C’è Roma fuori. Oltre le finestre, oltre il terrazzo: di là San Pietro e Castel Sant’Angelo; di qua piazza Navona. C’è Roma dentro: in casa, nella testa, nelle parole. C’è il mondo, anche. Sia fuori, sia dentro: di qua i luoghi che vede, di là quelli che avrebbe potuto vedere o che potrebbe ancora vedere. C’è il tempo, poi: Daniele De Rossi parla per più di due ore. Di quello che c’è dentro, di quello che c’è fuori, a Roma, nel mondo, nella sua vita. Quindi il calcio, il passato, i compagni, questa città, gli allenatori, le altre città, il futuro. Se stesso, soprattutto. «Sto bene. Sono felice. È un annetto che ho ricominciato a sentirmi un calciatore fino in fondo. Un calciatore di livello alto. Vero».

Ⓤ Che che cosa è successo?

Prima ero sceso di prestazioni, era diminuita la convinzione che il mio fisico potesse reggere nel calcio italiano ed europeo a certi livelli. Poi, un po’ la mia caparbietà, molto l’Europeo e il pre-Europeo con Conte e tutto il lavoro che ha fatto Spalletti e questa grande squadra che ha creato, hanno fatto sì che tutto fosse più facile. Poi resta che non sono un giocatore alla Messi…

Ⓤ In che senso?

Non sono uno di quei calciatori che se sono in forma portano risultati da soli, ma che se non lo sono possono comunque fare la differenza. Io devo stare bene fisicamente per fare il mio calcio, ma ho anche bisogno di una squadra che mi sostenga. Sono un ingranaggio. Ed è da un po’ che s’è incastrato tutto: arriva Conte, ti motiva in certi modi quando le cose non andavano bene, l’Europeo va in una certa maniera, anche se poi finisce male, ma è stato comunque un campanello: a certi livelli ci puoi ancora giocare e anche bene. Poi la Roma ricomincia e la stagione, sia dal punto di vista personale sia dal punto di vista di squadra, va bene, e quindi tutto mi ha fatto orientare verso il fatto di essere ancora un ottimo calciatore.

Ⓤ Hai parlato di ultima fase della carriera…

Perché arrivi a un certo punto e pensi a quando smetterai. Ci sono quelli che vogliono smettere presto, quelli che vogliono smettere a 40 anni: io penso di voler fare una via di mezzo. Voglio chiudere con grandissima dignità. Se dovessi vedere che non c’è più una condizione accettabile e che non sto più al ritmo dei miei compagni smetto, ma non come autoflagellazione, autopunizione, semplicemente come una presa d’atto delle cose. Ma oggi mi sento forte. Mi sento ancora un calciatore vero.

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Ⓤ Rispetto alla prima fase della carriera ci sono meno gol. È una cosa che manca?

No. In campionato ho segnato nella scorsa stagione contro l’Empoli e una doppietta in Champions a Leverkusen. Credo che i motivi siano diversi e tra questi c’è che gioco più indietro di una ventina di metri rispetto alla stagione in cui ho segnato di più. Era l’anno che abbiamo sfiorato lo scudetto con Ranieri: tra campionato, Coppa Uefa, Coppa Italia ne ho fatti una dozzina. Ma il gol mi manca solo se mi metto a guardare le statistiche, perché quando ho iniziato erano sempre 6, 6, 7, 6, 7…

Ⓤ Nelle immagini dei gol del passato c’era sempre un’esultanza più rabbiosa rispetto a oggi. È un caso o c’è una ragione?

Prendi l’esultanza dell’anno scorso a Leverkusen sul secondo gol, quello del pareggio dopo essere andati sotto due a zero in cinque minuti. Quella ha qualcosa del “fratello” giovane. Dipende anche da quanti gol fai e da che tipo di gol sono. Ultimamente non sono stati di quelli che fanno strappare la maglietta tipo Hulk… Comunque prima ero un po’ più vulcanico in tutto quello che portavo sul campo, forse a volte anche un po’ fuori. Se fossi lo stesso di quando avevo 25-26 anni mi preoccuperei, anche se ero un ottimo giocatore, diverso da adesso. Non so quanto migliore o peggiore, perché ero proprio un giocatore diverso. Più esplosivo. Ma sicuramente ora molto più lucido e con molta più qualità.

Ⓤ Come si spiega?

Ho più letture, oggi. È l’esperienza. Prima ero quello che sei a 23-24 anni, in più aggiungi tutta questa carica che ti dà questo lavoro, questa città e questo amore che ho io per questa squadra. Sicuramente a volte non l’ho gestita, ma non è neanche facile gestirla tutta questa emozione insieme. Quando segni poi esplode tutto.

«Con gli anni ti passa la mania del look. È normale che i giovani stiano attenti a certe cose, mentre chi è più maturo no»

Ⓤ Nei video di qualche partita si vede un parastinco con il logo dell’Ostiamare. C’è ancora?

C’è ancora, anche se ho un pochino mollato quel discorso. È un vezzo un po’ più giovanile. Con gli anni ti passa la mania del look. Credo che certe cose facciano parte soprattutto di una parte della vita e della carriera. È normale che i giovani stiano attenti a certe cose, mentre chi è più maturo no. Non sono d’accordo con i giocatori a fine carriera che si sentono lontani dal calcio di oggi. Ogni tanto sento dire che i giovani pensano solo al calzino in pendant con lo scarpino o al nome sopra la scarpa e non pensano al magazziniere. Ma che si pretende? Quando abbiamo cominciato noi era diverso. Sono passati vent’anni: è cambiato tutto. Un ragazzino di vent’anni ora arriva in prima squadra e ha più follower di Messi. È normale che si senta più sotto attenzione. Quando ero giovane io, quelli di 35 anni mi dicevano: “Non è più come quando ero giovane io”. È sempre stato così, sarà sempre così.

