Calcio

Com'è stata, questa Serie A?

Proviamo a riepilogare il campionato appena concluso, con cinque firme su sei questioni.

Juventus' Argentinian forward Paulo Dybala celebrates after scoring during the Italian Serie A football match Juventus vs Crotone at the Juventus Stadium in Turin on May 21, 2017. / AFP PHOTO / MIGUEL MEDINA (Photo credit should read MIGUEL MEDINA/AFP/Getty Images)

Non si tratta di premi: ora che la Serie A è finita, vogliamo, con alcune delle firme che trovate spesso su Undici, parlare del bello (e del meno bello) che abbiamo visto in questo campionato. Chi è stato il miglior giocatore in Serie A, e chi il miglior allenatore? Chi ha sorpreso più di tutti e chi invece ha deluso? E cosa ci ricorderemo di questo campionato, quale gol ci ha fatto saltare sulla sedia e quale partita ci ha tenuto incollati sugli spalti o davanti alla tv? Rispondono Alfonso Fasano, Claudio Pellecchia, Simone Torricini, Cristiano Carriero, Ezio Azzollini.

GIOCATORE DELL'ANNO

AF: Alejandro Gómez. È un premio alla sproporzione incalcolabile tra aspettative iniziali – intorno al calciatore e alla sua squadra – ed esito finale. Alejandro Gómez è stato l'uomo chiave dell'Atalanta del ritorno in Europa: la doppia doppia (16 gol e 12 assist) è addirittura riduttiva rispetto al reale impatto tecnico ed emotivo del Papu. Che, a 29 anni, si reinventa calciatore di pregio internazionale e fenomeno social. La convocazione nella Nazionale di Messi e Dybala conferma questa dimensione assoluta, il fatto che sia una volontà di Jorge Sampaoli rende tutto ancora più suggestivo.

CC: Mario Mandzukic. Un giocatore così si palesa sui campi di Serie A una volta ogni cinque anni. Quando un allenatore riesce a convincere un attaccante a fare l’esterno, a sacrificarsi per i compagni e a creare superiorità numerica nelle due aree – perché Mandzukic ha questo raro dono dell’ubiquità – di solito non si limita a vincere, ma stravince. Se in passato ci era riuscito Lippi con Ravanelli e Vialli, e Mourinho con Eto’o, il Mandzukic 2016/2017 ha ribaltato persino il luogo comune che vuole l’attaccante alto e poderoso rigorosamente al centro dell’area. Non appena Allegri ha capito che nel campionato italiano sono pochi i terzini in grado di poter creare dei problemi al croato, ha messo in pratica una delle più geniali intuizioni tattiche degli ultimi anni. Ma senza la qualità e la volontà dell’ormai ex attaccante, non sarebbe mai stato possibile.

 

EA: Gianluigi Donnarumma. Dopo quello dell’esordio, l’ancora minorenne Gigio era chiamato già alle conferme in quella che doveva essere la stagione della consacrazione. Un campionato aperto dalla parata fondamentale sul rigore di Belotti a San Siro e proseguito per il capolavoro, all’ultimo secondo dei 5 minuti di recupero, su Khedira in Milan-Juventus. Col senno di poi uno spartiacque, perché quei tre punti forniranno ai rossoneri la giusta consapevolezza per giocarsela a Doha. Ad arricchire la collana, perle come quelle su Torreira, Memushaj, Mertens, sempre con la mano di richiamo, o su Muriel, sempre a Marassi. Non è mancata qualche inevitabile caduta, come il pasticcio con Paletta a Pescara, ma anche la maniera in cui il numero 99 rossonero è stato capace di rialzarsi indica una personalità forte. Era atteso al varco, e la stagione della consacrazione è arrivata: sul ritorno in Europa del Milan c’è la firma di Donnarumma in calce.

