Calcio

Al gran ballo senza gli invitati

Il mercato estivo della Juventus è stato uno dei migliori di sempre in Serie A, però l'impatto dei nuovi arrivi ha convinto solo in parte.

Juventus' Argentinan forward Gonzalo Higuain reacts during the Champions League football match between Olympique Lyonnais and Juventus on October 18, 2016 at the Parc Olympique Lyonnais stadium in Decines-Charpieu near Lyon, southeastern France. / AFP / JEFF PACHOUD (Photo credit should read JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)

Agli juventini di lungo corso sarà certamente venuta in mente, non senza qualche preoccupazione, la stagione 1982/1983. Quella, cioè, in cui al gruppo storico dei nazionali italiani campioni del mondo in Spagna (Zoff, Scirea, Gentile, Cabrini, Tardelli, Rossi) erano stati aggiunti Michel Platini e Zibì Boniek. Una squadra imbattibile o quasi, almeno sulla carta.  Nella sua autobiografia Ho fatto piangere il Brasile, Paolo Rossi così scrive ricordando la vittoriosa trasferta in Coppa Campioni al Villa Park del 2 marzo: «Cominciammo solo allora a essere quel che saremmo sempre dovuti essere: la squadra più forte del mondo». Non sarebbe bastato: in Europa l’epilogo sarebbe stato il gol di Magath nella triste finale di Atene, mentre il campionato (a lungo snobbato per inseguire la gloria continentale) avrebbe riservato il secondo posto alle spalle della Roma di Liedholm. La vittoria in Coppa Italia non avrebbe lenito la delusione in relazione a una squadra costruita per competere al massimo livello, grazie agli innesti di giocatori di valore assoluto che, però, avevano faticato a incidere fin da subito.

MILAN, ITALY - OCTOBER 22: Gonzalo Higuain (R) of Juventus FC disputes with Referee Nicola Rizzoli (R) during the Serie A match between AC Milan and Juventus FC at Stadio Giuseppe Meazza on October 22, 2016 in Milan, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)
Gonzalo Higuain perplesso durante la gara contro il Milan: per la prima volta da quando è arrivato in Serie A, non ha tirato in porta nemmeno una volta (Marco Luzzani/Getty Images)

La Juventus 2016/2017 ha avuto una genesi molto simile a quella di 34 anni prima. Un nucleo solido di calciatori italiani (Buffon, la BBC, Marchisio), completato dal centravanti di livello che mancava da un po’ (Higuaín), dal centrocampista di qualità per provare a comandare il gioco (Pjanic), dal difensore che, all’occorrenza, sapesse fare le veci di ciascuno dei tre titolari del ruolo (Benatia), dal giovane di belle speranza (Pjaca), dall’uomo di esperienza che sa come si vince (Dani Alves). Il mercato bianconero è intervenuto lì dove serviva innalzare il livello medio della rosa per provare a competere con le superpotenze europee. Ma quanto hanno inciso finora i nuovi arrivi? La domanda non può avere una risposta univoca, almeno per il momento. Perché se da un lato non si può certo parlare di flop (Higuaín, Pjanic e Dani Alves hanno già trovato il gol, Pjaca, prima dell’infortunio, stava progressivamente guadagnando minuti e fiducia da Allegri e Benatia è stato fino a questo momento inappuntabile), dall’altro è innegabile che gli acquisti estivi non abbiamo ancora avuto l’impatto che ci si aspettava in termini migliorativi delle prestazioni di squadra, lasciando intravedere solo a sprazzi quel che potrebbe essere il loro enorme apporto alla causa bianconera.