Ⓤ Non è cambiato il calcio?

È il mondo che è cambiato, non solo il calcio. Che fai, te la prendi con i giovani calciatori? Ma lasciali stare, che ci vuoi fare? A volte danno fastidio pure a me quando li vedo. Quando fanno la diretta Instagram dallo spogliatoio prima della partita io gli darei una mazzata da baseball sulla bocca. Ma hanno 18 anni e tra venti anche loro si ritroveranno quello di 18 anni che farà un’altra cosa per cui diranno: “Ma dai, quando eravamo giovani noi c’era De Rossi che ci faceva a pezzi se avessimo fatto una cosa così”. A volte noi calciatori facciamo un po’ di populismo, di chiacchiere. Frasi come: “Il nostro non è un lavoro, i veri eroi sono quelli che si alzano alle 5 di mattina per andare a lavorare”… Sì è vero, vabbè, ma basta dirlo.

Ⓤ Sempre convinto che ci sia un po’ di pregiudizio nei confronti del calciatore troppo ricco e che ha conquistato la ricchezza troppo presto?

Non posso cambiare giudizio. Tu sei pagato da un privato che facendo giocare te e i tuoi compagni ha determinati incassi. È un investimento come un altro, quasi. Guadagniamo troppo? Sì, ma dipende da come la guardi. Magari nasci in America, giochi a baseball e guadagni ancora di più. Però di nuovo: guadagniamo troppo? Sì. Guadagniamo troppo per l’importanza di quello che facciamo? Sì. È stato semplice guadagnare così tanto? No.

Ⓤ Com’era Daniele bambino?

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Felice. Non mi è mai mancato niente, non abbiamo mai navigato nell’oro: mio padre giocava a calcio in Serie C, mia madre era la segretaria del presidente dell’Eni. Il primo choc l’ho avuto a sette anni e mezzo quando è arrivata mia sorella e l’altro piccolo choc era spostarsi per seguire mio padre: non mi è mai piaciuto tantissimo, non ho le cicatrici dei miei ripetuti spostamenti, però dovevi andare in altri posti, eri sempre quello che aveva il dialetto diverso. Mi ricordo un primo giorno di scuola, a Rimini. Papà giocava nel San Marino, ma noi vivevamo a Rimini. Andiamo a parlare con la scuola e ci dicono che i bambini in classe devono indossare un grembiulino rosso o blu. Mia madre me ne compra uno rosso e uno blu.  Il primo giorno dice: “Oggi come ci vestiamo? Intoniamo il grembiulino a come sei vestito” e mi mette il grembiulino rosso. Sono andato a scuola, avevo i capelli biondi lunghi. Entro e scopro che il grembiulino rosso ce l’avevano le femmine. Ero piccolo, avevo 6 anni, ma me lo ricordo come se fosse adesso, mi hanno preso in giro pure i sassi. Questo è stato lo choc, dover cambiare, farsi accettare. Però oggi sono cose che ricordo con affetto. In realtà quando penso alla mia infanzia penso soprattutto alla felicità. E al fatto che ho iniziato presto a giocare a pallone.

Ⓤ Che cos’è Ostia per De Rossi?

Ostia è il posto dove voglio andare se mi devo sentire sicuro, mi sento tanto bene anche qui a Roma, in centro, io ci vivo tranquillamente, tanti si chiedono: come fai a vivere in centro? E me lo sono chiesto anch’io.  Ma a me non mi si fila nessuno: qui è pieno di pellegrini e i romani che vivono qui ormai mi conoscono. Però Ostia per me è ancor di più, è proprio la culla. È un posto mio. Sento che mi protegge. Ci sono tornato in un momento storico importante, dopo la separazione. Sono tornato a Ostia e subito mi sono sentito a casa.

Ⓤ Quando è arrivato il pensiero di poter fare il calciatore da grande?

Da ragazzino ero ancora un po’ confuso, mi piacevano tanto la pallavolo e il basket. Ero sicuro che avrei fatto lo sportivo, ma dovevo orientarmi. Farò il calciatore come lavoro, potrò permettermi di campare col calcio, l’ho pensato anni e anni dopo.

Ⓤ Nelle giovanili della Roma o già da prima?

Non ero un ragazzino che credeva che davvero potesse succedere tutto questo a me. Ci speravo, ho lavorato. Ho fatto sempre quello che mi piaceva, mi sono sempre divertito. Mi viene da dire anche sacrificato, ma il sacrificio cos’è? Uscire da scuola, al volo mangiare un panino con la bresaola e andare agli allenamenti e poi tornare a casa a fare i compiti e distrutto addormentarsi? No, dai. E non lo facevo perché avevo la prospettiva o la presunzione di voler diventare un calciatore. Lo facevo perché mi piaceva proprio. I primi anni ho anche giocato poco nella Roma, non ero uno dei titolari, non ero una delle stelle individuabili come il futuro campione, il futuro capitano della Roma. Non ero per niente così. Ero anche disposto a cambiare, andare via dalla Roma: se gioco poco e non mi diverto che ci sto a fare qui? Non ero nato, cresciuto per questo. Ho letto Open, il libro di Agassi. Il padre gli ha fatto capire subito che cosa doveva fare: avrebbe dovuto diventare Andre Agassi il tennista, Andre Agassi il campione. E lo è diventato.

«Ero anche disposto a cambiare, andare via dalla Roma: se gioco poco e non mi diverto che ci sto a fare qui? Non ero nato, cresciuto per questo»

Ⓤ E papà che cosa diceva?

