto una sola, misera preferenza nel 2007. Da quando il Pallone d’Oro si è integrato con il Fifa World Player, tra i 23 finalisti è comparsa, al fianco dei soliti noti, gente non di primissima fascia come Busquets, Abidal, Nani, Asamoah Gyan. Ma non Tévez. Terzo dato: un’assenza di tre anni e quattro mesi dalla Nazionale argentina, un’eternità e persino uno smacco per chi vorrebbe essere tra i migliori calciatori del pianeta.

Ha avuto una sola, misera preferenza nel 2007

Basta questo per rispondere alla domanda iniziale? No, perché, al di là dei numeri c’è il campo, e il campo oggi dice che Carlos Tévez è un top player. Lo si può diventare a 31 anni? A quell’età puoi migliorare, non passare da ronzino a cavallo di razza. È il livello non eccelso del campionato italiano a metterlo in evidenza? Nemmeno questo, sennò non si segnano tre gol in due partite al Borussia Dortmund, senza dimenticare che lo stesso Tévez ha ricordato come il calcio italiano è quello più difficile in cui ha giocato, perché «si bada molto ai dettagli e si lavora molto sotto il punto di vista fisico e psicologico». E allora quando si è arrestata la scalata di Tévez verso un ideale iperuranio calcistico?

Partiamo dal presente, dai 24 gol messi a segno in stagione con la Juve tra tutte le competizioni: 16 in campionato, 6 in Champions e due in Supercoppa Italiana, per una media gol di 0,66 a partita. Una delle annate più esaltanti vissute dall’Apache, ma non la migliore, al momento, per media gol: nel 2009/2010, con 29 reti in 42 partite, chiuse a una media di 0,69 gol per apparizione, al debutto con la maglia del Manchester City. L’anno dopo, sempre con la maglia dei Citizens, si laureò capocannoniere della Premier, con 20 reti, al pari di Dimitar Berbatov. Due anni da favola, due anni da top player: sono le stagioni ricordate per il ritorno del City alle competizioni europee e per la vittoria della FA Cup nel 2011, a distanza di 35 anni dall’ultimo trofeo vinto dagli Sky Blues. Ai 52 gol delle prime due stagioni, fanno seguito appena 21 sigilli nel biennio successivo. In mezzo, l’arcinoto episodio dell’Allianz Arena, il 27 settembre 2011: il Bayern è avanti di due reti, Mancini ordina all’Apache di scaldarsi e prepararsi ad entrare in campo, ma l’argentino si rifiuta. Rottura con il tecnico italiano e reintegro in rosa dopo sei lunghi mesi, ma il rendimento non sarà più in linea con la prima metà dell’esperienza al City.

Le più belle giocate di Tevez nella stagione in corso

A questo punto l’obiezione vien da sé: eh, ma il carattere. Che fa la differenza, ma fino a un certo punto: se nessuno tocca Tévez, Tévez non tocca nessuno. È ingestibile non in senso assoluto, ma in un senso contingente: è una caratteristica che viene fuori come reazione a qualcosa che lui intende come sbagliato o ingiusto, si innesta su una situazione già definita. Basta guardare il suo comportamento in bianconero: mai una polemica, mai un atteggiamento sopra le righe, mai un capriccio. Un professionista fatto e finito.

Perché alla Juve sì e al City no? Primo indizio: più Tévez viene responsabilizzato (e coccolato), più incide. Alla Juve gli hanno offerto la mitica maglia numero 10, indossata per anni da Del Piero, mica roba da poco. Talmente significativa che per un anno, tra l’addio di Pinturicchio e l’arrivo dell’Apache, è rimasta senza interprete. Quella maglia è il riconoscimento di una leadership all’interno del gruppo, senza che questo implichi atteggiamenti da prima donna. Tutt’altro: Tévez non fa il solista, è funzionale all’idea di gioco della squadra, si sacrifica come l’ultimo dei rubapalloni, come in certe corse a perdifiato per pressare il portatore di palla avversario. La stessa leadership che il Manchester City gli aveva riconosciuto nei primi due anni, al punto che in qualche occasione a Carlitos è toccata la fascia di capitano. Quando, nell’estate del 2011, all’Etihad Stadium arriva Sergio Agüero, Tévez dice addio, allo stesso tempo, al ruolo di giocatore simbolo e al posto da titolare. È alla luce di questo che matura lo screzio con Mancini. L’esigenza di essere al centro del progetto per l’Apache è vitale: un limite, che diventa un punto di forza non trascurabile ribaltando la questione, perché solo i grandi giocatori sono in grado di caricarsi la squadra sulle spalle.

