Calcio

L'alta fedeltà di Mauro Icardi

Un'intervista con l'attaccante e capitano dell'Inter che ha superato i 100 gol in Serie A.

Ci vogliono 40 minuti abbondanti per coprire la distanza Milano-Appiano Gentile. Una discreta scocciatura. Ma “là” si allena l’Inter e “là” abbiamo un succulento appuntamento con Icardi Mauro, 24 anni, beneamato capitano. Arriviamo, parcheggiamo, scendiamo, incrociamo qualche decina di tifosi. Tra loro, la Marisa.

Chiedo a Mauro se sia più complicato fare gol o essere il capitano dell'Inter. Sorride. E scatta in contropiede: «Vedi, essere il capitano dell’Inter per me non è difficile, ho la personalità per farlo tranquillamente. Sono qui da 5 anni anche se… non sembra. Fare gol per me è importante, se non faccio gol torno a casa arrabbiato, lei lo sa», dice guardando Wanda, «ma essere il capitano dell'Inter è la mia… como se dice… missione. E io sono orgoglioso di tutto questo. E soprattutto interista: io sono interista».

La sciura Marisa ha 55 primavere sulle spalle, indossa zoccoli usurati e sfida la cattiva circolazione. «Ciao stella, tu vai dentro? Eh? Tu vai dentro? Se vai dentro mi porti gli autografi? Eh? Me li porti?». Si muove nervosa avanti e indietro lungo il cancello griffato “Suning”. È una pantera sotto Xanax.

Gli chiedo dei suoi osceni capelli biondi. Del fatto che è rimasto con la capoccia colorata per tre giorni ma poi zac!, ha tolto tutto. Mauro non si scompone: «Ho scelto di fare il, como se dice, biondo perché dall’Argentina arrivava Susana Jimenez che è una star argentina bionda. Abbiamo fatto con lei una puntata per il suo show. Poi volevo tenerlo anche per questo shooting qua, però poi ho pensato di togliere tutto perché arrivava la Nazionale e non mi volevo presentare completamente pelato». Si passa la mano sulla testa.

La Marisa insiste, è pressante. «Dentro c'è Mauro, l'ho visto entrare! Se entri mi porti l'autografo del capitano? Eh? Ma tu entri? Io non ci riesco mai, neanche avessi la lebbra…». La saluto, passo i controlli, sono dentro.

Gli chiedo se il fatto che tutti gli chiedano di “lavorare di più per la squadra” gli pesi in qualche modo. Mauro si fa serio: «Tu ti riferisci al mio modo di giocare, no? Beh, se fa bene alla squadra e all’Inter io cambio volentieri».

Subito dopo il cancello, nascosto alla vista dei curiosi, capitan Mauro Icardi parla fitto con Wanda. Sono storie privatissime di bimbi appena tornati a casa, sono questioni di famiglia, sono sorrisi e sguardi da romanzo Harmony. Se sapesse cosa accade due passi da lei, la Marisa tenterebbe l'invasione barbara con lo stile tipico degli Unni.

Gli chiedo da quando lui si sente interista, gli chiedo di non dare risposte convenzionali. Non ha dubbi: «L’ho già detto tanto tempo fa. Io sono interista da quando ero piccolo perché giocavo alla Play Station e prendevo sempre l’Inter, sempre. Avevo il mio migliore amico e giocavamo. Sceglievo l’Inter perché c’era Adriano davanti che mi piaceva tanto. Ero bambino ed ero già interista».

Mauro scompare dentro una specie di sgabuzzino e riappare in tuta. È pronto per il servizio, dice «dove mi devo mettere?». Un tizio addentro alle cose mi si avvicina e scuote la testa: «Sembra disponibile eh? Ma li conosco questi qui, quelli da copertina: si lagnano, fanno tante di quelle storie».