A casa mia si è sempre vissuto tutto con grande serenità, forse perché mio padre il calciatore l’ha fatto e sa che il volere dei padri non ti porta ad azzeccare i passaggi quando giochi, non ti porta a giocare meglio degli altri.

Ⓤ Se dico Arezzo-Roma, Allievi nazionali, dove va la mente?

Ricordo che mi scaldavo con quello che ora è uno dei miei migliori amici, Emanuele Mancini. Perdevamo 1-0, chiamano, fischiano: “Entra”. Emanuele pensava che dicessero a lui. Invece dicevano a me. Entro: faccio uno o due assist, cambio la partita, vinciamo 2-1. Ma la cosa che più ricordo è che in quella partita viene espulso il nostro capitano in maniera ingiusta. Difendiamo il 2-1 fin quasi all’ultimo minuto, quando un difensore centrale sbaglia un passaggio, io rincorro l’avversario lanciato a rete, lo strattono, lo stendo, l’arbitro fischia fallo ma non mi butta fuori perché palesemente si è sbagliato prima. Ecco: io entro, cambio la partita, non vengo squalificato mentre il mio compagno sì e io dalla partita dopo prendo il suo posto a centrocampo. Da allora quell’allenatore non mi ha più fatto uscire. Era Mauro Bencivenga. Gli devo molto, gli devo l’aver capito prima di tutti quale fosse il mio ruolo. Anche prima di me.

 

Ⓤ Qual era stato il ruolo fino a quel momento?

Mah, non si è mai capito. La mezza sega, credo. Trequartista o largo a sinistra. Non ero velocissimo, ma avevo il piede, mettevo la palla, l’assist, entravo e poi si intravedeva quello che si vede adesso: il tempo di inserimento, che ho avuto per tutta la carriera. Mi inserivo bene, facevo gol.

Ⓤ Trenta metri in meno e nasce De Rossi…

In quel ruolo davanti alla difesa ho iniziato a giocare sempre. Prima ero un ibrido. Un giorno Ugolotti, un allenatore col quale giocavo poco, stava facendo un allenamento e disse: “I difensori vanno lì a fare questo, i centrocampisti vanno con il preparatore atletico, gli attaccanti vengono con me”. Poi si gira, mi guarda e fa: “E tu dirai ‘e adesso io ‘ndo cazzo vado’?”. Non si era capito se ero un difensore, un centrocampista, un attaccante. Mi hanno messo davanti alla difesa e non sono mai più uscito.

Ⓤ Nelle classifiche delle presenze dei calciatori nati nei settori giovanili in Europa e in Italia, la Roma è nelle prime dieci in Europa e prima in Italia…

La Roma ha cercato di crearsi il talento in casa. Sempre. Forse è per l’attaccamento dei tifosi che da bambini hanno come sogno di giocare nella Roma. E forse c’entra pure che ci sono stati anche dei momenti in cui la Roma non era così forte a livello economico, per cui provare ad allevarsi i giocatori in casa era una anche necessità. Poi è diventato un vanto. E qui c’è il lavoro nel settore giovanile di gente che sa lavorare. Perché Bruno Conti ha fatto benissimo per tanti anni. In più i ragazzi, gli allenatori, gli staff… la stessa Trigoria è una cosa che ti aiuta, oggi è un centro d’eccellenza. E per i ragazzi arrivarci è davvero un sogno.

Ⓤ E che cos’è Trigoria?

È un luogo per cui provo un affetto incredibile. Pensare che un giorno non sarà più la mia quotidianità mi fa male. Magari lo sarà in altre vesti, non lo so, però se penso che potrei non vedere tutti i giorni che ne so, Roberto Porreca, il magazziniere che vedo da quando ero nel settore giovanile, o i ragazzi del bar che mi hanno fatto la colazione più volte loro che mia nonna, mia mamma, mia moglie messe insieme. Ecco, se penso a queste cose mi viene il magone. È il posto che ho frequentato di più nella mia vita. Un’estate sono andato a liberare l’armadietto perché pensavo di andare via. Su quel viale, tra via Trigoria e via Laurentina, i pianti si sprecavano, nonostante non andassi né in guerra né a fare una cosa che non mi piaceva.

Ⓤ Il rinnovo del contratto è un pensiero continuo?

No. È una cosa che prima o poi dovrò affrontare con la società. Ma non ci penso. E ho deciso di non parlarne. Ma voglio continuare a giocare ancora per un po’.

«Mi sarebbe piaciuto vedere come si vive da un’altra parte. Ho fatto sempre scelte consapevoli, anche se qualcuno le può considerare incoscienti»

Ⓤ Neanche un dubbio?

Ci può essere un dubbio su cento. Torniamo al discorso di prima. L’altro anno mi sono stirato quattro volte, se mi fossi stirato quattro volte quest’anno, visto che gioco per passione, perché mi diverto e non perché devo arrotondare, l’avrei pure preso in considerazione, anche perché ho dei progetti miei di vita per quando smetterò.

Ⓤ Che progetti sono?

Il più semplice è che il primo anno mi piacerebbe fare tanti viaggi, girare il mondo, girarlo con i miei figli. Faccio esempi molto banali, ma viaggiare è la cosa che mi riempie di più…

Ⓤ È questo l’unico rammarico di essere rimasto a Roma? Il non aver visto altri posti?

Sì. Non ho vissuto l’atmosfera di un altro Paese sia dentro gli stadi – penso agli stadi inglesi o a quelli spagnoli – sia fuori dagli stadi. Mi sarebbe piaciuto vedere come si vive da un’altra parte. Ho fatto sempre scelte consapevoli, anche se qualcuno le può considerare incoscienti. Invece ero conscio del fatto che erano scelte professionalmente “sbagliate”.

