Calcio

Psicoanalisi United

Perché al Manchester United è diventato così difficile imporsi: da Depay a Darmian e Mkhitaryan, bruciare talento è diventata una costante a Old Trafford.

Manchester United's French striker Anthony Martial reacts after losing the English Premier League football match between West Ham United and Manchester United at The Boleyn Ground in Upton Park, in east London on May 10, 2016. / AFP / GLYN KIRK / RESTRICTED TO EDITORIAL USE. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or 'live' services. Online in-match use limited to 75 images, no video emulation. No use in betting, games or single club/league/player publications. / (Photo credit should read GLYN KIRK/AFP/Getty Images)

Come il cibo e il sonno, il sesso e l’alcol, anche il Manchester United può farti male. Le cose belle o divertenti sanno diventare problemi enormi, sanno piegarti e spezzarti. Ma non è tanto una questione di tifo, non è un problema solo di chi soffre seduto in tribuna o davanti alla tv: ogni squadra dà gioie e dolori ai suoi tifosi. Il fatto – che va oltre la sconfitta devastante di domenica col Chelsea – è che il Manchester United da qualche anno nuoce gravemente proprio a chi ci gioca. Come Urano, divora i suoi figli. Li vessa, li schiaccia, li angoscia, li ricopre di aspettative e poi li scarica, relegandoli in un dimenticatoio sempre più affollato. Schweinsteiger fuori rosa, Darmian zero presenze, Schneiderlin e Rojo 1, Depay 3, Young 3, Mkhitaryan 4: spariti, missing in United. Perché il vero problema dei Red Devils, da quel Wba-United 5-5 che segnò la fine dell’era Ferguson nel 2013, non è tanto l’assenza di titoli – le vacche magre capitano a tutti -, quanto la sensazione di essere diventato un club instabile, una macchina tritura-campioni.

Kai Rooney (C), son of Manchester United's English striker Wayne Rooney, sits on the substitutes bench with Manchester United's Spanish midfielder Juan Mata (L) and Manchester United's Argentinian defender Marcos Rojo (R) before kick off of the friendly Wayne Rooney testimonial football match between Manchester United and Everton at Old Trafford in Manchester, northwest England, on August 3, 2016. / AFP / OLI SCARFF (Photo credit should read OLI SCARFF/AFP/Getty Images)
Kai Rooney, figlio di Wayne, seduto in panchina con Juan Mata e Marcos Rojo. Alle loro spalle Phil Jones e Morgan Schneiderlin (Oli Scarff/Afp/Getty Images)

Ovviamente c’è una ragione tecnica piuttosto banale. Dal 2013 si sono avvicendati sulla panchina dell’Old Trafford quattro tecnici: David Moyes (51 partite, 15 sconfitte), Ryan Giggs (4 partite, 1 sconfitta), Louis Van Gaal (104 partite, 24 sconfitte) e José Mourinho, l’attuale allenatore. Ognuno con la sua idea di calcio e le sue richieste di mercato. Ad esempio, Van Gaal era fissato con i giocatori eclettici e duttili, jolly che gli consentissero di cambiare modulo a partita in corso. Di conseguenza, gli acquisti erano stati gente come Memphis Depay, Angel Di Maria e soprattutto Daley Blind, in grado di giocare terzino, centrale di difesa o intenditore a centrocampo. Al contrario, Mourinho – da buon Special One – vuole una squadra di «specialisti»: un attaccante fisico (Ibra), un centrocampista dai piedi buoni (Pogba), un difensore centrale possente (Bailly), e così via. Fate una cosa sola ma fatela bene. Inevitabile dunque che i calciatori si trovino spiazzati, da risorse insostituibili a corpi estranei. Ma tutto ciò accade in ogni squadra che cambia guida tecnica troppo frequentemente e non basta a spiegare tutte le promesse bruciate dallo United in questi anni. Per provare a capirlo bisogna entrare nella pancia dell’ambiente e nella testa di calciatori che arrivano come salvatori della patria e si sciolgono come neve al sole, lasciando di sé solo una pozza di rimpianti e delusione. Per risolvere il mistero United bisogna mettere i diavoli sul lettino dello psicologo per scandagliarne tic, nevrosi e fobie.

Turno preliminare per l'accesso alla Champions 2015/16: lo United batte 3-1 il Brugge, Depay segna due volte.