CP: Dries Mertens. Ha disputato la miglior stagione della carriera all’età di 30 anni: 34 gol, di cui 28 in un campionato (più 9 assist e 47 passaggi chiave: in Europa solo Messi e Suarez hanno una maggior numero di gol e assist combinati) in cui la forza del collettivo sarriano è riuscita nuovamente ad esaltare le caratteristiche del singolo. Non facile per chi, per ragioni diverse, ha dovuto rinunciare ad Higuain prima e Milik poi, facendo di necessità grandissima virtù. Ed ecco, quindi, che Mertens diventa l’incarnazione del calcio del Napoli: veloce, verticale, alla ricerca continua dello spazio giusto da attaccare e che rifiuta la fissità delle posizioni, soprattutto per quel che riguarda i tre davanti. Il resto ce lo mette lui.

ST: Alejandro Gómez. Parlare del Papu come most valuable player della Serie A appena conclusa è un vero e proprio azzardo. In un campionato dove sei prime punte oltrepassano i venti gol, non premiarne neppure una può apparire come una provocazione. Però Gómez è andato in doppia cifra per la prima volta in carriera, lo ha fatto da assoluto protagonista e la sua Atalanta si è arrampicata fino al quinto posto. Gli è stato caricato sulle spalle un peso enorme; un peso che ha saputo tenere in equilibrio attraverso i gol, ma non solo: ha servito 12 assist (recordman del campionato assieme a Callejón e Salah), ha saltato una sola partita, e ha mantenuto una media di 2,5 key passes nelle 36 che ha giocato. Nessun altro giocatore, salvo forse Donnarumma, ha avuto un peso specifico maggiore nel proprio contesto di squadra.

 

ALLENATORE DELL'ANNO

ST: Massimiliano Allegri. Ha coniugato nella maniera più efficace tre qualità fondamentali: leadership, arguzia e intuitività. Ha confermato di saper gestire nel lungo termine uno spogliatoio pesante, rispettando le gerarchie della società ed essendo lui stesso un esempio di condotta per i suoi giocatori. Si è sempre dimostrato pacato nei rapporti con la stampa, manifestando quella grande consapevolezza che non si è mai rivelata fine a se stessa: ne sono una parziale dimostrazione i suoi tweet, sottili e mai banali, al termine di ogni partita. È intervenuto sulla squadra con un approccio tecnocratico, rifiutando una vera e propria ideologia e adattandosi non agli avversari, ma alla molteplicità delle situazioni di gioco.

AF: Simone Inzaghi. Se pensi che Simone Inzaghi ha idealmente sostituito Bielsa ed ha portato la Lazio in Europa League – davanti a Inter e Milan – e in finale di Coppa Italia, racconti solo una parte della storia. Il resto è la descrizione di un talento che si lascia percepire: istrionismo tattico, capacità di preparare e cambiare in corsa la partita. Più, soprattutto, una perfetta valorizzazione della rosa. Immobile, Keita e Felipe Anderson sono solo la punta dell'iceberg, la parte sommersa – Milinkovic-Savic, Strakosha e Wallace – forse vale anche di più.

SS Lazio Training SEssion

 

EA: Maurizio Sarri. La Panchina d’Oro dello scorso campionato, per un uomo poco incline ai premi, è l’apripista per quella che sarà la stagione di una crescita anche personale, con ulteriore responsabilizzazione riguardo al problem solving e alla creatività tattica: sarebbe bastato il post-Higuain a pesare come un macigno, ma l’infortunio all’alba del campionato di Milik rischiava di far deragliare la stagione del Napoli. Sarri dimostra alla scena italiana che dalla toppa ad una falla può venir fuori qualcosa di migliore esteticamente, e addirittura più funzionale: il suo Napoli 2016/17 segnerà più che con Higuain. Ma tra i suoi meriti non c’è solo Mertens falso nove: un altro capolavoro, ad esempio, è l'inserimento senza scossoni di Zielinski. Peraltro, la parabola di Sarri non sembra ancora all’apice: la gestione, anche agonistica, di quel doppio incrocio con il Real Madrid, che probabilmente gli azzurri avrebbero potuto giocare ancor più alla pari, resta un rimpianto. E traccia la strada della prossima sfida per lui e per il suo Napoli.