Ⓤ In queste scelte hanno pesato altri valori?

Neanche troppo. Questa scelta viene letta e vista come una cosa di grande altruismo, di amore per la maglia, di amore per i tifosi. Ma è una parte della verità. L’altra è che la mia scelta è stata molto egoista, perché io avevo proprio bisogno di giocare con la Roma. Ho il piacere fisico ed emotivo di giocare con questa maglia. Gli anni in cui sono stato lì lì per andare via, quando magari a Natale sapevo che a gennaio avrei potuto lasciare Roma, sono stati molto particolari. Di solito all’ultima partita in casa a Natale, i giocatori pensano che al fischio finale comincia un periodo di vacanza. Invece io in quei momenti entravo in campo e avevo gli occhi lucidi di lacrime. Guardarsi intorno e pensare che era l’ultima partita all’Olimpico… Mi è successo e ho capito che senza questa cosa non posso stare. Vivere senza Roma sarebbe stata una cosa che mi avrebbe fatto più male del non aver vissuto un Real Madrid-Barcellona, o di non aver calcato gli stadi inglesi più belli, di non aver vinto determinate cose. Almeno io la penso così, però la controprova non la potrai mai avere. Vivo con un continuo saliscendi tra la voglia di vedere cose nuove e il bisogno di stare qui. Ma a 33 anni sono arrivato con la serenità sia del non aver vinto tanto sia di non aver girato tanto.

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Ⓤ Il paradosso è essere campione del mondo e non essere riuscito a vincere con la Roma.

È paradossale per i tempi. Perché ho vinto a 22 anni. Se vinci a 27 è un’altra cosa, a 22 invece significa iniziare con il botto e avere un certo tipo di aspettative. È stato tutto velocissimo: prima l’Europeo con l’Under 21, poi la medaglia di bronzo alle Olimpiadi, poi a 22 anni boom: campione del mondo. Quella è stata forse la fregatura: non aver continuato a vincere. Forse se lo aspettavano tutti. In quei momenti avevo il telefono che scoppiava. Ogni giorno c’era una squadra nuova, ogni giorno c’era qualcuno. Mi dicevano: “Questo allenatore ti sta chiamando e ti vuole parlare, c’è questo presidente che ti fa il contratto in bianco e puoi mettere la cifra e andare quando ti pare”. Io la vivevo come una cosa bellissima, però poi alla fine c’era questo sentimento forte che mi rendeva anche abbastanza conscio del fatto che forse avrei vissuto male il distacco.

Ⓤ Si è letto: “De Rossi vuole chiudere la carriera al Boca”. Perché?

Non ho mai detto che vorrei chiudere la mia carriera al Boca, ho detto che avrei desiderato giocare al Boca Junior. Magari anche a vent’anni, o a trenta o a trentacinque. È uno dei miei desideri, lo è sempre stato. Mi piacerebbe essere in campo in un Boca-River alla Bombonera. È una cosa che potrebbe mancarmi, tanto quanto mi potrebbe mancare giocare una finale di Champions o un Real-Barcellona. E forse le ultime due, se avessi fatto scelte diverse, le avrei potute giocare. Ma il Boca è un’altra cosa: lo stadio mi leva la vita, quando lo vedo. È il più bello del mondo. Mi sono appassionato alla Bombonera quando ero piccolo: guardavo i video dei gol, delle esultanze. Incredibile. E poi Maradona.

Ⓤ Ma che cosa è stato Maradona?

Maradona era Maradona. Maradona è Maradona. È una cosa diversa. Ho avuto molti idoli: mi piaceva Romario, mi piaceva Stoichkov. Mi piacevano gli attaccanti, poi più cambiava il mio ruolo e più cambiavano i miei idoli.

Ⓤ E Voeller? C’è una foto di un bambino con una maglia della Roma degli anni Novanta…

Ero pazzo di Voeller. In quella foto ci sono io, col caschetto biondo, dentro casa, con quella maglia. La maglietta della Roma, vera: all’epoca non si potevano comprare nei negozi. Averla era difficile ed era un sogno. Non aveva il numero e mia zia, che faceva la sarta, mi cucì il 9 di Voeller. L’effetto era palesemente finto, perché non era il numero originale. Ma io ero felicissimo: avevo la maglia della Roma e l’avevo con il 9 di Voeller.

Ⓤ E come è stato incontrarlo quando è diventato allenatore della Roma?

L’avevo già conosciuto prima, perché nello stabilimento balneare dove vado io, a Ostia, viene da sempre Sebino Nela e l’aveva portato lì al mare. Persona incredibile, di una simpatia e di un’educazione uniche. Mi ha colpito per la sua semplicità. E io non sono mai stato uno che rimaneva immobile a venerare i suoi idoli, non ho mai chiesto una foto, anzi una sola.

Ⓤ A chi?

A Roy Keane. Gliel’ho chiesta al Craven Cottage, dopo l’amichevole Irlanda-Italia prima del Mondiale 2014. Lui era il vice allenatore dell’Irlanda.

Ⓤ Mai pensato: quanto è complicato stare a Roma per un calciatore? Soprattutto per un calciatore di Roma…

Roma ti offre molte cose belle, ma ti offre anche molti momenti in cui pensi: chi me l’ha fatto fare? Chi ti dice che non c’ha mai pensato, dice una bugia. Una grande bugia, perché Roma quei momenti li offre eccome. E a volte te li sei meritati.

Ⓤ Qual è stata la migliore stagione di De Rossi?

