Calcio

Cosa rimane di questi Europei

Sei firme scelgono il loro momento simbolo degli Europei: dalle lacrime di Ronaldo ai nostri Bonucci e De Sciglio, passando per i tifosi irlandesi.

Ronaldo Cristiano

TOPSHOT - Portugal's forward Cristiano Ronaldo poses with the trophy after the team's 1-0 win in the Euro 2016 final football match between Portugal and France at the Stade de France in Saint-Denis, north of Paris, on July 10, 2016. / AFP / MIGUEL MEDINA (Photo credit should read MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Ho pianto con Cristiano Ronaldo

Cristiano Ronaldo ha sei anni più di me, e io l’ho sempre odiato. Siamo cresciuti insieme: lui perdeva il titolo europeo in casa contro la Grecia e io approdavo al liceo; lui perdeva la Champions contro il Barça di Guardiola e io preparavo la maturità. Ho iniziato a ricredermi, e ad apprezzarlo davvero, dopo un gol di testa alla Roma: da quel giorno, chiunque mi avesse chiesto di Ronaldo avrebbe ricevuto sempre la stessa risposta: «Preferisco Messi, però che atleta…». Che atleta. Inconsciamente, grazie a Ronaldo, ho imparato a superare le apparenze del primo giudizio estetico: ho iniziato a guardare oltre, a cercare il lavoro dietro la fantasia per decidere quanto stimare un calciatore. Prima il professionista, poi l’artista: oggi è il mio credo. Ronaldo è fantastico perché riesce ad essere il massimo dell’arte e pure del “che atleta”. E io mi sono innamorato irrimediabilmente di lui quando ho capito questo passaggio.

Portugal's forward Cristiano Ronaldo reacts after an injury during the Euro 2016 final football match between Portugal and France at the Stade de France in Saint-Denis, north of Paris, on July 10, 2016. / AFP / PHILIPPE LOPEZ (Photo credit should read PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images)
Cristiano Ronaldo in lacrime: deve abbandonare la finale (Philippe Lopez/AFP/Getty Images)

Per questo le lacrime di ieri sera, le lacrime della “sua” finale che svaniva per un infortunio, sono state anche mie. Ma non platonicamente, proprio in senso letterale: in terra, dopo aver provato due volte a rientrare in campo nonostante un infortunio palesemente serio, l’ormai trentunenne di Madeira piangeva. E io ho pianto, lacrime vere, pure se con lui non c’entravo niente. Il suo dolore era diventato il mio, perché vedevo sgretolarsi il lavoro e il sogno di una vita. Senza che uno abbia avuto la possibilità di provarci davvero. È stato un momento potente: devastante per lui, indicativo per me. Pensavo: vuoi vedere che essermi immedesimato nel dolore di Cristiano Ronaldo mi ha insegnato che la vita può essere stronza, e ingiusta, e ingrata? Vuoi vedere che così, stasera, sono diventato adulto? Mangiavo latte e biscotti, la partita scorreva davanti ai miei occhi e riflettevo su questo. Su come Cristiano Ronaldo mi avesse improvvisamente mostrato come possono andare (male) le cose. Poi l’ho visto rientrare in campo prima dei supplementari, ed ero ancora più triste e sfiduciato. Non deve essere bello “vivere” il tuo sogno da bordocampo. Poi ha segnato Eder, e Ronaldo ha pianto di nuovo. Poi il Portogallo ha vinto, e Ronaldo ha alzato la coppa e ha pianto ancora. E per tutto il tempo, io ho pianto con lui. Di felicità, stavolta, anche se riflessa. Perché la vita sa essere stronza, e ingiusta, e ingrata. Però, in qualche modo – magari inaspettatamente e per vie traverse -, il lavoro paga e salda i suoi debiti. Da ieri sera ci credo un po’ di più. Grazie a Cristiano Ronaldo, che col dolore e con la gioia mi ha spiegato che basta impegnarsi, tanto, e (saper) aspettare. E che – anche per questo – la cazzata che si diventa adulti è, appunto, solo una cazzata. (Alfonso Fasano)

Il gol di Eder in finale

 

La testa di Bonucci

L’Europeo della testa di Bonucci è quello di un posto che si immagina affollato e, invece, è perfettamente in ordine, lindo, soltanto sottovalutato. Oscenamente sottovalutato. La testa di Bonucci è quella che sprigiona antipatie in quasi metà dei tifosi italiani. Gli altri, sono juventini. E, invece, da lì parte una fierezza che pochi possono vantare, una consapevolezza che migliorerebbe la metà dei calciatori mondiali. Bonucci ha in testa l’idea di essere un giocatore inviso a chi ha fede contraria (infatti questo è un giudizio che affonda le sue radici in una sorta di ateismo che agevola il compito) e che anche a fronte di atroci torture (tipo passeggiare per dieci chilometri alla velocità di Thiago Motta) non riconoscerebbe mai il valore di uno dei (in alcuni casi vale la pena spingersi fino a dire “il”) migliori centrali europei (e anche a confini più larghi, volendo).