In tal senso, la gara paradigmatica di quest’inizio di stagione (caratterizzato da risultati comunque positivi: 9 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte nelle prime 12 gare, 22 gol fatti a fronte di 6 subiti) è stata quella con il Sassuolo. Dopo una prima mezz’ora in cui i bianconeri risultano sostanzialmente ingiocabili (doppietta di Higuaín e rete di Pjanic), i neroverdi trovano la rete del 3-1 a seguito di una delle tante amnesie dei padroni di casa su azione da calcio d’angolo. Da quel momento in poi, i campioni d’Italia abbassano il baricentro, ricadono nell’antico vizio di voler gestire risparmiando le energie e, paradossalmente, rischiano più nell’ora passata a presidio della propria trequarti, piuttosto che nei 30 minuti in cui hanno imposto una velocità insostenibile persino per una squadra abituata ai ritmi alti come quella di Di Francesco.

La vittoria per 3-1 contro il Sassuolo

I giorni che fanno seguito alla partita rappresentano la cesura attuale tra quello che dovrebbe essere la nuova Juventus e quello che, invece, ancora non è. La spiegazione è da ricercarsi nelle parole di Giorgio Chiellini: «La storia di questa squadra insegna che il DNA della Juve è quello di vincere 1-0 o 2-0 e non rischiare niente difensivamente». Che appaiono in netto contrasto con quanto Paulo Dybala dichiara a inizio ottobre parlando dell’importanza di Dani Alves e della nuova mentalità che Allegri sta cercando di inculcare ai suoi: «Dani ha portato la mentalità perfetta. Meglio fare un metro in avanti che cinquanta indietro, anche perché abbiamo una difesa che può permettersi l’uno contro uno. La Juve arriva con una mentalità che c’è da tanto tempo e a volte è difficile cambiare. Io credo che se difendi a 70 metri dalla tua porta hai meno possibilità di prendere gol e più di farne. È quel che dice Guardiola, ma anche Allegri». Evidente la percezione di una squadra in cui convivono due correnti di pensiero: da un lato i senatori, convinti che l’unico sistema per il successo sia la solidità, l’attenzione in fase di non possesso, il clean sheet a fine partita; dall’altra i giovani e i nuovi arrivi che prediligerebbero un approccio più aggressivo e offensivo a costo di rischiare qualcosa. In mezzo, un allenatore impegnato nella mediazione e nella ricerca dell’ equilibrio tra le due cose: un compito non facile e che sta richiedendo più tempo del previsto.

Il punto sta proprio qui. In una squadra che non ha ancora capito che abito cucirsi addosso è difficile che i singoli, per quanto tecnicamente validi e superiori alla media, riescano ad incidere ben al di là della giocata estemporanea. È come se Allegri stesse cercando la giusta via di mezzo tra un sistema di gioco codificato e mandato a memoria e le caratteristiche di giocatori che, per loro natura, sarebbero incompatibili con il sistema. Prova ne sia il rendimento avuto fin qui da Miralem Pjanic e Dani Alves, due tra i più penalizzati dall’incertezza tattica della Juventus di questo primo mese e mezzo, nonché tra gli oggetti preferiti delle sperimentazioni allegriane.

Non è un mistero, ad esempio, che il tecnico veda, nel suo 3-5-2 ideale, il bosniaco come regista basso davanti alla difesa, in una riedizione più moderna e dinamica del ruolo che fu di Andrea Pirlo, per provare a sfruttarne le qualità tecniche in fase di palleggio. Il campo, però, ha dato risposte ben diverse: nell’unica occasione in cui Pjanic è stato impiegato da vertice basso del triangolo di centrocampo (con Khedira e Asamoah mezzali), è arrivata la sconfitta di San Siro contro l’Inter, con la Juventus incapace di costruire azioni degne di nota nell’ultimo terzo di campo. Ben diversa la risposta quando l’ex romanista è stato sgravato dai compiti di prima costruzione: nelle gare contro Dinamo Zagabria ed Empoli la contemporanea presenza in campo di Hernanes gli ha permesso di esprimersi al meglio delle sue possibilità nell’amato centro sinistra, trovando gol e assist (per Higuaín) nel primo caso, due lanci illuminanti “alla Pirlo” (non sfruttati da Khedira e Cuadrado) nel secondo.