L’altro giorno un amico mi chiedeva se questa sia la mia miglior stagione. Non lo so. Credo che nei primi sette-otto anni abbia avuto un livello molto alto. So invece qual è stata la peggiore: quella con Zeman. È stata difficile, è stata la prima in cui ho giocato di meno, non mi sentivo indispensabile.

 

Ⓤ È stata una delusione solo professionale o anche personale?

Io la mia professione la vivo sempre senza scindere le due cose. I momenti negativi danno senso a parole spesso abusate, come leader, professionista, uomo. Fare il leader quando fai 38 partite titolare, sei capitano, giochi bene è facile. La persona seria è positiva anche quando le cose non vanno bene per se stessa, oltre che per la squadra.

Ⓤ La panchina è stata sempre vissuta solo come scelta tecnica?

Sì. Il mister negli anni s’è fatto riconoscere come una persona leale. Ci sono lati del suo carattere con cui un po’ tutta la squadra quell’anno è andata in conflitto. Ma è una squadra che ha lottato per lui fino all’ultimo secondo, anche se molti a Roma dicono il contrario.  Abbiamo giocato una partita a Firenze, in Coppa Italia, per cui ogni giornale, ogni radio, ogni tv e pure qualcuno dentro la società, ci aveva fatto capire che se avessimo perso, il mister sarebbe stato mandato via il giorno dopo. Io ero in campo, quel giorno: soffrimmo perché la Fiorentina era forte, ma giocammo 120 minuti combattendo. E ci qualificammo. Se una squadra vuole perdere una partita con tante assenze e con un avversario molto forte, non ci mette tanto.

Ⓤ Ma esistono le squadre che giocano contro gli allenatori?

Io non ci credo. Dall’interno io non ne ho mai visti di giocatori che remano contro.

Ⓤ E il Leicester di quest’anno non fa venire dei dubbi?

Il dubbio è rispettabile, e ci può stare. Però continuo a pensare che sia una percezione dall’esterno. Io, che vivo dentro il mondo del calcio, non ci credo. Era più strano quello che hanno fatto l’anno scorso. È stato bellissimo, ci siamo appassionati tutti quanti, abbiamo rivissuto quello che il mister Ranieri aveva vissuto qui a Roma e, fortunatamente per lui, questa volta ce l’ha fatta, è arrivato a dama. E il messaggio che gli ho mandato riguardava proprio questo…

Ⓤ Cioè?

Che avrei preferito che avesse perso all’ultimo il campionato con il Leicester e vinto quello con la Roma. E, forse, l’avrebbe preferito anche lui.

Ⓤ Una volta Ranieri ha detto che uno dei momenti più difficili della carriera è stato quando ha messo in contemporanea in panchina Totti e De Rossi in un derby.

Quella è stata una partita delicatissima, per tutti. Soprattutto per lui. Aprile 2010. Perdiamo uno a zero, io sono ammonito: nell’intervallo ci mette fuori tutti e due. La Lazio torna in campo tosta, ci attacca, ci attacca e le danno un rigore: tira Floccari e Julio Sergio para, da lì cambia l’inerzia della partita e vinciamo 2-1. Il giorno dopo il mister mi dice: “Se segnano il rigore, con voi due fuori e il derby perso esco dallo stadio a mezzanotte”. Lui è uno figo, perché dice queste cose, perché non si fa sconti da solo. Ci vuole coraggio: tenerli in campo, Totti e De Rossi, in un derby è facile.

Ⓤ Zeman invece teneva in panchina solo De Rossi.

C’era un giocatore che ritengo bravo, che sta facendo la sua buona carriera, Tachtsidis, che piaceva particolarmente a Zeman e lo riteneva più giusto di me per il suo gioco. Ho sempre trovato allenatori che mi hanno fatto giocare titolare, anche in condizioni precarie, uno a cui piacevo meno l’avrei dovuto trovare. È statistica. Non credo ci sia altro. Non credo che Zeman sia un disonesto. La sua carriera e la sua storia parlano per lui, ha dimostrato spesso di avere una grande rettitudine, non vedo perché con me l’avrebbe dovuta compromettere. Per me non è stato un periodo facile e credo che non lo sia stato neanche per lui.

«Spesso i giocatori quando parlano mi stufano. Tanti, che reputo persone intelligenti, divertenti, originali dopo due interviste mi annoiano»

Ⓤ Perché?

Ha dovuto gestire la questione ambientale. Ogni conferenza gli chiedevano: perché non gioca De Rossi? Perché gli preferisci Tachtsidis? Lui ogni tanto ha fatto qualche uscita provocatoria. Diceva: “Chi se lo compra De Rossi? Dove va? Chi lo vuole? Ha 30 anni, non lo prende nessuno”. Io per un anno sono sempre stato zitto, non ho mai alzato un sopracciglio. Magari speravo che ci fosse un po’ più di cameratismo. Ok, non ti piace come gioco? Io mi alleno, mi impegno, non parlo, ti aiuto con la squadra, ma tu non mi attacchi nelle interviste. Mi rendo conto però che è un casino essere un allenatore. È l’unico che è costretto a parlare sempre: prima delle partite, dopo le partite, un paio di volte durante la settimana, ogni tanto può essere che un colpo ti parte…

Ⓤ E invece perché De Rossi parla così poco?

Perché mi piace tanto il calcio, mi piace il mio mondo, osservo molto, leggo quello che dicono i miei colleghi, gli allenatori, i direttori sportivi, i presidenti, i giornalisti interessanti. Però spesso i giocatori quando parlano mi stufano. Tanti, che reputo persone intelligenti, divertenti, originali dopo due interviste mi annoiano. Io non voglio essere ripetitivo, non voglio essere scontato. E poi quando parli nelle interviste qualche bugia la devi dire.

