#NoCage

Il sogno Olimpico di Yusra

La storia di Yusra Mardini, nuotatrice fuggita dalla guerra civile in Siria e che parteciperà alle Olimpiadi di Rio con la Nazionale rifugiati.

BERLIN, GERMANY - MARCH 09: Yusra Mardini of Syria during a training session at the Wasserfreunde Spandau 04 training pool Olympiapark Berlin on March 9, 2016 in Berlin, Germany. (Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images for IOC)

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Yusra Mardini ha il volto pulito e lo sguardo scaltro e avveduto di chi ha già vissuto molto. Yusra ha soltanto 18 anni in realtà, ma ha dovuto affrontare il conflitto siriano quando ancora era minorenne, non conta l’età anagrafica: Mardini è come un frutto diventato maturo in fretta, sbocciato a sorpresa prima del tempo. Alle prossime Olimpiadi di Rio, Mardini gareggerà sotto la bandiera della Nazionale Rifugiati, un drappo grande e ospitale voluto da Thomas Bach, presidente del Cio. La storia di Yusra per come la conosciamo comincia esattamente un anno fa, quel che sappiamo di lei lo abbiamo accolto come verità direttamente dalle sue parole, prima dell’agosto 2015, era per noi nient’altro che una dei milioni di siriani alla ricerca di sopravvivenza. Con un dato che ci riporta allo scorso marzo veniva stimato che dei 24,5 milioni di persone che vivevano in Siria prima dello scoppio della guerra civile, ancora 17 i milioni sono nel paese. Di questi, secondo le Nazioni Unite, 13,5 avrebbero bisogno di assistenza umanitaria con 4,5 milioni di persone rinchiuse in zone difficili da raggiungere o perennemente sotto assedio.

Quando nell’agosto del 2015 Yusra decide di fuggire dalla Siria, allontanandosi da una nuvola fatta di orrore e morte, smette immediatamente i panni dell’adolescente indifesa e spensierata per vestire quelli di una donna che segue un principio di autodeterminazione. Seconda di tre figlie, Mardini ha vissuto la sua vita in casa con i propri genitori, ha fatto parte di un club di ginnaste e amato da subito il nuoto. Una vita costruita sui crismi della normalità, lontana dai racconti esaltanti. Con l’arrivo della guerra civile e l’instabilità del conflitto Yusra ha cominciato a percepire la propria come una non vita. Come se una cortina di disperazione annebbiasse quotidianamente quella normalità così semplice. A causa di un bombardamento tutta la famiglia Mardini fu costretta a trasferirsi, casa loro non esisteva più dopo la strage di Daraya del 2012. Il tetto della piscina di Damasco dove Yusra si era formata, lei figlia di un allenatore di nuoto, era stata completamente divelta durante un attacco in cui due suoi compagni erano morti; poteva vedere l’acqua pulita di quella piscina senza potercisi più tuffare. Quando viene a sapere che alcuni calciatori della Nazionale siriana sono stati uccisi durante un bombardamento, Yusra decide che non può più rimanere a Damasco. Non può continuare a vivere quella non vita senza la paura di soccombere come donna e atleta. Fugge dalla città più antica del mondo consapevole di non avere la certezza di sopravvivere: «Forse sarei morta lungo la strada, ma ero lo stesso quasi morta nel mio paese. Non potevo fare altro».

Sono passati quattro anni dall’inizio della guerra civile quando Yusra – appena 13enne allo scoppio del conflitto – e la sorella maggiore, Sarah, lasciano la Siria insieme a due cugini del padre e ad altri rifugiati. Salutano la famiglia che seguirà il loro viaggio tramite Gps e cercano di fuggire da Damasco verso Beirut, in Libano. Da qui devono raggiungere Istanbul dove le attendono i contrabbandieri e un gruppo di circa 30 rifugiati. Portati a Smirne, in Turchia, passano quattro notti in una giungla senza acqua e cibo, seguite da uomini armati. Non sanno ancora che quel viaggio durerà quasi un mese. Aspettano l’arrivo di un gommone che le aiuterà ad attraversare il Mar Egeo dalla Turchia, giungere in Grecia, per entrare poi nel ventre accogliente dell’Europa centrale. Arrivate in mare aperto, con le onde che sbattono feroci sui bordi dell’imbarcazione, il motore che le sta spingendo verso le coste elleniche si ferma dopo 30 minuti di viaggio.