Il macigno che più pesa è la sindrome da abbandono. Lo United di fatto non ha ancora superato il lutto della perdita del «padre». Perché Sir Alex Ferguson questo è stato: un padre. Solo un padre sta con te 27 anni e ti aiuta a crescere. La fine della sua era ha lasciato un grande vuoto carismatico e decisionale (nel bene e nel male il tecnico scozzese è stato l’assoluto deus ex machina all’Old Trafford), ma soprattutto la sua ombra sta devastando i successori. L’ambiente in generale è orfano di Sir Alex e dei suoi trionfi, sospira di nostalgia mormorando “quando c’era lui…”. L’esaltazione del passato è inevitabile per creare l’epica di una squadra, ma è anche il miglior modo per guastarsi il presente. È un meccanismo che i tifosi del Milan conoscono bene e che brucia tutto. Ricordare Maldini, Nesta e Pirlo e poi apprezzare Mexes, Romagnoli e Montolivo richiede un atto di fede. Così, il fatto che tutta la vecchia guardia se ne sia andata dallo United più o meno insieme (tra 2013 e 2014 hanno lasciato Vidic, Rio Ferdinand, Evra, Fletcher, Nani, Giggs e Scholes) ha inserito i nuovi arrivati nel meccanismo spietato dei paragoni.

A proposito di Scholes, il suo finale di carriera è esemplare di questa forma mentis: dopo la finale di Champions del 2011 persa con il Barcellona, il rosso centrocampista annuncia il ritiro dal calcio e inizia la carriera di vice allenatore delle giovanili. A inizio 2012, però, Ferguson lo convince a tornare a giocare e Scholes riprende il suo posto in squadra, aiutando lo United a vincere anche il ventesimo titolo nel 2012/13. Minestra riscaldata o mozione degli affetti, resta il fatto che piuttosto di puntare su un nuovo acquisto l’intero ambiente ha preferito affidarsi di nuovo a una vecchia gloria. Adorata, ancora decisiva e sempre professionale, ma comunque simbolo del passato. E se un ex giocatore ha più fiducia di un nuovo arrivato, forse qualche problema c’è. Lo possono spiegare bene anche i milanisti che hanno visto i mesti ritorni in campo di Shevchenko, Kakà e Balotelli…

Ha la stessa radice un altro problema che sta avvelenando lo United: la sindrome di Stoccolma. Niente a che vedere con Ibra, che peraltro è di Malmoe. No, la sindrome di Stoccolma è quel meccanismo per cui il rapito instaura con chi lo ha in ostaggio un legame affettivo. E di fatto l’intero ambiente è ostaggio di Wayne Rooney. Il capitano e ultimo rimasto della dinastia di campioni degli anni Duemila sta diventando pian piano un problema. «Non accetterò mai di essere messo da parte», ha dichiarato bellicoso giusto una settimana fa quando la stampa ventilava l’ipotesi – ormai inevitabile – di un suo utilizzo part time da parte di Mourinho. Rooney è l’anima della squadra, non solo il capitano. È custode del senso di appartenenza (anche se è cresciuto a Liverpool, sponda Everton). Sa essere ancora decisivo, come con il meraviglioso assist a Rashford per il sudato 1-0 all’Hull City, ma la realtà è che i ritmi della Premier lo stanno sovrastando. A 31 anni, semplicemente non li regge più. Però come si fa a rinunciare all’unico che insieme a Carrick c’era quando lo United vinceva in Europa? Difficile. E anche quando sta in panchina, chi lo sostituisce gioca col peso del confronto. Sulla trequarti ne paga le conseguenze Mkhitaryan, come mezz’ala esterna lo patisce Martial. Anche oggi che Wazza spesso non è titolare, tiene ancora tutti in scacco.

A ben vedere, fa tutto parte di una crisi di identità latente. Oltre ai senatori Carrick e Rooney, la vecchia guardia è composta da Smalling, Jones, Valencia e Ashley Young. Però gli unici in prima squadra a provenire dal vivaio sono Marcus Rashford e Jesse Lingard. Poco, se si considera che lo United dell’epoca d’oro aveva allevato in casa i fratelli Neville, Giggs, Scholes, Beckham e Butt. Un peccato soprattutto perché l’Academy dello United funziona ancora. Prova ne è il fatto che negli ultimi quattro anni i ragazzi dei Red Devils hanno vinto tre volte la U21 Premier League. Il materiale umano non manca, manca la volontà di puntarci. In un ambiente infiammabile, la scelta può essere anche quella di preservare i talentini dalla tifoseria iper-critica, ma il risultato è una rosa che da anni somiglia più a una raccolta di figurine che ad una squadra costruita con criterio.