 

Ⓤ Non si può dire sempre la verità?

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Se vuoi essere a posto con te stesso, sì. Devi sempre dire quello che pensi, esattamente come lo pensi. E quando riguarda me io non ho problemi a farlo. Ma quando devi parlare di una squadra o di una società, cambia la prospettiva. Se uno chiede: perché avete perso oggi? Io dovrei dire: perché ha sbagliato questo, perché non avrebbe dovuto giocare quell’altro, perché il difensore ha fatto una cazzata, perché l’attaccante non ha segnato, perché l’allenatore oggi non ha capito niente. Se succede a me, io posso andare in conferenza stampa e dire: è tutta colpa mia. Se succede a un compagno non puoi farlo, non devi farlo. E più responsabile sei, più leader sei, più devi pensare a questo. Il bene della squadra è un valore assoluto.

Ⓤ C’è un calciatore che non ti ha mai stufato?

Altri due che parlano poco: Andrea Pirlo e Paolo Maldini. Andrea lo conosco, con lui ho condiviso per anni la stanza in Nazionale. Per me è un esempio da seguire per quello che ha fatto in campo, ma anche per come interagisce con l’esterno: la sua capacità di gestire la pressione, anche se in realtà lui non la gestisce perché non la sente; oppure il fatto che non sia uno che intrattiene rapporti garibaldini con i giornalisti dietro le quinte. Maldini invece non lo conosco, ma ho sempre avuto l’impressione che avesse uno spessore diverso, uno schietto, uno che parlava solo quando aveva qualcosa da dire. Tante bandiere, tanti giocatori riconosciuti come esempi a me non fanno impazzire: qualcuno mi sembra ruffiano, qualcuno furbetto. Lui no. Mi ha sempre dato l’impressione di essere un leader perché lo è veramente. Mi piacerebbe assomigliare a lui.

Ⓤ Com’è stato il caso Totti-Spalletti vissuto dall’interno?

Era una situazione molto particolare. La pressione era enorme, come se fosse l’unico argomento possibile. La cosa che ho trovato sbagliata, sia nell’opinione pubblica, sia nella stampa, sia nel tifoso, non è tanto lo schierarsi, quanto il desiderio di schierarsi, la voglia di dire qualcosa a ogni costo. Io non sono mai intervenuto perché è come quando ti chiedono: ha ragione mamma o papà? Io un’opinione ce l’avevo, ce l’ho ancora, ma sarebbe stata solo una voce in più tra le tante, tra le troppe. A chi avrebbe giovato? A nessuno. E poi avrei io una domanda.

Ⓤ Quale?

Ma a chi importa davvero, nel profondo, quello che dico io? Una volta chiesero ad Agostino Di Bartolomei perché non amasse parlare. Lui rispose: “Perché c’è il rischio che non interessi quello che dico”. Esprimere un’opinione su questo fatto o su un altro non è un diritto assoluto, anche se tutti pensano di sì, si sentono legittimati a parlare di qualunque cosa. È la deriva social che dilaga ovunque. E attenzione: il problema non sono i social, ma gli esseri umani. Un mio amico ha scritto una cosa sul rapporto tra Facebook e il calcio: “Una volta il lunedì mattina uscivi, andavi al bar e sapevi che tra dieci che parlavano di calcio c’erano due scemi del quartiere. Tutti sapevano che erano scemi, ma li lasciavano parlare. Il problema di Facebook è che adesso conosci anche gli scemi di tutti gli altri quartieri, di tutte le città, di tutto il mondo. Con un problema in più: che una volta espressa e scritta un’opinione, nessuno è più disposto a cambiarla neanche di fronte a un errore. E questo, applicato al calcio, significa che non tifi più tanto per la tua squadra, quanto per le tue opinioni, tifi per le tue ragioni, tifi per i giocatori che ti stanno simpatici. Ed è tutto legato all’esaltazione di se stessi”.

Ⓤ Com’è il rapporto con Totti?

Io mi sono permesso in questi 16 anni un lusso che a Roma si sono permessi in pochi: viverlo non solo come un idolo. Stare tutti i giorni con lui ti porta a vivere come una cosa normale l’essere accanto a un calciatore che non è normale. Perché quello che ha fatto non è normale, perché è un fenomeno e lo è stato per 25 anni. Rimane l’infervoramento che ho sempre avuto per il calciatore, ma l’ho sempre trattato come un mio compagno qualunque, come trattavo Tonetto, Cassetti, Vucinic per dire quelli a cui mi sono affezionato particolarmente. Come trattavo Pirlo in Nazionale. Non perché il livello del calciatore fosse lo stesso, ma perché quando diventa un amico, il fatto che sia il più forte calciatore della storia della Roma, fra i cinque calciatori più forti della storia del calcio italiano – e secondo me, per certi versi, il più forte di tutti – non tocca la mia percezione di lui. Quindi, quando dovevo proteggerlo da un avversario, lo proteggevo, quando ci dovevo discutere ci ho discusso, quando qualcosa non mi stava bene gliel’ho fatto notare, quando dovevo mostrargli affetto glielo mostravo e quando dovevo dire che era un coglione gliel’ho detto. Un lusso che a Roma non si permette nessuno. Perché qui, se dici che Totti ha sbagliato ad allacciarsi le scarpe, è lesa maestà.

«Io mi sono permesso in questi 16 anni un lusso che a Roma si sono permessi in pochi: vivere Totti non solo come un idolo»

Ⓤ Ma quanto è difficile, se è difficile, essere l’erede di Totti per quello che è lui per Roma e per il fatto che gioca ancora?