CP: Gian Piero Gasperini. A novembre, quando l’Europa League sembrava ancora una meravigliosa utopia, Marco Juric fotografò perfettamente come Gian Piero Gasperini stesse gettando le basi per il suo capolavoro: prima sperimentando e derogando ad alcune sue convinzione tattiche per valutare il materiale tecnico e umano a disposizione, poi tornando all’abituale 3-4-3 ridisegnato per esaltare al meglio le caratteristiche dei suoi giocatori. La stagione da fenomeno di Gomez, l’esplosione di Caldara, Conti e Spinazzola, l’impatto di Petagna da centravanti di manovra, sono tutte conseguenze di una crescita costante, continua e inarrestabile. E, soprattutto, voluta.

CC: Davide Nicola. È riuscito nell’impresa di restare in corsa fino all’ultima giornata. In questo campionato non l’ho mai visto darsi per vinto, nemmeno quando la rimonta sembrava oggettivamente impossibile. Una fotografia: la gara contro l’Inter allo Scida. Lui che dalla tribuna invita uno stadio intero a resistere, sul 2-1, mentre si appoggia alla balaustra, tira su le maniche della camicia, e si tocca il ciuffo di capelli che gli impedisce di vedere i movimenti di Trotta e Falcinelli. È stato un grande campionato, persino nell’illusione di potersi giocare la salvezza a Torino, nel giorno dello scudetto della Juventus.

GOL DELL'ANNO

CC: Locatelli contro la Juventus. È l’immagine di un ragazzo che una settimana prima non crede a quello che ha fatto (rete contro il Sassuolo), e dopo aver battuto Buffon con un esterno a giro sotto l’incrocio si inginocchia davanti al suo pubblico allargando le braccia, con l’espressione di chi dice «Ma come, non ve l’aspettavate?». È la promessa di un campionato riaperto, di un Milan in grado di lottare per qualcosa di ambizioso, di una Juventus battibile e di un Locatelli futuro faro del centrocampo della Nazionale. Promesse da marinai, ma quella rete ha avuto il potere di farci credere che è così.

 

EA: Mertens contro il Torino. Restano inebetiti Insigne e Callejon dall’altra parte dell’area, applaude incredulo Chiriches dall’altra parte del campo. Non è probabilmente decisivo, nell’economia del 5-3 finale, il bis di Martens al San Paolo contro i granata, ma il suo scavetto è capace di scomodare paragoni ingombranti per chiunque a Napoli. Movimento ad allargarsi palla al piede, a tagliare fuori con un gesto solo Barreca e Rossettini, testa neanche troppo alta, più un sesto senso sulla posizione di Hart. Poi un cucchiaio veloce quanto morbido, dalla distanza non trascurabile, sui cui il portiere del Torino può solo arrendersi.

 

ST: Locatelli contro la Juventus. Locatelli era alla sua seconda presenza da titolare in campionato, e nemmeno lui riponeva speranze in quel destro, che pure era partito tanto violentemente. In quel momento, quando la palla è entrata, gli abbiamo voluto tutti bene per un'infinità di ragioni. E siccome la bellezza non risiede solo nell'estetica del gesto tecnico, ma anche nella genuinità dell'animo umano, voglio premiare quel gol. Con la speranza, in primis, che non ci si dimentichi troppo presto di chi lo ha segnato.

AF: Schick contro il Crotone. Una scelta che premia il gesto tecnico e la stagione abbagliante del calciatore. La difesa del Crotone è piazzata male, ma il tocco di esterno morbidissimo ad evitare l'anticipo e l'idea chiara e preventiva della giocata, che si percepisce dalla perfetta coordinazione dei movimenti, rendono questo gol un capolavoro. Arricchito dall'ultimo controllo, che invita Cordaz all'uscita e crea lo spazio per la conclusione con il piede preferito.