Tévez "celebra" il barrio di Fuerte Apache
Tévez “celebra” il barrio di Fuerte Apache, 31 agosto 2013. Claudio Villa/Getty Images

Tutto questo Tévez se lo è trascinato anche in Nazionale. Sotto la gestione di Alejandro Sabella, Tévez non è mai stato convocato, perdendosi pure gli ultimi Mondiali. I motivi non sono mai stati resi noti, ma c’è un antefatto che aiuta a far luce sull’ostracismo portato avanti dall’ex selezionatore argentino. È il maggio 2011 e l’allora ct dell’Albiceleste Sergio Batista annuncia di non voler più avere Tévez tra i piedi, facendo intendere un litigio con il calciatore. Che i rapporti fossero tesi tra i due era chiaro da tempo, visto che l’Apache aveva saltato alcune gare amichevoli con la Nazionale. In occasione del debutto di Batista contro l’Irlanda, Tévez non perde occasione di difendere Maradona, appena esonerato dopo il deludente Mondiale sudafricano. Non il miglior modo per dare il benvenuto al nuovo arrivato. Poi, a sorpresa, l’Apache sarà regolarmente in campo nella Coppa America di quell’estate. Anni dopo, Batista chiarisce il motivo di quel dietrofront: «Ebbi grosse pressioni perché lo convocassi. Da chi? Dall’alto, dai vertici dell’Afa e della politica. In quel momento avrei voluto lasciare il mio incarico».

In quella Coppa America che non doveva giocare e che poi giocò, Tévez fu decisivo in negativo: l’Argentina venne eliminata ai calci di rigore contro l’Uruguay nei quarti, e l’unico errore nella serie dei tiri dagli undici metri fu il suo. A quel punto, più nessuno poteva difenderlo. «Hanno persino detto che avrei sbagliato il rigore per mandare via Batista. Ma io non sono una merda come dicono. Mi sono depresso e ho mangiato in continuazione, tanto da ingrassare di cinque o sei chili». Fu lì che l’Apache si giocò la possibilità di restare nel giro della Nazionale. Quando arrivò, Sabella non poteva non sapere quanto successo pochi mesi prima: non voleva gestire quel tipo di pressione. Qualunque tipo di decisione avesse preso, avrebbe avuto un problema con Tévez. Così decise che il problema poteva essere risolto eliminandolo: cioè, lasciando a casa il diretto interessato. In quel momento, Sabella era legittimato a farlo in virtù della pessima Coppa America giocata dall’Apache, e nemmeno Grondona, il vecchio presidente della Federcalcio argentina ed ex sponsor del calciatore, poteva opporsi, il quale oltretutto non dubitava degli attriti che Carlitos poteva creare nello spogliatoio. In quella squadra c’era posto solo per una stella, Messi, gli altri dovevano accodarsi: un ruolo subalterno che Tévez non ha mai accettato. Ancora Batista ammise che l’Apache non si sentiva di essere da meno di Messi, e questo era un problema.