È facilissimo. Smette, non smette, la fascia da capitano, sono tutti discorsi che a me non interessano. Io credo che si possa essere capitani anche senza indossare la fascia. E, soprattutto, puoi essere un grande capitano anche da vice. Ma, al di là di questo, è stato facilissimo perché non c’è mai stato dualismo. Forse si sarebbe potuto creare se avessimo avuto lo stesso ruolo. Si possono fare paragoni al massimo sul resto, sul modo di stare in campo, sull’atteggiamento, sul carattere. Ma per quello che calcisticamente gli viene riconosciuto in tutto il mondo, Francesco è irraggiungibile. Dal punto di vista del cuore, della gente, lui è unico. È amato da tutti perché ha fatto 300 gol. Io non sono amato da tutti perché non sono capace di fare 300 gol. Poi il mio carattere mi porta a dire ogni tanto qualcosa che non piace, a dire quello che penso e che magari è fuori posto.

Ⓤ Mai pentito di qualcosa che hai detto?

Se sono andato a parlare in pubblico, in sala stampa o in un’intervista, mi sono preso la responsabilità di dire qualcosa che poteva disturbare o me o qualcun altro ma era perché ero sicuro che fosse la verità. Nella storia del calcio a Roma non c’è mai stato qualcuno che sia andato in conferenza stampa a dire “non firmo il contratto perché voglio più soldi”. Io ho sempre sentito dire che stavano tutti bene a Roma e che volevano rimanere a Roma, poi se ne sono andati tutti. Tranne due.

Ⓤ Com’è stato quel periodo?

Io dicevo le cose che si dicono sempre: ora vediamo, il contratto lo faremo, è solo questione di tempo. Poi, un giorno, mi sono chiesto: ma io perché non sto firmando? Perché voglio più soldi. E allora è inutile che dica bugie. Sono andato in conferenza stampa e ho detto: voglio più soldi.  In quel momento puoi dare fastidio a qualcuno, puoi far arrabbiare i tifosi, ma stai dicendo la verità. Non mi sono mai pentito, forse oggi non cadrei più nell’equivoco della frase sulla “tessera del poliziotto”. Sono straconvinto di aver detto una cosa giusta e vera. Se l’avessi detta oggi, l’avrei argomentata meglio, è tutta una questione di cultura. A 33 anni, un ragionamento del genere lo saprei sviluppare meglio. È un discorso di esperienza e anche di proprietà di linguaggio. Leggo perché mi piace, ma anche perché, se devo parlare con la stampa o in pubblico, devo essere tranquillo. Leggi, ti informi, ti documenti e non sbagli. A 27 anni ero più giovane e vivevo un momento diverso.

Ⓤ E l’approccio al calcio in questi anni è cambiato?

No. Ancora oggi mi rendo conto di passare alcune notti in cui, prima di addormentarmi, penso alle tabelline: noi giochiamo a Genova, la Juve va a Cagliari, oppure penso alle squadre che incontreremo in Europa e gli incroci che ci potrebbero capitare. L’ho sempre fatto e lo faccio ancora. Il calcio è una delle mie prime preoccupazioni della vita. Ogni tanto noi giocatori ci facciamo belli: “La famiglia viene prima”. Ovviamente non cambierei mai il benessere dei miei familiari o delle persone a cui tengo con un risultato. Però la verità è che dedico gran parte della mia giornata a pensare al calcio.

Ⓤ E le emozioni della partita sono cambiate?

Io ho sempre avuto una certa freddezza nell’approccio alla partita. Capello una volta fece un’intervista e su di me disse: “La personalità non si compra al supermercato”. L’ho sempre affrontata con grande serenità. L’unica partita che mi creava problemi era il derby. Più importante della Champions. Più importante della Nazionale. Adesso mi dà emozioni: gioia se vinco, tristezza se perdo, rabbia se non ho giocato. Ma lo vivo meglio. Me la godo di più. Per il resto no. Ho vissuto la finale di coppa del mondo con grande serenità. Ho giocato la finale del Mondiale 2006 con la consapevolezza dell’importanza di quella partita, ma senza farmi sopraffare. Forse anche con un po’ di incoscienza.

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Ⓤ Quanto ha contato il rigore di Berlino nella tua carriera?

Ha contato per la considerazione di me stesso. Una volta, da ragazzino, sbagliai un rigore decisivo. Giocavo ancora nell’Ostiamare. Nella partita successiva, in un torneo estivo molto importante per i ragazzi, al 90’ eravamo sul pareggio. E mentre giocavo pensavo continuamente ai rigori, speravo piuttosto di perdere ma non volevo i rigori. Primo supplementare, sempre pareggio, io comincio a correre verso il mister: “Io non lo batto, io non lo batto il rigore”. E lui: “Ma sei scemo? C’è ancora il secondo tempo supplementare”. Mi sono mortificato, non ho battuto il rigore e abbiamo perso. Ricordo che fu una delle rare volte in cui mio padre mi parlò. Lui mi ha sempre lasciato fare la mia vita, mi ha sempre lasciato anche sbagliare. Quella volta mi prese e mi disse: “Le responsabilità se le prendono i veri uomini, se non lo fai non saprai mai quello che può accadere, non vivi fino in fondo”. Da quel momento le mie responsabilità me le sono sempre prese. Il rigore di Berlino è stato un momento importante. Perché è stato, sportivamente, anche un gesto di coraggio: ero in una situazione difficile, dopo l’espulsione con gli Usa. Rientri, finale di coppa del mondo. La palla forse pesava un po’ più per me rispetto agli altri. Se non l’avessi battuto mi sarei deluso da solo.