Il gommone da 6 posti stipato di gente si blocca e comincia a oscillare, le 20 persone a bordo sono troppe per farlo rimanere stabile e incomincia a imbarcare acqua. Sarah, la sorella di Yusra, non vuole che si tuffi in acqua: ma si può chiedere a una nuotatrice di non entrare in contatto con il suo elemento? «Ho pensato che sarebbe stato assurdo annegare in mare, perché io sono una nuotatrice», dice Mardini, che ha imparato a nuotare quando aveva soltanto tre anni. Le due sorelle e una terza giovane donna spingono a nuoto la barca in panne verso la riva, aggrappate alle corde che cadono dai lati dell’imbarcazione. Mentre via radio le autorità turche e greche intimano loro di tornare indietro, Yusra sorride, tra una bracciata e l'altra a un bambino impaurito con cui divide lo spazio all'interno del piccolo gommone. Tre ore e mezzo di bracciate e muscoli tesi, con una mano allacciata all’imbarcazione e l’altra che mulina in acqua. «Io e mia sorella continuavamo a nuotare a rana, con un braccio e una gamba libere e il resto del corpo legato alla barca, a mezz’ora dalla costa ero esausta. Sono risalita e ho cominciato a sentire freddo, guardavo il mare ed ero debole». Da quel giorno Yusra odierà il mare aperto.


«Avevo perso tutto, mi erano rimasti soltanto un jeans e una t-shirt»

Arrivata a terra non poté fare altro che pregare, stremata. Nei ristoranti viene vietato loro di entrare, vestite di soli jeans e t-shirt inzuppate, con il cellulare, i soldi e il passaporto in un sacchetto, non erano diverse in nulla. «Un sacco di gente pensa che i rifugiati non abbiano una casa, non abbiano nulla. Invece siamo esattamente come gli altri, non vivevamo in un deserto». Dall’approdo sulle sponde dell’isola di Lesbo al Germania passano circa 1000 miglia. Yusra e i suoi familiari attraversano Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria – a piedi, in treno, in autobus – prima di arrivare a Monaco di Baviera e poi a Berlino. Venticinque giorni dopo la paura di non farcela, sono a un passo dalla speranza. «Sapevo, finalmente, che il mio viaggio era finito».

La prima casa tedesca di Yusra è un campo profughi alle porte di Berlino, nel distretto di Spandau, dove arriva a ottobre. Proprio Mardini racconta che grazie a un traduttore egiziano, una delle prime persone con cui ha potuto interagire per via della lingua, è entrata in contatto con il Wasserfreunde Spandau 04, uno dei più antichi club di nuoto di Berlino con una piscina costruita dai nazisti per le Olimpiadi del 1936. Dopo aver notato la tecnica della giovane siriana, il club accetta di farla allenare all'interno delle proprie strutture. Sven Spannerkrebs è l'allenatore che segue Yusra da quando è arrivata in Germania, ha fatto per lei dei progetti: le Olimpiadi di Tokyo 2020 sarebbero state l'obiettivo di entrambi. Quando a marzo il Comitato Olimpico Internazionale annuncia che accoglierà una Nazionale olimpica di apolidi per «dare speranza a tutti i rifugiati del mondo», a Berlino si sono ritrovati con con una certezza: una ragazzina che faceva progressi enormi come quelli di Yusra andava portata a Rio. Spannerkrebs, l'allenatore che segue la nuotatrice siriana, getta il telefono della ragazzina in un frigorifero. Troppe chiamate tanto squillava di giornalisti provenienti da ogni angolo del globo. Mardini era già un fenomeno prima ancora di debuttare in gare di livello. Ma Yusra non ha paura di gestire la pressione, le aspettative create in maniera naturale da una storia così intensa. «Voglio essere una fonte di ispirazione per tutti. Nel profondo del mio cuore voglio poter aiutare tutti i rifugiati».

