L’alieno Sarri

L’importanza di un mister come quello del Napoli, un Mourinho di provincia, meno provocatorio, ma con un’enorme conoscenza del calcio. Ne servirebbero di più, di persone e allenatori come lui.
di Michele Dalai 13 Ottobre 2015 alle 11:11

Inside the minds of football leaders, dentro la testa dei capi del calcio. Mike Carson li chiama così nel suo libro, capi del calcio. Mourinho, Wenger e Ferguson. La concezione anglosassone del manager è totalizzante, l’uomo al centro di ogni attività del club, con responsabilità opportunamente commisurate a ingaggio e visibilità. Ferguson in particolare ha rappresentato negli anni l’evoluzione del ruolo, la conoscenza completa di una filiera che dal massaggiatore ai merchandiser dei negozi monomarca segue una filosofia molto chiara: organizzare, vincere e vendere. Ora la domanda è questa: quanto è replicabile la tendenza Ferguson nel nostro povero calcio da codice rosso?

La risposta è semplice: poco, pochissimo, per nulla. Eliminiamo il caso virtuoso della Juventus, eccellente esempio di sinergie sportivo-aziendali e di interpretazione moderna del concetto di azienda a cavallo tra sport, marketing e comunicazione (che comunque non ha un manager nell’accezione inglese, bensì ottimi funzionari connessi con le esigenze della struttura tecnica e dell’allenatore). Tolta la squadra torinese resta poco, ad alto livello. Bisogna scendere la china di fatturati e classifica per trovare elementi dell’interpretazione italiana del ruolo. Prendi Sarri, per esempio. Un bellissimo libro di Sandro Modeo su Mourinho ha un titolo evocativo e furbo: L’Alieno Mourinho. Alieno in quanto diverso, altro dal nostro calcio e dalla sua terrificante capacità di omologare caratteri e personaggi, di ridurre il dibattito a una velenosa sequela di accuse reciproche, di trasferire le dinamiche del tifo più becero alle scrivanie di dirigenti e giornalisti. Nel calcio italiano si mente sempre sapendo di mentire, nulla che non siano dichiarazioni di rito o insulti. Mourinho è un abile teatrante ma si comportò da extraterrestre nelle paludi delle nostre sale stampa. Se mentì, lo fece con stile. Ma Mourinho è un unicum, peraltro un unicum in fuga dal nostro calcio (proprio come gli altri allenatori di grande personalità e vocati a destini e orizzonti più felici come Ancelotti, Capello e il Mancini di Manchester).

Alieno in quanto diverso, altro dal nostro calcio e dalla sua terrificante capacità di omologare caratteri e personaggi

Se Carlo Ancelotti non esclude il ritorno e Mancini si domanda chi gliel’abbia fatto fare o forse lo sa benissimo e forse questo è il meglio che potesse capitargli in un momento di magra, chi non si cura di tutto ciò è Sarri. Anzi. L’Alieno Sarri.

Perché poi è facile fare l’Alieno se sei Mourinho e gli stilisti fanno a gara per vestirti e i giornalisti a gomitate per farti sembrare ancora più arguto e intelligente di quanto tu già non sia. Prova te a essere Sarri, a dover costruire la squadra con la paghetta del figlio di John Terry, a motivare giovani in prestito e gente che in A c’è arrivata tardi, a convincere tutti che ci sarà gloria e sapere che però quella gloria arriverà altrove, lontano da te e da Empoli.

Provaci tu a esser Sarri quando ne perdi una di troppo e i tifosi vogliono ragioni, i non tifosi vogliono ragioni, le ragioni non vogliono sentir ragioni e in cinque secondi ti ritrovi esonerato a passeggiare lungo l’Arno e a pensare alle ripartenze e alle distanze tra Valdifiori e i laterali, parlando da solo come un matto.

Il tema di quelli che cercano sempre temi è la replicabilità del modello Sarri su larga scala. Ce l’ha fatta Sacchi, hanno fallito Orrico, Malesani, Maifredi e moltissimi altri innovatori senza pedigree. Dice: i campioni non hanno bisogno di manager venuti dal basso, non hanno voglia di essere allenati. Il direttore finanziario non accetterà mai di confrontarsi con un signore in tuta, magari con la voce rotta da troppe Marlboro, stanco, solitario y final.

Il tema di quelli che cercano sempre temi è la replicabilità del modello Sarri su larga scala

Però è l’unica via. Coniugare le esigenze del calcio moderno, la spettacolarizzazione di un gioco altrimenti ormai noioso, con la competenza di chi quello sport lo conosce davvero. Perché conoscere il calcio, in Italia, è un potere da extraterreste. Da alieno.

Quindi scordiamoci quelli là e lavoriamo sulla nostra versione dei fatti. Magari non manager ma solo allenatore con deleghe, ma facciamolo.

Ripartiamo da Sarri, il futuro è un posto bellissimo, familiare e rassicurante.

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