Italy's defender Leonardo Bonucci celebrates his team's 2-0 victory following the Euro 2016 group E football match between Belgium and Italy at the Parc Olympique Lyonnais stadium in Lyon on June 13, 2016. / AFP / jeff pachoud (Photo credit should read JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)
La grinta di Leonardo Bonucci dopo la vittoria contro il Belgio (Jeff Pachoud/AFP/Getty Images)

Uno che sa di aver una spalliera così affollata di avvoltoi potrebbe scegliere di vivacchiare, per non esporsi, non sbagliare. Fare il minimo, che pure con certe qualità sarebbe abbastanza. Ma Bonucci ha “la testa di Bonucci”, non quella di un altro. Altrimenti non farebbe partire un lancio che quasi quasi sei Beckenbauer per mandare fino in porta Giaccherini contro il Belgio. Altrimenti non avrebbe la forza di arrivare fino in attacco con la palla ferma per provare anche a caricarsi la responsabilità di una punizione contro la Spagna (eh, la Spagna: quelli che sono bravi con i piedi e Bonucci, diciamo, no) che poi però batte Eder e in ogni caso sulla respinta segniamo. Altrimenti non andresti fino a undici metri prima di Neuer, quando l’Italia è sotto e tutto sembra pronto per finire e invece no, hai la testa di Bonucci e pure i piedi di Bonucci e gli attributi di Bonucci e allora sai segnare il rigore e prolungare una partita che alla fine ti elimina lo stesso, ma di sicuro rende epica l’uscita di scena (e quasi insignificante il tuo errore).

Il gol di Bonucci contro la Germania

Sì, la testa di Bonucci non è quel posto che immagina la mezza Italia che lo odia. E forse nemmeno quello che sostengono i tifosi della Juve. La testa di Bonucci è un luogo dove ci si prendono le responsabilità, ignari dei giudizi pronti, contrari e facili. Ignari delle potenziali ironie, ignari di ogni cosa, anche dell’esultanza di quelli più abituati a insultarlo che adesso, sull’1-1 con i campioni del mondo, si abbracciano in nome di Leo. Nella testa di Bonucci conta solo quello che si fa, come lo si fa, il coraggio con il quale lo si fa. Eh sì, quando fa il gesto di “sciacquatevi la bocca” non lo fa per essere simpatico. Lo fa perché ha ragione. Glielo dice la testa. (Fulvio Paglialunga)

 

L'Irlanda parla di vita

Nel pomeriggio di Irlanda-Svezia, l’esordio dei verdi a Euro 2016, mi trovavo nel centro di Kilkenny. Il gremitissimo Cleere’s Bar prometteva una pinta di rossa gratis qualora Shane Long fosse stato il primo marcatore della squadra di O’Neill. Goliardia, più che speranza: nel chiacchiericcio degli avventori emergeva netta la consapevolezza che il loro non fosse certo “the best team in the tournament”. La rilassatezza dell’approccio irlandese alla competizione pallonara più importante dell’anno trovava ulteriore compimento nel tavolo in cui discuteva di rugby e nell’omino che cercava di isolarsi per tenersi aggiornato sul risultato della squadra locale di hurling, lo sport nativo più amato nella provincia. A un certo punto si è diffusa la voce che al Brewery Corner, il pub di fronte al nostro, avessero alzato l’asticella: birra gratis illimitata qualora Shane Long avesse segnato in un qualsiasi momento della partita. Nel bel mezzo dell’inevitabile esodo mi sono trovato a scambiare due parole con un uomo sulla cinquantina travestito da leprechaun. «Lo vedi questo craic? Non riesco nemmeno a immaginare quanto possa essere ancora più spassoso per mio figlio, in Francia». Craic è la parola irlandese che indica una forma di divertimento puro e semplicissimo, quella che, per intenderci, nell’ultimo mese ha spinto la Green Army a fare serenate, cantare ninnenanne, riparare auto che avevano danneggiato, inneggiare a uomini a caso nei balconi. Tre giorni fa il comune di Parigi ha consegnato alla tifoseria irlandese un premio speciale per la condotta tenuta durante il torneo. «Per molti come mio figlio, quella in Francia è la vacanza della vita. Sono andati lì per confermare al mondo che il calcio è gioia, e che noi siamo un grande popolo». Al termine di un Europeo che ha riportato in prima pagina anche le follie degli hooligans, la riuscitissima missione dell’Armata Verde d’Irlanda è certamente uno dei souvenir più luccicanti da portare a casa. In una recente ode sulla necessità dei tifosi irlandesi, il giornalista tedesco Stephan Raich conclude così: «Parigi parla di vita. Il calcio parla di vita. E gli irlandesi ne sono la miglior conferma». (Leonardo Piccione)

