Calcio

Le malheur de l’introverti Hugo Lloris

Una carriera decennale e nessun riconoscimento. Come mai Hugo Lloris non viene considerato tra i migliori interpreti del ruolo al mondo?

LONDON, ENGLAND - JANUARY 23: Hugo Lloris of Tottenham Hotspur makes a save during the Barclays Premier League match between Crystal Palace and Tottenham Hotspur at Selhurst Park on January 23, 2016 in London, England. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

Prima di scrivere questo pezzo ho voluto fare un giochino con alcuni miei amici, ponendo loro una semplice domanda: fatemi la vostra personale top 5 dei migliori portieri del mondo in attività. Le risposte, come preventivato, non si sono allontanate da un ristretto ventaglio di giocatori. Scontato il plebiscito per Neuer e Buffon, molti voti sono stati dati a Courtois e poi in ordine sparso ai vari Handanovic, De Gea, Bravo, Navas, Cech, Oblak e Hart. Il campione preso in esame per la mia rilevazione non ha nessuna valenza statistica, però un dato è oggettivo: nessuno ha nominato Hugo Lloris. Quattordici persone interpellate e settanta possibilità diverse per nominare il portiere del Tottenham, ma nessuno ha pensato a questo ragazzo francese. È curioso.

Eppure si sta parlando di un portiere di trent’anni, con un passato al Lione e attualmente capitano del Tottenham secondo in Premier League. Lloris è il leader della miglior difesa del campionato inglese, è il titolare indiscusso della Nazionale francese da quasi un decennio nonché suo capitano per 49 volte. Insomma: al netto del gusto personale e delle sue capacità tecniche, è impossibile non inserire Lloris tra i migliori portieri del mondo. Eppure secondo il campione preso in esame (più amichevole che statistico) sembrerebbe non esser così. Ma non è solo una chat di Whatsapp a non rendere merito a Hugo, anche altri numeri confermano questa sottostima del francese. Ad esempio, lo dice il numero 10, il totale dei voti presi in carriera nella classifica Iffhs di miglior portiere del mondo. Dieci voti in dieci anni, che tradotti sono un ottavo posto nel 2012 e un undicesimo nel 2014. Solo per dire, Cassio Ramos, Justo Villar, José Francisco Cevallos e Marcelo Barovero, misconosciuti portieri sudamericani, negli ultimi sette anni hanno raccolto più voti del capitano della Francia e del Tottenham. Pallone d’Oro, Fifa Pro World XI, Premier League Golden Gloves, Giocatore dell’anno, Giocatore del mese? Nemmeno a dirlo, in tutti questi premi Lloris non è mai stato preso in considerazione. Il francese è unanimemente considerato bravo, ma… Una congiunzione avversativa che ha contraddistinto la sua carriera, sempre accompagnata da due grandi sfumature: la sfortuna e la sua personalità.

Le parate miracolose di Hugo Lloris al Tottenham

Perché c’è una “malheur” che lo ha spesso inseguito, come un perfido contrappasso di una gioventù dorata iniziata a Nizza nell’elegante quartiere Saint-Maurice, in una notte di Santo Stefano del 1986. Con un padre banchiere a Montecarlo e una madre avvocato, l’infanzia di Hugo è stata quanto di meglio si potesse chiedere dalla vita. I verdi prati delle ville di Nizza Nord affacciate sulla splendida Costa Azzurra. I primi calci a un pallone nell’esclusivo circolo Cedac. I pomeriggi soleggiati divisi tra il calcio e il tennis. Tutto vissuto con una candida tranquillità di chi non deve trovare riscatto nel calcio. A dieci anni la vita regala il primo sogno al piccolo Hugo: l’ex centrocampista del Nizza Régis Bruneton lo vede giocare e intuisce subito le sue qualità innate. «Dalla prima volta che Régis mi vide giocare, disse che io dovevo diventare un portiere», ha ricordato tempo dopo Lloris. «A 10 anni non avevo mai giocato in porta, ma mi veniva naturale bloccare il pallone e sapevo tuffarmi al meglio. Régis notò le mie qualità e non perse tempo nel portarmi nelle giovanili del Nizza».