La prova di Pjanic contro la Dinamo Zagabria

La spiegazione è semplice. Al netto di una discontinuità che ha sempre fatto parte del suo bagaglio, Pjanic è abituato ad agire in un centrocampo a tre in cui non è lui a dover dettare i tempi di gioco quanto piuttosto a rifinire la manovra negli ultimi 30 metri  (come dimostrano i due assist e i 21 key passes in 9 presenze complessive): confinarlo 10-15 metri più indietro, in una posizione a lui non propriamente congeniale, significa non solo limitarne efficacia e raggio d’azione, ma costringere l’intera squadra ad andare ad un ritmo fin troppo compassato e con un passo decisamente più lento rispetto al recente passato.

Con Dani Alves, pur parlando di una zona diversa di campo, il problema è sostanzialmente lo stesso. Il brasiliano è un giocatore che nasce per essere terzino sui generis di una difesa a 4 in cui il centrale di riferimento (Barzagli) è chiamato continuamente alla scalata, in copertura di uno spazio potenzialmente attaccabile dalla contro-transizione avversaria. Questo non significa certo che il #23 non possa essere schierato come esterno a tutta fascia (la tenuta fisica, a dispetto dell’età non più verdissima, sembra ancora ottima), ma semplicemente che, così facendo, si depotenzia quell’impatto devastante lasciato intravedere nei primi 45 minuti della gara contro la Fiorentina quando, in combinazione con Dybala, fece letteralmente impazzire il centro-sinistra difensivo dei viola.

L'ottimo esordio di Dani Alves contro la Fiorentina

La naturale inclinazione a portare palla e a ricercare lo scambio di prima rendono, poi, i suoi errori (di impostazione o di posizionamento) molto più pericolosi, in quanto causa dell’inferiorità numerica del centrale di destra quando si tratta di fronteggiare la transizione offensiva avversaria in campo aperto. Tacendo della gara di Palermo in cui, a parte propiziare l’autogol di Goldaniga, si è trovato come un pesce fuor d’acqua nel ruolo di terzo centrale dopo l’uscita di Rugani, in un 3-5-2 spurio che è stata la causa della peggior partita della Juventus da quando Allegri siede in panchina.

Quanto accaduto a Lione è emblematico: in situazione di parità numerica (e con il 3-5-2 ancora in atto) è stato proprio l’ex blaugrana, con una giocata senza senso in ripiegamento, a spalancare le porte della conclusione a Fekir, con Buffon a metterci una pezza miracolosa. Quando, però, a seguito dell’espulsione di Lemina, Allegri ha chiamato il passaggio alla difesa a 4, la Juventus non ha rischiato più nulla da quella parte. Anzi, è stato proprio Dani Alves a chiamare il cambio gioco a Higuaín e a portar su palla nell’azione del salvifico gol di Cuadrado, dimostrando come l’impiego da esterno in un sistema a lui congeniale sia l’ideale per permettergli di coniugare qualità (è il primo giocatore della Champions League per key passes effettuati: ben 12 in tre partite) e quantità su entrambi i lati del campo.

In ogni caso, tanto per Alves quanto per Pjanic, la soluzione per rendere al meglio anche in questo sistema potrebbe essere la stessa: Claudio Marchisio. Quest’ultimo, infatti, è l’unico centrocampista della rosa bianconera in grado di interpretare il ruolo di regista (quello in cui, cioè, si sono manifestate le carenze più gravi in quest’inizio stagione) nella doppia fase: velocità di piede e di pensiero nella costruzione di gioco, lasciando al bosniaco libertà d’azione sulla trequarti offensiva, intelligenza tattica nella lettura di linee di passaggio avversarie e nelle copertura preventiva degli spazi lasciati liberi dai due esterni in fase di spinta.