È pur vero che con l’Argentina Tévez non ha mai brillato: solo 13 gol in 66 presenze. Come se la continua, endemica concorrenza lo intralciasse nel fare quello che meglio gli riesce. Bisogna andare molto indietro per assistere a un Tévez protagonista in Nazionale, anche se non quella maggiore: le Olimpiadi del 2004, quando si laurea capocannoniere del torneo con otto reti in sei partite. Di quell’Argentina che vinse l’oro, lui era il giocatore più atteso insieme a Saviola e D’Alessandro. Con loro, Tévez partiva alla pari, finendo per stravincere la competizione interna. Nella Nazionale maggiore, invece, il discorso giocoforza si complica, prima per la presenza di calciatori già affermati, poi per l’acclarato ruolo egemone di Messi (i due non sono mai stati grandi amici). C’era solo una persona che lo considerava il migliore di tutti: Diego Armando Maradona. Non è un caso che l’Apache abbia dato il meglio di sé con l’Albiceleste quando c’era l’ex Pibe de Oro in panchina: quattro reti, compresa una pesante doppietta (l’unica con la maglia della Nazionale) al Messico negli ottavi dei Mondiali sudafricani.

Il supergol di Tévez contro il Messico a Sud Africa 2010

Per Maradona, Tévez doveva giocare sempre. Di Batista disse che «doveva essere ubriaco per non convocarlo», alla vigilia dei Mondiali concluse che «era stato ucciso. Lui sente la maglia, è un giocatore del popolo». Jugador del pueblo: basta questo, insieme al comune passato nel Boca, il club in cui Tévez un giorno o l’altro tornerà per chiudere la carriera, per spiegare la sintonia tra i due. E per rintracciare il secondo indizio: che Tévez sia una figura ingombrante. Le pressioni di Grondona a Batista nel 2011, la sfilata dei tifosi a Buenos Aires, nello scorso aprile, per chiedere a gran voce il ritorno dell’Apache in Nazionale. Gli aneddoti più belli li ha raccontati Jonathan Wilson sulle pagine del Guardian: «Ero in un vigneto vicino Mendoza, la proprietaria vuole sapere da me come mai l’Argentina non rende come dovrebbe. Io suggerisco che forse c’è una sovrabbondanza di talento, e che forse Messi e Tévez non possono giocare insieme. “Allora dobbiamo togliere Messi dal campo”, mi dice. Era assolutamente seria: “Forse tecnicamente Messi è meglio, ma Tévez…”. Si batte il cuore. “Tévez ci mette l’anima, e nelle cose più importanti hai bisogno di metterci l’anima”. Pochi giorni prima, ero stato nella Provincia di Santa Fe, dove è nato Messi. Lungo la via che portava allo stadio, c’erano diverse bancarelle che vendevano maglie di calcio. Alcune avevano il nome di Messi sulla schiena, ma quelle che andavano per la maggiore erano di Tévez. Una volta nello stadio, lo speaker, leggendo il nome delle formazioni, ha chiamato Messi “el mejor jugador del mundo”, a cui la folla ha riservato un applauso composto. Quando è arrivato il turno di Tevez, definito “el jugador del pueblo”, si è levato un grande boato».

Carlos Tévez Lars Baron
Migliori amici. Lars Baron/Getty Images

Ridurre Tévez a uno dei tanti è l’equivoco che il calciatore ha sempre sopportato con fastidio, ed è lì che si sono aperte le spaccature con l’ambiente. Nel 2006, prima di approdare per la prima volta in Europa, al West Ham, Tévez ha 22 anni e gioca nel Corinthians. Ha già dimostrato molto in Sud America: oltre all’oro olimpico ad Atene, ha vinto un campionato sudamericano Under 20, l’Apertura col Boca nel 2003, il campionato brasiliano nel 2005, è stato calciatore sudamericano per tre anni di fila (dal 2003 al 2005), calciatore argentino dell’anno nel 2003 e nel 2004 e miglior giocatore della Libertadores nel 2003. Quando al club di San Paolo arriva Émerson Leão, allenatore dai metodi rudi e poco accomodanti, decide subito di togliere la fascia da capitano a Tévez. Ha capito che il giocatore ha un peso spropositato all’interno dello spogliatoio e teme che questo possa erodere la sua autorità. L’argentino reagisce come avrebbe fatto altre volte, in seguito, durante la sua carriera: «Devo molte cose al Corinthians, ma devo pensare a cosa è meglio per me e per la mia famiglia. Non so quanto tempo posso restare ancora nel club».