Gli chiedo del Napoli che lo aveva cercato nel 2016. Gli chiedo se anche la Juve lo ha cercato. Mauro storce il naso: «Queste sono cose che parla il mio procuratore con la società». Mi giro verso Wanda, ma lei, furba, si volta dall’altra parte. «È successo un po’ un casino l’anno scorso per queste cose di mercato, ma io sono sempre stato tranquillo. Ho sempre dato tutto per l’Inter. Ero in ritiro, ero in America, mi ricordo, parlavo tanto con Mancini e gli dicevo “io sono sereno”». Entro a gamba tesa: «Lui forse un po’ meno». Finge di non capire.

Wanda è una “furia social”. Riprende tutto col telefonino, fotografa-i-fotografi-che-fanno-foto, fa una diretta su Instagram. Mauro è mitragliato di scatti e con gli occhi, appena può, cerca la sua metà. 

Gli chiedo dove si vede a 30 anni: «Speriamo che io posso continuare a giocare a calcio eh, che non smetto prima!». Poi alza il tono. «Io mi vedo qua. Spero di fare una lunga strada all’Inter, voglio vincere qualcosa con questa maglia, questa maglia non vince da troppi anni…». Allora gli chiedo dove si vede a 40 anni. Non ha dubbi: «A 40 ho smesso di sicuro! Non sono come Totti! Anzi, a 40 anni non sarò nel mondo del calcio, sono uno che mi piace giocare, mi piace quello che faccio, ma in futuro non farò l’allenatore o il dirigente, sono ruoli che non mi piacciono. Credo proprio che farò il papà a tempo pieno, a casa, con la mia famiglia».

Uno dei fotografi è decisissimo: «Devo riuscire a scattare i tatuaggi!». E poi, rivolto a lui: «Mauro, alzati la maglietta»”. E lui: «Ma quelle foto le ho già fatte, ce ne saranno mille…». È l’unico momento di “ribellione”, ma dura poco: un secondo dopo solleva la maglietta e spuntano disegni e scritte di ogni genere. Il fotografo si illumina come se avesse davanti la Cappella Sistina. 

Gli chiedo del libro, la biografia che l’anno scorso gli ha creato tanti problemi. Gli chiedo se ha qualcosa da dire ai ragazzi della curva che magari non hanno capito, se c’è qualcosa che vuole chiarire. Mi guarda come per dire “sapevo che me l’avresti chiesto, stronzo”: «È stato un discorso chiarito l’anno scorso, non c’è niente altro da dire. A San Siro la gente ci vuole bene, io voglio il bene della squadra e dei tifosi. Questo discorso è stato un casino per la squadra e questa cosa mi ha fatto stare male. Ora però lo abbiamo messo da parte. La gente è incredibile ogni volta che giochiamo, in casa e in trasferta, tu lo vedi che tifo c’è! Noi siamo fortunati». Non mi basta. Gli chiedo perché non prova a essere un po’ più “paraculo”, come quelli che baciano la maglia e vanno sempre sotto la curva, anche quando non ce ne sarebbe bisogno: «Noi ringraziamo sempre dopo ogni partita, ci mettiamo tutti a metà campo e ringraziamo la gente che ci viene a – como se dice – sostenerci. Sia che vada male, sia che vada bene, ringraziamo tutti».

La truppa si sposta: dalle tribune al campo d’allenamento. Wanda continua la sua diretta, Mauro ascolta tutti quanti («ora fai così, anzi fai così e così»), i responsabili dell’Fc Internazionale osservano quel che accade da lontano, ma con estrema attenzione: Icardi è un diamante prezioso.