MANCHESTER, ENGLAND - OCTOBER 02: Marcus Rashford of Manchester United reacts during the Premier League match between Manchester United and Stoke City at Old Trafford on October 2, 2016 in Manchester, England. (Photo by Richard Heathcote/Getty Images)
Marcus Rashford è uno dei pochi prodotti dell'academy United ad aver trovato spazio in maniera stabile nel club (Richard Heathcote/Getty Images)

C’è poi una maledizione che sembra aleggiare sull’Old Trafford, ed è il tabù della fascia. Sia dietro che davanti, la squadra che ha avuto Beckham, Giggs, Cristiano Ronaldo e Nani ora fatica a trovare un erede. La vittima più eccellente è stato Di Maria, comprato a 75 milioni e rivenduto a 63 dopo una sola, mediocre stagione a Manchester. Di Maria è un giocatore meraviglioso, ma è stato letteralmente sbranato. Non si è ambientato, non ha retto le pressioni né i paragoni. Stessa cosa sta capitando a Memphis Depay, arrivato nel 2015 dopo un’annata da capocannoniere nel Psv Eindhoven campione d’Olanda. Ora è ai margini, tre sole presenze in campionato, oggetto misterioso. Come Matteo Darmian, dietro di lui. Il laterale del Torino era arrivato nell’estate 2015, stimatissimo da Van Gaal e protagonista di un ottimo avvio di stagione. Poi, la maledizione della fascia: qualche errore, il cambio di panchina e Mou che piuttosto di affidarsi a lui ricicla Antonio Valencia terzino (un altro che come esterno di attacco non aveva lasciato il segno). Non diversa la sorte di Marcos Rojo, acquistato dopo le buone prestazioni con l’Argentina al Mondiale brasiliano del 2014: un’annata discreta, una agghiacciante e ora il dimenticatoio. Il prossimo può essere Luke Shaw, classe ’95 comprato nel 2014 dal Southampton di Pochettino per 40 milioni. È un predestinato, indossa la 3 che era stata di Evra, non ha paura. Solo che la sfortuna di accanisce su di lui e si rompe tibia e perone. Nulla è più come prima e quest’anno arrivano perfino le critiche pubbliche in un dopo partita da parte di Mourinho. Un nuovo candidato al rogo delle qualità.

Manchester United's English defender Luke Shaw (R) challenges Fenerbahce's Turkish midfielder Alper Potuk (L) during the UEFA Europa League group A football match between Manchester United and Fenerbahce at Old Trafford in Manchester, north west England, on October 20, 2016. / AFP / OLI SCARFF (Photo credit should read OLI SCARFF/AFP/Getty Images)
Luke Shaw affronta Alper Potuk del Fenerbahce durante la gara di Europa League vinta dallo United (Oli Scarff/Afp/Getty Images)

In campo, poi, i calciatori fanno le spese di una certa schizofrenia tattica. Qualche esempio: Marouane Fellaini, che cos’è? Un centrocampista di interdizione? Sì, è rissoso e gioca sporco come pochi, ma non ha visione di gioco ed è lento. Allora un trequartista? Ha i piedi quadrati come i pallet delle fabbriche di Manchester. Così finisce per fare il centravanti perticone e casinista nelle mischie d’area. Utile, per carità, ma è difficile trovare un disegno dietro il suo utilizzo. Lo stesso problema lo hanno avuto sia Ander Herrera che Juan Mata. Il primo eternamente sballottato tra il centrocampo e la linea dei trequartisti, il secondo utilizzato da esterno d’attacco, da rifinitore, da incursore o da seconda punta. Idem per Martial, comprato come prima punta per 50 milioni più 30 di bonus (10 meno di Higuaín) e finito a fare l’ala sinistra con fortune quantomeno alterne. Pogba all’inizio ha patito questa confusione, Mkhitaryan invece sembra destinato a rimanere invischiato nel meccanismo infernale: da uno a centomila ruoli, finendo per non averne nessuno. Può ritrovarsi come appunto Herrera e Mata, ora insostituibili uno come creatore di gioco sulla mediana e l’altro come rifinitore nel trio di mezze punte, oppure può finire come il desaparecido Ashley Young o come Shinji Kagawa, ripudiato come oggetto non identificato disperso nel grande incognita del centrocampo United, dove ancora vagano come anime senza pace Schneiderlin e Schweinsteiger, finora a zero presenze con lo Special One.

Eppure le premesse per fare bene ci sarebbero tutte.