Era il 1996. La Francia iniziava a costruire la sua Nazionale più forte di tutti i tempi, mentre Hugo faceva i suoi primi passi da calciatore. Al Nizza, nella sua città. Ci rimase dodici anni, facendo tutta la trafila, dai pulcini fino alla prima squadra. Non vinse nulla con Les Aiglons, ma nel triennio da professionista si fece conoscere al grande pubblico come uno dei migliori prospetti del calcio francese. Le sue prestazioni attirarono le mire del più grande club francese dell’epoca: il Lione. C’era da sostituire una colonna come Gregory Coupet, appena partito alla volta di Madrid. L’ascesa nell’élite del calcio per il bambino di Saint-Maurice non vedeva fine. Sempre più su, sempre più in alto. Quello del 2008 fu però l’ultimo bacio di Madame Chance sulla fronte di Hugo. A Lione subentra la malheur, la sfortuna di chi incarnerà appieno il vecchio adagio: la persona giusta nel momento sbagliato. Lloris si prende la maglia numero 1 della squadra sette volte campione di Francia. Giocherà quattro anni sulle rive del Rodano, non riuscendo mai ad alzare un trofeo. Il campionato francese al tempo era prerogativa standard del Lione, ma per quattro anni il portiere vedrà vincere la Ligue 1 a quattro squadre diverse: Bordeaux, Marsiglia, Lille e Montpellier.

Marzo 2016, nella pioggia contro l'Arsenal (Adrian Dennis/Afp/Getty Images)
Marzo 2016, nella pioggia contro l'Arsenal (Adrian Dennis/Afp/Getty Images)

Nel 2012 arriva l’ennesimo salto in alto per la carriera di Lloris: ci sono i soldi del Tottenham, il palcoscenico della Premier League. Anche a Londra Hugo ci mette poco ad esprimere le sue qualità e nel giro di pochi mesi relega in panchina un totem come Brad Friedel. Tuttavia anche l’avventura londinese regala poche gioie a Lloris. Il Tottenham è un’ottima squadra, con grandi prospettive, ma alla fine a vincere sono gli altri. Anche in questa stagione, nella migliore annata degli Spurs, la malheur sembra continuare. Pochettino è riuscito a mettere in fila tutte le grandi d’Inghilterra, ma è arrivato il Leicester di Ranieri a rovinare i piani. La favola delle Foxes come la favola del Bordeaux di Blanc o del Lille di Garcia: avrebbe potuto vincere molti trofei Lloris, ma

La carriera in Nazionale non fa eccezione. Hugo fa il suo esordio con i galletti nel 2008, proprio alla fine del ciclo di Zidane. Arriva in una Francia dilaniata da litigi interni e gioca titolare il Mondiale del 2010, quello della vergogna nazionale. Il suo posto come numero 1 francese però non è in discussione: gioca titolare anche l’Europeo del 2012 e il Mondiale del 2014. Ma si imbatte nel ciclo di mezzo, quello della restaurazione, ovviamente senza raccogliere nessun alloro. Che sia sfortuna o semplicemente casualità, non è argomento terreno sul quale avventurarsi. Fatto sta che la carriera di Lloris si è inserita e sviluppata in modo equidistante tra la grandeur dei Zidane, Vieira, Barthez e Henry e la avenir grandeur dei Pogba, Martial, Varane, Laporte e Rabiot.

France v Germany: Quarter Final - 2014 FIFA World Cup Brazil

Forse una delle vere motivazioni per le quali Lloris è sempre rimasto quel gradino sotto i grandissimi è perché non ha mai fatto il salto definitivo verso il top d’Europa. Ha vestito le maglie di grandi squadre ma non grandissime, di nobili decadute o di compagini di prospettiva, rappresentando per quasi un decennio una delle peggiori nazionali francesi di sempre. Una fortuna capitata invece al suo alter ego Fabien Barthez. Il mito d’infanzia di Lloris, ritenuto il miglior portiere francese di sempre e, per buona parte della carriera, come uno dei migliori del mondo, è sempre stato nel posto giusto al momento giusto: nel Marsiglia campione d’Europa e di Francia, nel Monaco due volte re della Ligue 1, nella Francia della “generazione d’oro” e in uno dei tanti Manchester United vincenti di Ferguson.