Ireland's players acknowledge their supporters after losing the Euro 2016 round of 16 football match between France and Republic of Ireland at the Parc Olympique Lyonnais stadium in Decines-Charpieu, near Lyon, on June 26, 2016. / AFP / FRANCK FIFE (Photo credit should read FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)
I calciatori irlandesi salutano i propri tifosi dopo la sconfitta contro la Francia (Franck Fife/Afp/Getty Images)

 

Suddenly De Sciglio

Alla vigilia dell’Europeo lo scenario più improbabile per l’Italia, ancor di più di un’improbabilissima vittoria finale, era il raggiungimento della pacificazione tra il Paese e una nazionale mai veramente amata dopo la notte di Berlino di dieci anni fa. La mistica contiana, fondata sulla trinità sacrificio-sudore-umiltà, è però incredibilmente riuscita ad arrivare là dove neanche la finale europea del 2012 e la distruzione della Germania per mano di Balotelli erano arrivati, conquistando un’Italia che mai era stata così scettica e diffidente. In questo Europeo ricco di momenti emozionalmente forti, dal tunnel di De Rossi a Iniesta alla parata di Buffon sul tacco di Gomez, merita una menzione particolare il rigore tirato da De Sciglio una manciata di minuti prima che l’errore di Darmian mettesse fine al torneo degli azzurri. La prestazione in Francia di De Sciglio è forse stato l’aspetto meno pronosticabile di un Europeo di per sé sorprendente per l’Italia, l’improvvisa rinascita di un calciatore che a soli ventitré anni sembrava aver già imboccato il viale del tramonto.

La trasformazione di De Sciglio dal dischetto

Con due soli rigori tirati prima di quel momento in carriera, uno, realizzato, nei minuti finali di un 5-0 tra Milan e Cittadella Primavera, e uno, sbagliato, nella finale per il terzo e quarto posto della Confederations Cup del 2013 contro l’Uruguay, De Sciglio si presenta sul dischetto con una tranquillità insospettabile per un giocatore più volte tacciato di mancanza di personalità. Prende una rincorsa lunga (nel 2013 aveva tirato praticamente da fermo), tira fortissimo a incrociare, spiazza Neuer e segna. Appena capisce che il pallone dopo essere battuto sulla traversa è entrato in porta inizia a prendere a pugni l’aria, in piena trance, e quando viene inquadrato dalle telecamere mentre torna dai compagni sulla linea di centrocampo ha gli occhi di chi non avrebbe paura di affrontare da solo e a mani nude un intero esercito di Neuer. In quel preciso momento De Sciglio si è già spogliato dei panni del giocatore insipido e poco incisivo, di fatto dimostrando di poter dare una svolta decisa alla sua carriera, e, come se non bastasse, decide di portarsi la maglia al petto e di baciare lo stemma, un gesto paradossalmente insolito nell’ambito delle nazionali. Nell’istante in cui Darmian sbaglia, il rigore di De Sciglio scompare nella memoria collettiva, affossato dalle gif su Pellè e Zaza. Nonostante questo mi piace pensare che a distanza di mesi o di anni questo rigore riesca a riaffiorare, per essere utilizzato come cortometraggio-prequel di quella che potrebbe essere la nuova carriera di De Sciglio. (Simone Donati)

 