Gli chiedo, potendo scegliere, con chi vorrebbe giocare. Si prende cinque secondi, non uno di più.: «…Penso che giocare con il migliore al mondo qui all’Inter sarebbe un sogno. E sto parlando di Messi ovviamente. Però lui è legato al Barcellona e temo che sia un sogno quasi impossibile». Gli chiedo cosa pensa proprio del Barcellona, il club che a suo tempo rinunciò a lui senza colpo ferire. Gli dico: «Ti hanno liquidato, una cosa tipo “vai pure”». Dice: «In realtà non è stato così, non mi hanno detto “vai pure”. Abbiamo un po’ litigato, però ho deciso di venire qua in Italia perché ero convinto di poter fare meglio che in Spagna. Al Barcellona in quel momento lì non era facile. Qua mi hanno dato subito la possibilità di giocare ad alti livelli ed era il mio obiettivo». A proposito di “migliori al mondo”, gli chiedo di Maradona, del fatto che lo tira in ballo un giorno sì e l’altro pure. È l’unico momento in cui lo vedo infastidito: «Gli ho risposto già l’anno scorso e penso che sia la cosa giusta. Basta, non gli rispondo più. Poi ognuno fa quello che vuole».

In campo succede questa cosa abbastanza stucchevole ma “tipica” dei servizi fotografici: Mauro finge di slalomeggiare tra i pali, come se fosse un allenamento vero, i fotografi gli dicono “Bravo! Bene!” e a lui viene un po’ da ridere.

Gli chiedo della clausola, del fatto che alla luce di quello che è successo questa estate 110 milioni sono pochi e forse l’Inter dovrebbe preoccuparsi un po’. Mauro getta secchiate d’acqua sul fuoco delle malignità: «Dopo quello che è successo nell’ultimo mercato forse hai ragione! Però questa della clausola è una cosa che abbiamo discusso con la società e si è deciso di fare così. Ma in società sanno tutti quello che penso io, quello che voglio io. E siamo tutti molto tranquilli».

Il servizio procede spedito. Wanda urla «Ehi Mauro!». Quasi come per dire “dai, tra poco è finita”. Sorridono. E pensi che chi ha scritto «Icardi e Nara, tira aria di crisi» non abbia le idee chiarissime.

Gli chiedo se crede in Dio, in Visnù, o semplicemente in qualcosa. Ha la risposta pronta, forse un po’ “preconfezionata”, ma pronta: «Sì, sì sì. Cristiano si dice no? Sono di religione cristiana». Gli chiedo di parlarmi di Wanda. Di chi porta i pantaloni in casa. Si illumina: «Quella che fa tutto è lei, non sono io. Lei porta i bimbi a scuola, ai compleanni, fa tutto a casa, va di qua e di là. Io alla fine cerco di fare al meglio la mia professione e poi quando riesco la aiuto in tutto. Però chi fa di più è lei». Gli chiedo se gli dà fastidio quando mettono in discussione il ruolo di procuratrice di sua moglie: «No no, siamo abituati a quello che si dice sia qui che in Argentina. La gente parla di lei perché è famosa, ma io so che genere di persona è. Cerca sempre il meglio per me e per la nostra famiglia». Gli chiedo se è stato amore a prima vista. Gli si apre un sorriso: «No, a prima vista no perché a Genova ci siamo conosciuti per un anno intero. Eravamo amici, poi… cose che succedono, che capitano». Davvero non mi faccio i fatti miei e gli chiedo come la chiama nell’intimità. Lo metto in imbarazzo e vorrei ritirare la domanda, ma è troppo tardi: «Se la chiamo Wanda è perché sono arrabbiato, altrimenti gorda, gordita. “Cicciona” è la traduzione, però in espagnolo è affettuoso». Wanda ride. Gli chiedo se vogliono un altro figlio. Mauro non mi lascia finire la frase. «Nooooo! Basta, basta. Abbiamo finito e siamo contenti con questi 5 bambini meravigliosi». Gli chiedo di Milano, se è la loro città “definitiva”. «Ci piace a tutti e due», la guarda mentre parla, «stiamo benissimo, abbiamo fatto in 5 anni la nostra base, i bambini sono pieni di amici, io sono comodo a venire qua ad Appiano. Peccato non riuscire a viverla, ma è il prezzo che si deve pagare per essere famosi».

Mauro calcia palloni verso una porta sguarnita, segna, si gira verso l’obiettivo e esulta come fa sempre, con le mani dietro alle orecchie. Trattasi di stucchevole teatrino, ma ti accorgi che per lui anche tirare il pallone nella porta vuota, per finta, è operazione da eseguire con cura.