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A due mesi dalle Olimpiadi, a metà giugno, riceve una e-mail dal Cio, Yusra è incredula e impaurita dal contenuto di quel messaggio. Quasi in lacrime capisce che sarà parte del villaggio olimpico, lei, un'apolide che ha dovuto rifugiarsi dall'altra parte del mondo per sopravvivere. Qui si innesterebbe un racconto che parla di sogni che si realizzano, legati ai cliché della vita che riserva sorprese e gioie raggiunte dopo aver visto la morte dritto dritto negli occhi. Invece Mardini è arrivata a Rio grazie alla caparbietà, all'idea precisa che ha del termine sacrificio. Certo il sistema delle scuole sportive d'elite messe a disposizione dalla Germania e l'appoggio del Comitato Olimpico, che si farà carico dei costi relativi a trasporti, divise e allenatori, ha rappresentato un supporto decisivo per Yusra, che potrà presentarsi in Brasile con quel volto sincero e rasserenante che la caratterizza. Da ragazzina che ha trovato nel nuoto la propria fonte di escapismo.

Arrivata in Germania a 17 anni, Mardini ha migliorato il suo inglese e cominciato a imparare il tedesco. Guardare le sue interviste di un anno fa restituisce la tenerezza di una bambina costretta a ragionare già da donna. È certa e risoluta quando afferma che «con due parole in tedesco e tre in inglese riesco a farmi capire da tutti». Nell'ultimo anno ha preso ad allenarsi duramente, dieci allenamenti settimanali in acqua e cinque fuori. Con sessioni extra improvvise alle cinque del mattino. Per qualificarsi alle Olimpiadi ha dovuto abbattere i propri tempi. Se lo standard di qualificazione per i 200 m stile libero era fissato in 2:03,13 Yusra, con un personale di 2:11/2:15, avrebbe dovuto colmare un gap forse insormontabile. Probabilmente per questo si è concentrata sui 100 m, nonostante una medaglia a Rio sia fuori portata, con un record personale di 1:08 nei 100 farfalla e 1:02 sui 100 stile libero – rispettivamente nove e undici secondi dietro i tempi di qualificazione olimpica – Yusra immagina soltanto di migliorare il proprio personale, il suo personalissimo apogeo. Spannerkrebs, il suo allenatore, la descrive come testarda e capace, e potremmo magari attenderci qualcosa di più grande fra quattro anni, a Tokyo, quando il fisico ancora acerbo di Yusra sarà sbocciato come quello di una rosa damascena. Intanto le sorelle Mardini hanno potuto ricongiungersi con il resto della propria famiglia, madre, padre e le due sorelle più piccole, tutti accolti a Berlino con un permesso temporaneo.

BERLIN, GERMANY - MARCH 09: Yusra Mardini of Syria during a training session at the Wasserfreunde Spandau 04 training pool Olympiapark Berlin on March 9, 2016 in Berlin, Germany. (Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images for IOC)
Yusra Mardini durante una sessione di allenamenti alla Wasserfreunde Spandau 04, all'Olympiapark di Berlino (Alexander Hassenstein/Getty Images for Ioc)

Finalmente Yusra vive la sua vita come quella di un'adolescente normale, tra selfie, citazioni e frasi motivazionali che compaiono sulla sua fan page di Facebook o suo suo profilo Instagram. Proprio sui social ha detto di non vedere l'ora di poter incontrare alcuni degli atleti che hanno rappresentato i suoi idoli di sempre; in particolare Michael Phelps. Non credo ci interessi sapere se Mardini vincerà o meno una medaglia a Rio – il 6 agosto sarà impegnata nei 100 m farfalla, mentre il 10 nello stile libero –, saremmo certamente i primi a voler vedere ancora il suo volto accogliente e giovane, ma l'importante è poter scorgere ancora il suo sorriso ampio con quel suo sguardo furbo e acuto, sincero e mai artato, che sa tanto di vita.


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