 

CP: Higuain contro il Torino. A otto minuti dalla fine, con la gara in bilico, Chiellini, poco dietro la metà campo, lancia lungo un pallone non facile da addomesticare: Higuain fa perno su Barreca, tocca il pallone con il sinistro in modo da facilitarsi l’impatto dopo la rotazione e fulmina Hart con un destro sul palo alla sua destra. Un gol pesante, un gol decisivo, un gol da centravanti vero, un gol da tre punti, un gol che fa capire al mondo bianconero che quei 90 milioni di euro sono stati ben investiti.

 

PARTITA DELL'ANNO

CP: Napoli-Juventus 1-1. Non sarà stata la partita più spettacolare del campionato ma è stata quella che meglio ha rispecchiato le caratteristiche delle protagoniste principali. Una squadra che sa andare a una sola velocità (la sua), contro quella che meglio sa interpretare i singoli momenti all’interno della stessa partita: attaccando quando c’è da attaccare, difendendo quando si deve difendere. Il pareggio finale non ha rispecchiato l’andamento dei 90 minuti ma è stato la fotografia della differenza che c’è tra chi una grande squadra lo è e chi aspira, legittimamente, a diventarlo.

AF: Atalanta-Roma 2-1. I dati dicono che l'Atalanta, nella sola ripresa, ha tirato per 15 volte verso la porta e per 10 volte dall'interno dell'area di rigore. Difficile risalire a una frazione di gioco così in tutto il campionato, in cui una squadra oggettivamente meno forte rispetto all'avversario impone un dominio tattico ed emotivo così marcato. Questo match ha rappresentato un turning point per tutta la Serie A: Gasperini capisce che può fare sul serio, aveva già battuto Napoli e Inter ma in partite dall'impatto meno potente; la Roma ha perso a Bergamo e a Genova, contro la Samp, due partite simili. Che la Juve non ha perso. È la forza dei bianconeri, una chiave per leggere l'ennesimo scudetto.

 

ST: Fiorentina-Juventus 2-1.  Se la stagione della Fiorentina avesse preso una piega diversa, staremmo parlando di una celebrazione dei viola. Ma ho la sensazione che il fatto capovolto – ossia visto dalla parte di chi la partita l'ha persa – sia molto più determinante. A Firenze la Juventus ha perso la sua penultima partita, e lo ha fatto andando talmente contro i propri principi da avere come conseguenza una decisione drastica. Che tradotto significa: Mandzukic dirottato sulla fascia sinistra, rinuncia ad un centrocampista, difesa a quattro e cambio di modulo. Scusate se è poco.

EA: Juventus-Lazio 2-0. Fine gennaio, il ko contro la Fiorentina alle spalle, e la necessità di ripartire. Chissà se Mario Mandzukic sospetta che quel sacrificio che Allegri gli chiede sulla fascia, la vera novità di quel lunch match che la Juventus fa suo dopo appena un quarto d’ora, diventerà la sua destinazione definitiva. Allegri non esita, un minuto dopo la conquista del suo terzo scudetto bianconero, a identificare l’incontro in casa contro la Lazio come lo snodo cruciale della stagione della Juventus. E quindi, fatalmente, di tutte le altre. Il croato sulla fascia a lottare e far legna, l’inserimento di Cuadrado quando conterà sul serio nel corso dei 90 minuti, la riconfigurazione di Dani Alves e Alex Sandro tra compiti difensivi ed offensivi: la visione di Allegri nasce allo Stadium, poco prima di pranzo, a fine gennaio. E sorprende tutti.