Terzo indizio: la fuga. Non per vigliaccheria, ma per orgoglio. Anziché sopportare la situazione e cercare di ribaltarla, Tévez ha sempre preferito voltare le spalle, fuggire. Dopo l’episodio al Corinthians, l’Apache lascia il Brasile e fa perdere le sue tracce, rifugiandosi a Buenos Aires. Aveva deciso che non avrebbe più giocato nel Timão. In pochi giorni, trovò un accordo con il West Ham.

Tévez segna il suo primo gol per gli Hammers nel derby contro gli Spurs e si tuffa nel pubblico

Dopo una stagione negli Hammers, chiusa con sette reti, Tévez passa al Manchester United. A questo punto occorre una piccola parentesi per capire chi è Kia Joorabchian, l’uomo d’affari inglese di origini iraniane che ha preso in consegna il giocatore. Non è un procuratore, lo sport è solo una parte del suo business e non necessariamente legata alla gestione dei calciatori. Nel 2004, Joorabchian vuole acquistare una squadra di calcio e a tal proposito fonda la Media Sports Investments. Inizialmente, setaccia in ambito inglese (l’Arsenal, la sua squadra del cuore, ma è troppo costosa), poi, su suggerimento di Pini Zahavi, agente di Pelé, si interessa al Corinthians. Stipula un accordo con la società brasiliana in base al quale accetta di pagare i debiti del club, versando una somma compresa tra i 20 e i 35 milioni di sterline, a fronte del 51% dei profitti nei dieci anni successivi. Joorabchian capisce che la squadra ha bisogno di nomi di grande richiamo (arriveranno Mascherano, Gustavo Nery, Carlos Alberto), ma il suo grande cruccio è Carlitos Tévez, allora al Boca. Joorabchian ricorda le difficoltà nel portarlo in Brasile, per via dell’attaccamento al suo Paese, e la trattativa si sblocca solo dopo sei mesi: un accordo imponente (la Media Sports pagò una commissione di 14 milioni di sterline al Boca) stipulato davanti a una pompa di benzina, con Tévez in pantaloncini e infradito. Due anni dopo, nel 2006, Joorabchian ritenta la scalata a un club inglese, stavolta il West Ham. Il tentativo fallisce, ma Tévez finisce comunque negli Hammers, dopo il divorzio ancora fresco con il Corinthians. E qui la storia si complica, perché i termini economici del passaggio dell’Apache al West Ham non sono chiari. La squadra londinese verrà multata in seguito dalla Federcalcio inglese per 5,5 milioni di sterline per aver tenuto nascosto il ruolo giocato dal consorzio di Joorabchian nel trasferimento del calciatore. Al 2006, risulta che il cartellino di Tévez è di proprietà della Media Sports Investments e della Just Sports Inc. Quando il Manchester United si interessa all’Apache, è con Joorabchian che deve parlare. Si arriva alla definizione di un accordo biennale sulla base di quattro milioni di sterline l’anno, più un’opzione per i tre anni successivi, che avrebbero obbligato i Red Devils a versare altri 25 milioni di sterline.

«La Juve è la mia seconda casa. Mi hanno sempre trattato bene, dal presidente all’ultimo dei dipendenti»