MILAN, ITALY - OCTOBER 22: Daniel Alves da Silva of Juventus FC controls the ball during the Serie A match between AC Milan and Juventus FC at Stadio Giuseppe Meazza on October 22, 2016 in Milan, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)
Dani Alves (Marco Luzzani/Getty Images)

Attenzione, però, a legare le difficoltà della squadra (e, conseguentemente, dei nuovi) all’assenza di Marchisio o all’idiosincrasia di alcuni per il modulo dei cinque scudetti consecutivi. Per quanto il 3-5-2, alla lunga, potrebbe risultare limitato e limitante, il reale problema dei bianconeri è l’approccio alla gara e il non riuscire a creare un sufficiente numero di occasioni da rete in relazione al 53% di possesso palla (il secondo del campionato, dietro al Napoli a quota 56): la stessa circolazione, infatti, risulta il più delle volte lenta e prevedibile. Ci sono fasi in cui la Juventus trotterella senza costrutto, in attesa della giocata risolutiva del singolo, sulla quale poi costruire una gara di pura gestione e contenimento.

Un autentico spreco, soprattutto se in estate sono stati sborsati 90 milioni di euro per arrivare a un centravanti che fosse finalmente in grado di capitalizzare la mole di gioco prodotta. Il fatto che Gonzalo Higuaín abbia realizzato 7 reti tra campionato e Champions (con una shot accuracy del 57.5%) non deve far dimenticare come non sia stato ancora sfruttato al massimo delle sue capacità. Contro il Milan, per la prima volta dal suo arrivo in Italia, il Pipita ha concluso una partita senza conclusioni nello specchio della porta, toccando appena 25 palloni (lo stesso numero di Dybala costretto a uscire nel primo tempo causa infortunio). Un segnale evidente di come l’argentino sia effettivamente poco coinvolto nello sviluppo della manovra. E non sempre il fiuto del gol (come contro la Fiorentina) e la capacità di crearsi da solo lo spazio per la conclusione (come a Empoli) possono supplire alle carenze endemiche di un gioco che non riesce ancora a esaltarlo. In tal senso, le 27 conclusioni (16 nello specchio) fin qui fatte registrare dall’ex Napoli sono il dato che meglio fotografa le difficoltà offensive della Juventus: impensabile che il giocatore chiamato a fare la differenza riesca a calciare la miseria di 2.25 volte di media.

I primi mesi in bianconero di Higuaín

Sarà interessante, senza Dybala, vedere come Allegri deciderà di utilizzare Higuaín. L’ideale sarebbe rimettere il Pipita al centro di un 4-3-3 in cui i suoi movimenti aprano spazi utili ai tagli degli esterni offensivi (Cuadrado e Alex Sandro i più indicati) in una rivisitazione del sistema in cui era impiegato a Napoli; oppure, in alternativa, la riproposizione di quel 4-2-3-1 solo accennato a Zagabria, replicabile anche al rientro della Joya, che andrebbe utilizzato come raccordo tra centrocampo e attacco, ma in una posizione che gli permetta di agire molto più vicino alla prima punta di riferimento.

Moduli e interpreti però contano fino ad un certo punto. Quel che manca alla Juventus attuale è la capacità di giocare da grande squadra, sfruttando le caratteristiche dei tanti top player in rosa, senza vincolarli a un sistema rigido e che, a lungo andare, ne potrebbe penalizzare il rendimento. Si tratta di un passaggio difficile ma obbligato e che, soprattutto, deve essere consequenziale a un cambiamento deciso della mentalità e dell’approccio alla singola partita. Continuare a privilegiare l’attendismo in funzione dello strappo del campione non è (più) una tattica che paga.

 

Nell'immagine in evidenza, Gonzalo Higuain sdraiato nell'area di rigore del Lione, lo scorso 18 ottobre (Jeff Pachoud/AFP/Getty Images)


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