Calcio

Napoli dimentica

Il contrappeso della città che ama fino all'ossessione: elaborare una morte metaforica del centravanti che l'ha abbandonata.

Napoli's Argentinian forward Gonzalo Higuain celebrates at the end of the Italian Serie A football match Torino vs Napoli on May 8, 2016 at the Grande Torino Stadium in Turin. Napoli won the match 1-2. / AFP / MARCO BERTORELLO (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

Avrebbe dovuto morire verso sera, come si conviene ai centravanti, come letteratura ha stabilito. Morì, invece, di notte, quando lo scuro che precede l’alba si prende ogni cosa. È morto in quel buio, andando via in silenzio, tastando il muro degli spogliatoi per non cadere. Perché morire sì, ma farsi beccare no. Il centravanti morì, dunque, con poca nobiltà. Morì della morte peggiore, morì senza gloria. Seppur gloria, poi scoprimmo, egli ricevette nel regno dove precipitò dopo la morte, un regno che noi interpretammo come l’inferno. Solo gli ingenui, però, trovano ancora differenze tra paradiso e inferno, è solo una questione di prospettiva. Di certo non le vide il centravanti che morì andandosene, morì in perfetta salute. Morì in pantaloncini e scarpette. Morì con una maglia gialla. Morì senape. Senape, questo da quel giorno fu il colore della morte di ogni centravanti. Tutti all’inizio non vollero accettare l’idea di quella morte, complice una certa idea di immortalità attribuita al sud ai calciatori argentini. Perché, se lo ignorate, il centravanti che morì di notte era argentino. Ma da quel momento, cioè da quella morte, divenne altra cosa, a tutti sembrò un morto europeo. Un morto senza infamia e senza lode.

Questo, naturalmente, cambiava lo stato delle cose e tutta la narrazione della mortalità centravantistica. Nessun attaccante sarebbe morto più come prima. Sarebbero morti tutti di schiena, ma col pugnale in mano. Parliamoci chiaro, il centravanti morì infliggendo la coltellata. Lui di schiena in uscita, gli altri al cuore, la ferita. Morì rescisso, morì di petto, morì di controbalzo, morì – chiaramente – a effetto. Morì, questo è il punto.

FOXBORO, MA - JUNE 18: Gonzalo Higuain #9 of Argentina celebrates his goal during the 2016 Copa America Centenario quarterfinal match against Venezuela at Gillette Stadium on June 18, 2016 in Foxboro, Massachusetts. (Photo by Jim Rogash/Getty Images)
Higuain con la maglia dell'Argentina, durante la Copa America Centenario (Jim Rogash/Getty Images)

Come si comportano il sentimento e la memoria dinanzi a un’inattesa morte? Non si comportano, o meglio, non sanno come comportarsi. La memoria troppo ricorda, il cuore troppo sa. L’oblio sarebbe consigliabile, ma il signor oblio tarda sempre ad arrivare quando serve. Il centravanti era chiaramente morto, in rigor senapis, noi eravamo poco credibilmente ancora vivi. Alcuni alternavano la compostezza al pianto. Altri manifestavano il dolore della perdita attraverso gesti che avrebbero fatto pensare all’odio e al rancore. Ma qui occorre dire che, come tra paradiso e inferno, davanti a un morto – e il centravanti lo era – nessuno sarebbe in grado di vedere, neppure attraversandola, la linea che separa l’odio dall’amore, il perdono dal rancore. Il centravanti era morto su un confine, una frontiera che non esisteva fino a quel giorno, un varco aperto e poi richiuso, come in Stargate, come nel Sottosopra di Stranger Things. Del resto la morte di un centravanti poteva essere collocata proprio nel regno delle cose strane, delle faccende che non si spiegano. Un giorno sei vivo e il giorno dopo sei morto. Morto però senza colonna sonora, per il centravanti morto non erano previsti né i Joy Division, né i New Order, né Peter Gabriel. Il centravanti sarebbe morto senza musica, e come nel famoso romanzo di Onetti avrebbe avuto una tomba senza nome. Nella lapide ci sarebbe stato scritto: “Qui giace il centravanti, morto a tradimento, morto di sorpresa, morto senza avvisare, morto per non aver imparato a campare”.