Crossopopoea

Se il cross, come vuole la poco fantasiosa tradizione, è davvero l'arma più potente con la quale si possa ferire l'avversario nelle fasi finali del gioco, quelle spesso concitate e col risultato in bilico, deduciamo che molte delle partecipanti hanno vissuto ogni momento della competizione come se fosse l'ultimo. Le finaliste Francia e Portogallo, ad esempio, sono arrivate alla resa dei conti – che escludiamo da questo conteggio – avendo calciato la palla in area rispettivamente 133 e 187 volte, ottenendo un risultato di soli 37 cross riusciti da una parte e 45 dall'altra. In pratica i padroni di casa, che pure con il 28% di cross riusciti hanno la terza percentuale più alta dopo il 29% della Croazia e il 33% dell'Islanda, hanno all'attivo quasi un centinaio di palloni buttati a casaccio in fase offensiva, mentre Cr7 e compagni arrivano a poco meno di 150. Un disastro la Germania di Loew che raccoglie un misero 20% con 179 cross tentati e soli 36 riusciti. Male anche il Belgio con il suo 26%, che corrisponde a 143 lanci tentati e soli 37 riusciti mentre l'Italia chiude la sua esperienza con un 26% che equivalgono a 18/73. Se questi sono i dati delle squadre più attese viva la faccia dell'Islanda, primatista nel settore, che porta a casa un onesto 13/40. La canzone faceva così: «Il calcio è cambiato, le tattiche sono cambiate, ci si allena di meno sui fondamentali e in modo sempre più ossessivo sul piano atletico. In questa maniera si ottengono squadre di mezzofondisti dai ritmi agonistici inumani il cui momento di massimo splendore della carriera si ridurrà inevitabilmente al periodo limitato di massima capacità di sforzo fisico». Ci permettiamo di concludere che, qualora ciò corrispondesse a realtà, la carriera di un atleta sarebbe troppo breve per crossare tanto e male come abbiamo visto fare in questo Europeo. (Simone Vacatello)

TOPSHOT - Iceland's midfielder Birkir Bjarnason (L) shoots the ball to score a goal against Portugal's goalkeeper Rui Patricio (2nd L) during the Euro 2016 group F football match between Portugal and Iceland at the Geoffroy-Guichard stadium in Saint-Etienne on June 14, 2016. / AFP / ODD ANDERSEN (Photo credit should read ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)
Birkir Bjarnason segna la rete dell'1-1 contro il Portogallo, nella prima partita in un grande torneo dell'Islanda (Odd Andersen/Afp/Getty Images)

 

Quaresma, la Croazia, il calcio cattivo

Nei primi novanta Croazia-Portogallo è una partita stupenda e il calcio è metafora di vita: letteralmente, non ci si rende conto del fatto che si sia tirato pochissimo in porta. Da una parte c’è Srna, un capitano che non ha bisogno di condoglianze perché gioca come sa: confermandosi, cioè, come il miglior crossatore puro dell’intera competizione. C’è un Modric che scatena qualcosa di strano in ogni spettatore italiano, un sontuoso misto di movenze alla Pirlo e gestualità alla Rivera che induce nell’inconscio di noi tutti l’emersione di un senso di privazione, un dolorino che oscura il piacere di una simpatia istintiva e quasi obbligata. C’è un Rakitic che sembra un’arma esplosiva dal potenziale illimitato a ogni ripartenza, salvo poi bloccarsi – per poca convinzione – contro gli avversari che di volta in volta si trovi davanti. Vida, poi, fa impressione. Dall’altra parte ci sono quelli dei tre pareggi nel girone, che sarebbe scandaloso veder avanzare a suon di non-vittorie. L’asse (quello di cui si discute tanto in paytv quanto sulle emittenti nazionali) si ferma grosso modo ai nomi di Pepe e Cristiano, dei quali si tira in ballo, rispettivamente: a) il ben noto connubio (di Pepe) tra irrequietezza e pericolosità aerea; b) il possibile e già previsto “braccino” (di Cristiano) al momento di essere decisivi in Nazionale. Il loro trionfo rievoca vittorie mai digerite, come i due Giri conquistati senza vittorie di tappa da Balmamion (1962 e 1963) e il motomondiale 125 che Emilio Alzamora si aggiudicò, senza un singolo GP in bacheca, a spese di Melandri.

Il gol che promuove il Portogallo

Nei successivi trenta la partita si ravviva, la palla è più che mai rotonda e il calcio è cattivo. Ribaltamento dopo ribaltamento, la sensazione è che non sarà, in nessun caso, un passaggio di turno indolore per gli sconfitti. E il dramma si consuma a spese degli slavi, perché l’appoggio di Quaresma ha tutto il sapore di un golden gol. Non solo: la rete del portoghese-rom-angolano ha l’aspetto di una redenzione in termini religiosi. Nello spazio di una ribattuta da pochi passi, Quaresma dismette i panni del trivela e bussa per direttissima alle porte del paradiso. Le regie di tutto il mondo, che lo inquadrano, ci mostrano un Pierrot un po’ teknuso che ha messo in lavatrice la canotta targata Desperados per riaccarezzare, per un mesetto, il vecchio sogno di spaccare il mondo. Lo fa da sofferente e prossimo al traguardo-verità dei trentatré. Sullo zigomo destro, a marchiarlo, le sue stigmate. (Alessandro Fabi)

 

Nell'immagine in evidenza, Cristiano Ronaldo mostra la Coppa appena vinta (Miguel Medina/Afp/Getty Images)


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