I Red Devils sono poi una squadra bipolare. Davanti vivono nel delirio di onnipotenza, convinti che prima o poi qualcuno la butterà dentro. Passano intere porzioni di gara senza spingere sull’acceleratore, anche se devono rincorrere, perché tanto qualcuno (ora Ibra, prima Rooney o Van Persie) prima o poi la butterà dentro. Il che porta a un lassismo molto poco mourinhano: ad ottobre, statistiche alla mano, lo United è la squadra della Premier che ha corso meno 736 km contro gli 815 del Liverpool. E in una squadra che non corre è difficile fare bella figura. In difesa, invece, non sono rare le crisi di panico. Con 12 gol presi, la difesa dello United sembra allo sbando, con De Gea che spesso ha salvato la baracca e ora è sul punto di arrendersi alla pochezza circostante. Prima il derby col City, l’errore di posizione di Blind che si fa anticipare e prendere il tempo da De Bruyne e la dormita sul raddoppio di Ihenacho; poi la galleria degli orrori a Stanford Bridge, con il Manchester Evening News, «The Bible» per i tifosi, che dà 0 in pagella a Smalling e 1 a Blind, entrambi alla loro «peggior prestazione allo United». Il fatto è che la difesa manca di un leader, uno che dia sicurezza e faccia da punto di riferimento, permettendo ai compagni di emergere con le loro qualità. Non esiste una big d’Europa senza un condottiero là dietro, che urli e tenga il timone: Sergio Ramos e Pepe, Pique e Mascherano, Thiago Silva, Boateng… Bailly, Smalling e Blind possono essere buoni giocatori, non sono leader, non lo saranno mai e gli effetti si sentono.

Il Chelsea segna con Pedro dopo venti secondi, nessuna pressione al portatore di palla e Blind che si lascia scappare Pedro alle spalle.

C’è poi una specie di male oscuro che pervade l’ambiente e che ha a che fare con una mediocrità a cui i tifosi non sono abituati. Le statistiche di quest’anno di whoscored.com parlano chiaro: sesti per numero di tiri, settimi per possesso palla (contro il Liverpool possesso al 35%, peggior percentuale degli ultimi sedici anni), quarti per precisione dei passaggi. Non c’è una sola cosa in cui i Red Devils eccellano. E non eccellere trascina verso il basso le prestazioni di tutti, anche i più teoricamente decisivi. Passi Falcao, ormai irrimediabilmente destinato dagli infortuni al declino, ma il Chicharito Hernández, che di sicuro non vale Messi o Suárez, a Leverkusen in un anno ha fatto 17 gol. A Manchester era considerato un peso di cui disfarsi. Certo, nel mare magnum della depressione, però, la cosa che fa più male è un’altra, ovvero l’ansia da prestazione con i cugini mai troppo considerati del City. Un club che nel 2001 giocava in Championship e oggi grazie agli sceicchi compra, vince e si diverte col tiki taka di Guardiola.

Logico e inevitabile che per non essere da meno la mai amata proprietà americana dello United si sia lasciata trascinare nella corsa alle spese pazze. Con due risultati: la tifoseria continua a odiare i Glazer e il calciomercato da anni è in passivo sia economicamente sia tecnicamente. Due conti: in 5 stagioni il passivo è di 507 milioni di euro e il bottino è di una Premier e una Fa Cup. “Something went terribly wrong”, direbbero in Inghilterra. Qualcosa non funziona nella catena: il City spende, il City vince, lo United deve spendere, lo United non vince, così lo United spende di più e i tifosi calibrano le loro aspettative in base ai milioni di pound sborsati. Di Maria costato 75 milioni deve essere come Cr7, Martial a 80 deve fare meglio di Diego Costa, Pogba a 105 milioni deve vincere i campionati da solo. Occorrono spalle larghissime per sentirsi adeguati, ce la può fare Ibra col suo ego smisurato e la carriera di vittorie che testimonia per lui, ce l’ha fatta De Gea che comunque è stato sul punto di partire. Tutti gli altri hanno dovuto combattere e in pochi si sono affermati, almeno finché durerà. Sono i danni del mercato da nababbi inaugurato da Abramovich, dove si compra più per collezionismo di campioni che per vere esigenze tecniche e dove bruciare i nuovi acquisti è messo in conto, fa parte del gioco. Finché allo United comandava Ferguson, i Red Devils ne erano immuni e anche i maggiori colpi di mercato erano organici a un progetto. Ora che si naviga a vista e all’orizzonte c’è già il derby col City in Coppa di Lega mercoledì sera, ogni nuovo arrivato è un potenziale iceberg pronto a far affondare la fiducia nella squadra.

 

Nell'immagine in evidenza, Anthony Martial si dispera durante una gara di Premier contro il West Ham (Glyn Kirk/AFP/Getty Images)


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