Un paragone naturale tra due dei migliori portieri francesi della storia che però mi fa porre sempre più alcune domande: Barthez è stato davvero migliore di Lloris? Personalmente non credo, anzi. In alcune caratteristiche tecniche Lloris è probabilmente superiore a Barthez: è più prestante fisicamente, ha la stessa reattività ma un fisico più strutturato e nelle uscite, il marchio di fabbrica di Fabien, Hugo dimostra lo stesso coraggio. Tutto questo messo in campo a distanza di dieci anni, in un calcio diverso, più veloce, più tecnico e sempre meno permissivo nei confronti del portiere. Cosa ha fatto la differenza tra i due? Forse la bravura, sicuramente la fortuna.

Nel 2014 , a contrasto con Van Persie (Michael Regan/Getty Images)
Nel 2014 , a contrasto con Van Persie (Michael Regan/Getty Images)

E se questa dose di malheur non bastasse, la carriera di Lloris e il relativo giudizio sulle sue qualità sono state frenate anche da una personalità schiva e introversa. Hugo è sempre stato un ragazzo pacato e tranquillo, e allo stesso tempo ha le qualità per essere un capitano perfetto: in ogni squadra in cui ha militato, alla fine, la fascia è ricaduta sul suo braccio. Frédéric Antonetti, ex manager del Nizza ai tempi disse di lui: «È un ottimo leader, non è quello che parla di più nello spogliatoio, ma è la persona che dice le cose più sensate». Se lo ricordano bene i compagni di squadra del Lione, che nel 2011 assistettero a una scenata energica, quasi violenta. L’Ol aveva subito due gol nei minuti di recupero, pareggiando una partita praticamente vinta. Lloris non si tenne e scatenò tutta la sua rabbia dentro le mura dello spogliatoio. Il tutto fu ripreso dalle telecamere di Canal+, ribaltando, per un attimo, l’idea comune del tranquillo e pacato Hugo.

Il francese però è sempre stato naturalmente a disagio sotto i riflettori, incapace di vendersi al grande pubblico. Rimase storico il suo rifiuto al popolare settimanale Telefoot di girare un servizio su di lui. Il giornale aveva chiesto al Lione il permesso di utilizzare i filmati del canale televisivo del club per pubblicizzare le sessioni di allenamento di Lloris con il preparatore Joel Bats, notoriamente molto intense. In un primo momento Hugo si rifiutò, alla fine cedette, ma impose due condizioni: il video non poteva durare più di due minuti e non doveva contenere «alcun tipo di sensazionalismo del suo essere il miglior portiere del mondo». Una naturale riservatezza figlia, forse, di quell’infanzia dorata, dove il calcio era solo un gioco, un bellissimo divertimento, non un fine alla propria esistenza.

Le doti naturali offerte dal Dio del calcio hanno portato Hugo ai massimi livelli, ma probabilmente la mancanza di cattiveria, di rabbia, di voglia di arrivare, condita da una buona dose di sfortuna, non gli hanno permesso di fare quell’ultimo gradino verso l’Olimpo. Questa stagione potrebbe essere quella della vera svolta, quella del definitivo salto di qualità. C’è una Premier League da strappare alla cenerentola Leicester e c’è un Europeo in casa da provare a vincere. Entrambe le squadre sono forse quello che è sempre mancato a Hugo: la squadra giusta al momento giusto. Maggio, giugno e luglio saranno il crocevia di una carriera, sperando di non veder più scritto sul proprio curriculum: sì, ma….

 

Nell'immagine in evidenza, un salvataggio in volo contro il Crystal Palace, nel gennaio 2016 (Clive Rose/Getty Images)


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