Questo per capire cosa succede nel maggio 2009, quando l’accordo biennale sta per scadere. Dalla dirigenza dello United – leggasi Ferguson – non arrivano segnali incoraggianti per Tévez, che a quel punto crede di non rientrare più nel progetto di squadra. Comincia a manifestare alla stampa il suo malcontento e la sua delusione per non avere ancora ricevuto la proposta di prolungare il contratto. Nel frattempo, all’Old Trafford cantano senza sosta: «Fergie, sign him up», Ferguson fallo firmare. Sono giorni frementi anche sul campo, dove lo United è protagonista dello sprint vincente in Premier, anche ai gol di Tévez, decisivo nel finale di campionato con un gol al Manchester City e uno al Wigan. Alla fine, Ferguson deciderà di esercitare l’opzione e confermare Tévez. E invece, l’affare non si concretizza. Il 20 giugno il Manchester United sul suo sito ufficializza l’addio del giocatore, adoperando termini molto duri e dettagliati per un comunicato stampa: «Il club ha accettato di esercitare l’opzione e pagare 25,5 milioni di sterline, offrendo a Tevez un contratto di cinque anni che lo avrebbe reso uno dei giocatori più pagati della rosa. Con grande delusione, però, il suo entourage ha comunicato che il giocatore non desiderava più giocare nel club». Ancora una volta l’orgoglio, quindi la fuga: Tévez sperava di rimanere nello United, ma ha giudicato tardivo l’intervento di Ferguson. Al risentimento si è aggiunta la frustrazione per non essere partito tra i titolari nella finale di Champions persa contro il Barcellona. «Non ho lasciato lo United per i tifosi, ma perché ho percepito che Ferguson non aveva fatto abbastanza per farmi rimanere qua». Quando, nel 2012, Tevez avrebbe vinto il titolo di Premier con il Manchester City, ai danni proprio dei rivali cittadini, esibì dal pullman che portava i calciatori in trionfo per la città un cartello con la scritta “Rip Fergie”. La stessa stagione in cui l’Apache si era rifiutato di entrare in campo contro il Bayern Monaco ed era fuggito in Argentina, prima di essere reintegrato in squadra. Una sequenza ormai nota, in tre atti: la perdita del ruolo egemone, la lite, la fuga.

I dieci migliori gol di Tevez nel Manchester City

L’Argentina di Messi, il Manchester United di Cristiano Ronaldo, il Manchester City di Agüero. Quarto indizio: il posto giusto al momento sbagliato. L’Apache ha avuto una carriera di prestigio: ha vinto una Champions con il Manchester United, tre Premier League, sta per vincere il suo secondo scudetto italiano ed è stato capocannoniere del campionato inglese nel 2010/2011, un titolo che sta provando a bissare anche in Serie A. Trofei, premi, riconoscimenti. Però non è mai stato l’uomo di punta della sua squadra. Nessuno ha mai coniato, ad esempio, l’espressione «il Manchester United di Tévez». Quando l’argentino gioca all’Old Trafford, la copertina è prerogativa di Ronaldo. Con i Red Devils segna 19 reti il primo anno, 15 il secondo. Non sono numeri disastrosi, anche se nella seconda stagione Tévez segna appena cinque volte in Premier. Però non bastano perché l’Apache sia ricordato nella walk of fame dei Red Devils. L’argentino arriva nel momento sbagliato, quando l’Old Trafford è illuminato dalla stella di Cristiano Ronaldo. Lo spazio della gloria è limitato e se lo è preso tutto il portoghese. Non perché Tévez non renda, semplicemente perché la competizione è impossibile, un po’ quello che succede oggi nel Real Madrid a campioni come Bale e Benzema.

Oggi Tévez ha 31 anni, ma finalmente ha raggiunto quello che ha inseguito in tutta la sua carriera. La maglia numero dieci della Juve è un attestato di grande considerazione da parte della società; non soffre nessun tipo di concorrenza, perché i grandi campioni della Juve giocano tutti in altri ruoli; è reputato unanimemente come il trascinatore della squadra; gioca in un collettivo forte e rodato, che sta facendo strada anche in Champions; ha dimostrato di aver raggiunto una certa maturità; l’ambiente è sereno e compatto ed è dalla sua parte. Questo lo ha captato sin da subito, e per lui è stato un grande incentivo a far bene: «La Juve è la mia seconda casa. Mi hanno sempre trattato bene, dal presidente all’ultimo dei dipendenti mi hanno dato tutto perché io mi senta felice. E io cerco di ripagare tutto questo affetto con il massimo impegno sul campo».

 

Nell'immagine in evidenza Tévez esulta durante Milan-Juventus, marzo 2014. Claudio Villa/Getty Images


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