Ⓤ Ecco, siamo arrivati alle delusioni. Ce n’è una in particolare?

Forse ce ne sono state troppe, perché sono molto autocritico. Calcisticamente mi sono odiato, a volte, per come ho giocato. Poi ci sono delusioni familiari, personali. Però sono delusioni temporanee. In realtà la cosa che mi abbatte, che mi delude, che mi fa vergognare è il non essere leali, coerenti, onesti. E questo in me stesso l’ho riscontrato poche volte. Io giudico. Io giudico tutti, mia moglie lo dice sempre. Ed è facile che una persona mi deluda. Però non giudico l’errore: giudico la disonestà o la pavidità o la mancanza di chiarezza.

Ⓤ Chi sarebbe stato De Rossi senza calcio?

Non lo so. Il calcio è stato così importante nella mia vita, mi ha segnato. Ha contribuito a farmi diventare la persona che sono. Mi ha aiutato a convivere con le paure, come quella di volare. Una volta, vedendomi terrorizzato, Capello si arrabbiò con me. Mi disse: “Ma sai quanti aerei volano in un giorno?”, forse perché lui sapeva il numero esatto o, anche se non lo avesse saputo, comunque nessuno avrebbe osato contestarlo. E poi: “E questo pensi che cada perché a bordo ci sei tu che sei biondo?”.

Ⓤ Che ruolo ha avuto Capello?

Avere Capello da allenatore a quell’età è stato fondamentale. Ti forgia. Se ti deve trattare male lo fa e sei fortunato, perché lo fa se ci tiene a te. E poi è arrivato lui e io ero negli Allievi Nazionali, è andato via ed ero in Nazionale A. Ha avuto una passione per me come calciatore e forse è stata la più grande fortuna della mia vita.

Ⓤ Gli altri allenatori: Voeller.

È una persona che ho vissuto per poco tempo. Se n’è andato dicendoci: “Ero venuto per essere vostro amico”. Ma i problemi in quel momento erano troppi.

Ⓤ Prandelli.

Grande cultura. Grandi idee. È uno di quelli che ti insegnano a giocare a calcio. In Nazionale nel primo biennio ha fatto cose pazzesche.

Ⓤ Ranieri.

Quello con cui ho vissuto la stagione più esaltante. Un allenatore di campo, preparato tatticamente, ma che in campo non si inventa l’acqua calda. E un grandissimo motivatore. Forse il più bravo se è riuscito a prendere la Roma, che era in grandi difficoltà, e l’ha portata a sfiorare lo scudetto e se, soprattutto, è riuscito a far vincere la Premier al Leicester.

Ⓤ Montella.

Un predestinato. Intelligentissimo, preparato. Come tutte le persone intelligenti è uno che vuole avere ragione. E, per avere ragione, devi essere sempre preparato. Quando mi hanno chiesto un parere su che mister prendere, io ho proposto Montella.

«Ho avuto due tra i dieci allenatori migliori del mondo: Spalletti e Conte. Il terzo è Luis Enrique. Con un altro, Guardiola, ho giocato»

Ⓤ Luis Enrique.

Per lui ho avuto una vera passione. Mi ha fatto appassionare a un tipo di calcio diverso. Il primo giorno di allenamento ha tirato un pallone in aria, noi gli siamo andati tutti addosso, come i bambini delle scuole calcio, e da lì ha fatto un lavoro enorme, tattico e di impostazione generale. Ha allenato una squadra meno forte di quelle che ha allenato dopo e meno forte anche di altre Roma. Poi ha detto: “Tratterò i calciatori più importanti come quelli meno importanti”. Ed essere stato uno di quei calciatori importanti che ha punito, l’ha solo fatto diventare più interessante ai miei occhi.

Ⓤ Garcia.

Ha preso una squadra e una città in difficoltà e le ha rimesse in carreggiata. Ha fatto un lavoro mostruoso. Mi spiace che di lui si ricordi solo l’ultimo periodo. All’inizio ci ha fatto giocare veramente bene e ha creato un grande gruppo.

Ⓤ Spalletti.

È stato l’allenatore che mi ha condizionato di più. Quello che ho avuto per più tempo. Mi ha preso che ero giovanissimo. Oggi mi rendo conto che quando lo sento parlare di un giocatore, di una situazione, di un movimento, io ho pensato la stessa cosa un’ora prima. Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo allenatore. Ed è un bel vedere.

Ⓤ Conte.

Mi ha folgorato. L’ho detto tante volte: mi ha colpito. Mi ha chiamato, ed è stato diretto: “Se sei al cento per cento punto tutto su di te, altrimenti non ti convoco”. Io amo le persone così. Amo chi dice la verità. Tatticamente è un mostro. È un animale da campo. Non è facile essere un suo giocatore, ma è bello esserlo. Se dovessi un giorno fare l’allenatore prenderei molto da lui, da Spalletti e da Luis Enrique.

Ⓤ Mai pensato a un futuro da allenatore?

Potrei farlo. Vedo tanti giocatori dire: io l’allenatore mai, quando smetto sto in vacanza una vita. Poi, dopo sei mesi, farebbero qualunque cosa per allenare anche in Serie C. Io, invece, non lo escludo. Sono fortunato. Ho avuto due tra i dieci allenatori migliori del mondo: Spalletti e Conte. Il terzo è Luis Enrique. Con un altro, Guardiola, ho giocato, e se dovessi prendere una panchina chiederei di andare a guardarlo per imparare. Sì, l’allenatore potrebbe essere una cosa che mi piacerebbe fare. Non subito, ma con i tempi giusti mi potrebbe interessare.

 

Fotografie di Francesco Nazardo
Dal numero 15 di Undici