CC: Inter-Milan 2-2. Orsato ha appena deciso che si giocherà fino al minuto 97, e in campo c’è una squadra stanca che ha ormai arretrato il proprio baricentro come non si dovrebbe. Il pubblico interista è sospeso tra i fischi di disapprovazione e gli ohhh per il triplice fischio che darebbe la spinta verso l’Europa League. Calcio d’angolo per il Milan. Donnarumma sale in area, qualcuno si mette le mani davanti agli occhi per non vedere. Dal terzo anello di San Siro vedo solo il pallone sparire dal radar di Handanovic, fino a quando non finisce sui piedi di Zapata. Troppo facile, ma lui colpisce con foga e prende la traversa. Grida di esultanza da una curva e dall’altra. C’è chi pensa che il pallone non sia entrato, chi giura che è gol, chi che è finita la partita. Ognuno esulta per un motivo tutto suo nell’arco di un paio di secondi. No, non è stata la partita più bella, ma San Siro pieno per il derby è un patrimonio del calcio mondiale. Che tornino ad esserlo anche le squadre di Milano.

 

RIVELAZIONE DELL'ANNO

CP: Sergej Milinkovic-Savic. Un giocatore unico nel panorama italiano, almeno da quando Paul Pogba è partito in direzione Manchester. Mezzala fisicamente dominante (1.91 per 76 kg, oltre il 50% di contrasti vinti che diventa 64 considerando i duelli aerei), tecnicamente dotato, abile a creare per se stesso e gli altri (quattro reti, sette assist e 32 passaggi chiave in 33 presenze), abituato ad agire su entrambi i lati del campo (tre azioni difensive di media a partita: 35 intercetti e 44 recuperi decisivi).

CC: Andrea Masiello. Inter-Atalanta: Icardi e Banega scherzano con la difesa di Gasperini, sembra un momento chiave per la lotta all’Europa League. Con l’Inter in rimonta e la Dea che sbanda. Ma è l’unica domenica negativa per la difesa dell’Atalanta. Il perché è chiaro: manca Andrea Masiello. Nel parlare di “rivelazione” è quasi ovvio indicare un giocatore bergamasco, soprattutto tra i più giovani. Ma tra i meriti di Gasperini c’è quello di aver reso Masiello, di nuovo, il Thuram bianco. Le prestazioni di Masiello sono state impeccabili in fase difensiva, le sue puntate nell’area avversaria hanno fruttato 3 reti, tutte decisive. Ci troviamo di fronte ad un difensore che difficilmente potrà cambiare squadra e che non vedremo in Nazionale per il codice etico, anche se nessuno ne ha mai apertamente parlato. Ci troviamo di fronte ad un raro caso di rivelazione-rimpianto.

ST: Patrick Schick. Quando lo notai per la prima volta fui colpito da un aspetto in particolare del suo gioco: era alto, più alto della media, eppure nel peggiore dei casi andava veloce quanto gli altri. Va da sé che nel migliore non lo prendevano. E poi per segnare il primo gol in Serie A allo Juventus Stadium (e a Buffon) un certo carisma devi pur averlo. Schick è un freddo, e la freddezza non è una dote che possiamo aspettarci di trovare in un ventenne.

AF: Emerson Palmieri. Un avvio da incubo e poi un recupero progressivo, costruito sul perfezionamento, sul lavoro per coniugare esigenze tattiche e qualità. Emerson non ha stupito eppure si è imposto, non ha fatto clamore ma un tratto è diventato inamovibile per un tecnico esigente come Spalletti. L'essenza della sua crescita organica è nel gol realizzato a Vila Real in Europa League: attacco della fascia, pressing insistito, conclusione fantastica col piede inverso. Secondo Seneca, la fortuna è il momento in cui il talento incontra l'opportunità. Perfetto: è Emerson Palmieri, la rivelazione.

EA: Andrea Conti. Le otto reti in campionato del classe ’94 lecchese (solo Gómez gli è davanti come best scorer nell’Atalanta) rappresentano solo la nota più fragorosa. Non siano (paradossalmente) fuorvianti gli inserimenti, la mira da killer, le soluzioni acrobatiche sottoporta: con più della metà dei contrasti aerei vinti in stagione, più di due intercetti a partita (cifre degne di un centrale) e il 77% di contrasti vinti in questo campionato, Andrea Conti è (anche) un signor difensore. E sembra avere tutto per colmare in chiave moderna un vuoto, quello nel plotone dei laterali italiani, troppo spesso negli ultimi anni tradito da promesse mai compiutesi a pieno: aver pescato uno come Conti, per il calcio italiano, può rivelarsi di importanza capitale.