Gli chiedo chi lo ha voluto più di tutti all’Inter. Non ha dubbi: «Quello che mi ha voluto di più è stato Massimo Moratti. Mi ha preso dalla Samp quando avevo 19 anni. È stato lui quello che ha più – come se dice – insistito. Poi c’era anche Piero (Ausilio, ndr), ha parlato di tutto con mio padre, il mio procuratore al momento. Sono stati loro due a fare questa cosa».

Stop alle foto. Wanda raggiunge Mauro, tutti sono soddisfatti. Il tempo di uno scatto di gruppo e Mauro è sommerso dalle richieste dei presenti. “Possiamo fare un selfie?”. Lui acconsente.

Gli chiedo se c’è un errore che non rifarebbe. Ci pensa dieci secondi dieci: «Che non rifarei…? Sono 5 anni che ho passato qua… L’unica cosa, penso questa dell’anno scorso, con il libro. Una cosa brutta per tutti. Io ci tengo tanto all’Inter, lo sanno tutti. È stata una cosa un po’ brutta per tutti».

Sono passate due ore abbondanti, passa Nagatomo in suv. Saluta. È tutto piuttosto grottesco.

Gli chiedo se si ritiene un buon capitano, se è severo e si arrabbia: «Sì sì, certo che mi arrabbio. Però non per dire “sei scarso” agli altri, ma per dare un contributo in più alla squadra. Non perché io sappia fare tutto, perché tutti sbagliano, però mi arrabbio di più sugli atteggiamenti, a volte, nella partita. L’anno scorso a marzo, dopo la Nazionale, siamo tornati un po’ “persi” tutti. Lì ero arrabbiato, lo può dire anche lei», guarda ancora Wanda, «tornavo a casa di cattivo umore».

Con Nagatomo già verso casa sono io che inizio stancarmi. Massimo rispetto per i coniugi, ma l’intervista? Mi informo: «Quanto manca?». Mi rispondono: «Chi sei tu scusa?».

Gli chiedo se non c’è mai stata la possibilità di vederlo con la maglia della Nazionale italiana: «C’era la possibilità, mi hanno chiamato per l’Under e ho litigato con quelli della Samp perché io non volevo andare, io volevo l’Argentina. Poi hanno chiamato il mio procuratore ma ho sempre detto no. Anche gli spagnoli ci hanno provato, hanno chiamato mio padre, ma io ho sempre scelto l’Argentina. E ce l’ho fatta: è stata dura ma ho raggiunto il mio obiettivo».

Sfodero una penna a sfera da 50 centesimi neanche fosse Excalibur: «Ma, come! Sono quello che deve fare l’intervista». «Ah già, l’intervista. Due minuti e tocca a te». Sospiro di sollievo.

Gli chiedo qual è il giocatore di tutta la storia dell’Inter che preferisce. Lo ammonisco: «Non dirmi Zanetti o Facchetti, ti prego». Avrei dovuto aggiungere «…e Ronaldo». «Mmm beh, qua è passato l’attaccante numero 1, che è il Fenomeno. Lui ha fatto la storia di questo sport». Allora gli chiedo di Zanetti, se lo consiglia e lo aiuta in qualche modo. «Zanetti l’ho “vissuto” dentro lo spogliatoio e ora anche fuori. Siamo sempre insieme e sì, certo che parliamo: di calcio, di tante cose, ci parliamo tantissimo. Lui, per me, è come un amico». E se non avessi fatto il calciatore? Cosa avresti fatto? Ride: «Eh, non ti so rispondere. Quando avevo 13 anni non andavo a scuola per giocare con la prima squadra del Vecindario. Io sono un calciatore, solo questo».

Arriva il mio turno. Finalmente.
Ci sediamo uno di fianco all’altro.
«Ciao».
«Ciao».
«Senti, ho 150 domande per te».
Sorride. «Sono pronto».

 

Una versione precedente di questa intervista è uscita sul numero 18 di Undici


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