Bisognava fare i conti con questa morte. Qualcuno decise che morto un centravanti se ne fa un altro. Altri sostennero che morto un centravanti se ne possono fare due, uno vivo in campo, uno vivo in panchina. I più saggi affermarono che morto un centravanti se ne certifica la morte e si va avanti, seppur senza centravanti. Difensori si offrirono di alternarsi nel ruolo di centravanti. Goffi terzini impararono a staccare di testa. Qualcuno disse che se un argentino morto diventa europeo tanto vale prendere al suo posto un europeo vivo, o destinato a vivere. Era tutto molto complicato, la morte lo è sempre. In città le attività proseguivano normalmente, il centravanti era morto, ma l’effetto di quella dipartita si sarebbe manifestato qualche settimana dopo, a dolore forse smaltito, a campionato iniziato. Il funerale fu offerto dai tre sponsor e quindi fu un pranzo. Il centravanti ormai morto vide passare, davanti ai suoi occhi chiusi, moke e napoletane cariche di caffè, pentoloni di pasta al dente, cotta al punto giusto, come si conviene davanti a un tale lutto.

NAPLES, ITALY - NOVEMBER 30: A general view of the stadium ahead before the Serie A match between SSC Napoli and FC Internazionale Milano at Stadio San Paolo on November 30, 2015 in Naples, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)
Il San Paolo di Napoli (Francesco Pecoraro/Getty Images)

La gente soffriva già meno, nella tristezza capiva che non ci si può opporre a una morte. Quando un centravanti muore bisogna saper lasciarlo andare. Quindi vai centravanti, che la morte ti sia lieve, che il senape ti doni, che il pallone ti sfugga, che ti rotoli davanti come quando eri bambino, che tu non riesca mai a prenderlo, che tu possa sempre immaginare il privilegio della corsa, sapendo che tra immaginazione e realtà passa un altro confine, stavolta più ampio; confine che solo Borges o Mari saprebbero valicare, ma tu non sei loro e sei morto, caro centravanti. Se hai afferrato questo concetto potrai felicemente accettare il nulla così come noi stiamo accettando la tua assenza. Né tu né noi, mio caro centravanti, possiamo metterci contro la morte, possiamo solo accettarla; tu poi, in un certo senso, l’hai scelta. Oh, naturalmente, tu pensavi di essere vivo e non escludo che da qualche parte tu lo sia, ma qua possiamo considerare un solo punto di vista per volta, oh mio ex centravanti, e allora tanto vale considerare quello di chi scrive, che comanda il gioco, come fanno i bravi centrocampisti viventi, e tu ne hai conosciuti caro centravanti ormai europeo, ormai defunto.

È strano, non è vero? Vedi questa storia come si diverte, come è leggera, come tiene il passo della parodia? Nonostante un centravanti morto, qui si può scherzare, perché il calcio è il gioco dei vivi e dei morti, degli arrivi e delle partenze. Allora un morto può essere anche vivo, ma non più vivente. Può esistere ma non dove fino al giorno prima è esistito. Un centravanti può essere irrimediabilmente morto per molti e decisamente vivo per tanti. Dipende solo da chi racconta la storia, qui si è deciso, chiedendo il permesso a Saramago, di aggiungere un’intermittenza mortuaria alla tua vita, un’allegra interferenza che ci permetta di passare il giorno del funerale, di tornare a casa la sera a lacrime (napulitane o meno) ampiamente versate. A centravanti seppellito, a lacrime finite, il campionato può iniziare. Girone d’andata e ritorno, partenza e arrivo, vita o morte, fuorigioco o meno, rigore c’era o non c’era, centravanti più, centravanti meno.

 

Nell'immagine in evidenza, Gonzalo Higuain al termine di Torino-Napoli, lo scorso 8 maggio (Marco Bertorello/AFP/Getty Images)


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