DELUSIONE DELL'ANNO

CC: L'Inter. Ripercorro il diario degli errori nerazzurri, e non riesco a trovare una scelta sensata in questa stagione. Tutte tranne una: quella di de Boer. Ma siamo su un piano del tutto personale. Perché a me Frank piaceva. Ho apprezzato il suo tentativo di sbilanciare la squadra offensivamente così come quella di togliere alibi ai giocatori. Ma eravamo in pochi a credere che de Boer potesse arrivare terzo o quarto. Tra questi non c’era Suning. La successiva scelta del casting mi ha lasciato basito. Ancora peggio è stato iniziare a parlare di un possibile nuovo allenatore dopo la sconfitta contro la Juventus. Esonerare Pioli mentre la Juventus festeggia l’accesso alla finale di Champions un pugno nello stomaco. Senza dimenticare i soldi spesi per Gabigol, la gestione del brasiliano, trattato come attrazione del circo, l’autobiografia non letta di Icardi e la scelta di iniziare la stagione con Mancini. Sinceramente faccio fatica ad immaginare annate peggiori, al netto di ciò che si è visto in campo.

FC Internazionale v SSC Napoli - Serie A

CP: Il Pescara. Difficile immaginare di far peggio del disastroso 2012/2013 (22 punti frutto di sei vittorie, quattro pareggi e 28 sconfitte) eppure è successo: nessuna vittoria sul campo fino al 5-0 contro il Genoa del 19 febbraio, 37 gol fatti a fronte degli 81 subiti, Oddo esonerato senza aver avuto un parco giocatori adeguato alla categoria. Come se il passo fatto fosse effettivamente stato più lungo della gamba.

EA: Gabriel Barbosa. L’oro a Rio sembrava un buon viatico per la sua avventura in nerazzurro, partita in differita, proprio per i postumi e le scorie della spedizione olimpica. Poteva starci. Poi l’esclusione dalla lista per l’Europa League: ecco, quella poteva starci un po’ meno, per uno degli acquisti più ad effetto dell’estate interista. Presto la scomoda veste di oggetto misterioso, il risicato minutaggio, gli impietosi olé di scherno, che, alla fine, nei 112 minuti in campionato, farebbe anche un gol da tre punti. Finisce con la pagina più brutta, l’abbandono della panchina dopo la terza sostituzione effettuata da Vecchi contro la Lazio, con tanto di multa. Che conduce mestamente ad un’estate che, ovunque sia la responsabilità del flop del ventenne brasiliano, imporrà una seria riflessione, da ambo le parti.

AF: Joao Mario. È il secondo investimento più costoso della storia dell'Inter, è arrivato in Italia con una narrazione fatta di intelligenza tattica, di professionalità. Nove mesi dopo, la sensazione è quella di aver visto un calciatore discontinuo, che si è fatto inghiottire, subito e facilmente, dall'interismo isterico di un'annata da dimenticare. La sua mancata convocazione per motivi disciplinari nell'ultima giornata certifica il suo fallimento, che in realtà è di tutta l'Inter. Joao Mario è stato un pessimo esempio di gestione, tecnica e umana, di un potenziale campione.

ST: L'Inter. Ho sempre pensato che l'errore più grave sia stato commesso in estate, quando il campionato non era ancora iniziato: da lì, de Boer ha fallito (preventivabile), Pioli anche (preventivabile) e i giocatori hanno reso soltanto in parte. Il risultato di una programmazione fallimentare e di un assetto societario totalmente sconnesso dai canoni logici non poteva che essere questo: settimi, fuori dall'Europa e pieni di giocatori che con questa maglia sembrano davvero a disagio.


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