Calcio

Sei cartoline dal Giro 101

La vittoria e i numeri di Froome, i rimpianti di Dumoulin e Yates, le volate di Elia Viviani. In attesa di conoscere l'esito dell'affare-salbutamolo.

Pink jersey and winner, Britain's rider of team Sky Christopher Froome, kisses the trophy on the podium after the 21st and last stage of the 101st Giro d'Italia, Tour of Italy cycling race, on May 27, 2018 in Rome. - Britain's Chris Froome completed a sensational comeback to win the Giro d'Italia on Sunday for a rare Grand Tour treble after the 21st and final stage in Rome. Froome, 33, became the first Briton to win the race in the Giro's 101-year history after the 115km closed circuit race through the streets of the Italian capital. (Photo by LUK BENIES / AFP) (Photo credit should read LUK BENIES/AFP/Getty Images)

Perfezione e follia. L’impresa di Chris Froome

«Uno scenario folle, ma perfetto». I due aggettivi scelti da Chris Froome per descrivere il piano con cui è riuscito a vincere il 101° Giro d’Italia contengono tutta l’essenza della sua vocazione ciclistica. Folle e perfetta. Così è la sua storia di campione, o almeno così è che ha sempre desiderato che fosse percepita. Froome corre in bicicletta per realizzare obiettivi progressivamente più difficili. Per completare una to-do list spaventosamente ricca, un lungo elenco di ambizioni accanto a molte delle quali è riuscito nelle ultime tre settimane ad apporre una bella spunta verde. In un Giro che forse non avrebbe dovuto (o potuto) correre, Froome ha provato un bel po’ di cose.

Ha dimostrato di essere un atleta longevo: a 33 anni, è diventato il 5° vincitore più anziano della corsa rosa. Ha dimostrato di essere uno dei grandissimi del ciclismo: avendo aggiunto il Giro a Tour e Vuelta, è entrato nel ristretto novero di campioni (7 con lui) in grado di vincere almeno una volta ciascuno dei tre grandi giri. Di più: solo Merckx e Hinault prima di lui erano riusciti a vincerli consecutivamente. Froome al Giro ha dimostrato di sapersi adattare a contesti mutati: la scelta di correre Giro e Tour nella stessa stagione gli ha fatto stravolgere una routine di preparazione consolidata da anni. Ha provato di essere fallibile (nelle cadute di Gerusalemme e Montevergine) e umano (nella sofferenza dei primi arrivi in salita); affabile (nei confronti dei tifosi) e irremovibile (nella decisione di non ritirarsi dalla corsa nonostante gli acciacchi).

Soprattutto, Froome al Giro ha dimostrato di essere in grado sommare alla meticolosità che già gli si riconosceva un estro che invece gli era quasi del tutto ignoto. Di poter programmare il non programmabile. Di poter aggiungere follia alla perfezione. Perché nell’azione con cui il giorno di Bardonecchia è riuscito a demolire la concorrenza di tutti i suoi avversari, Froome ha fuso elementi tipicamente suoi (la conoscenza dettagliata del percorso, grazie a specifiche ricognizioni pre-Giro; il posizionamento dei massaggiatori della squadra in punti strategici per il rifornimento e la segnalazione minuto per minuto delle condizioni ambientali; il ritmo elevato dei compagni nelle fasi precedenti al suo attacco, in modo che i rivali rimanessero isolati) ed elementi storicamente estranei al suo modo di correre (l’enorme rischio corso nel rimanere solo così a lungo; lo sprezzo del fallimento, esito inevitabile se anche solo una delle variabili necessarie alla riuscita del colpo non si fosse realizzata). 

L’attacco in solitaria sul Colle delle Finestre, quando mancavano 82 chilometri al traguardo, ha elevato a trionfo i semi di spettacolo che Froome aveva sparso finora con gran parsimonia (la discesa dal Peyresourde al Tour 2016, replicata venerdì giù dal Finestre, il più significativo tra essi). Froome ha offerto ai tifosi del Giro un’impresa memorabile e insieme una versione di sé nuova. Folle, ma perfetta. Se ha deciso di correre il Giro è proprio perché immaginava sarebbe stata l’Italia il luogo ideale per poter cucire i due aggettivi in un abito fresco, rigenerante. Ovviamente rosa. Ha dimostrato che gli si può voler bene; anzi, che in un certo senso gli si deve voler bene.

(Leonardo Piccione)

Tutta colpa di Reichenbach? Meriti e rimpianti degli sconfitti

Se Il Giro di Tom Dumoulin e quello di Thibaut Pinot a un certo punto si sono sovrapposti è solo grazie a (o per colpa di, a seconda dei punti di vista) Sébastien Reichenbach. È stato con l’andatura impacciata di Reichenbach giù dal Colle delle Finestre che le ambizioni di vittoria del corridore della Sunweb e quelle di podio del francese della Groupama-FDJ si sono sfiorate e, in modi diversi, svanite. 

«Vedremo chi avrà ragione domani», diceva Pinot sul traguardo di Bardonecchia, criticando la passività di Richard Carapaz e Miguel Ángel López durante la rincorsa a Froome. Invece il giorno dopo sarebbe toccato proprio a lui lasciarsi sfilare dal gruppo, piegato sulla bici dalle pendenze del Col Saint Pantaléon, la penultima salita del Giro. Ondeggiando pesantemente, avrebbe scosso da via da sé fiumi di sudore e ogni speranza di podio. Sarebbe stato Pinot ad aver torto il giorno dopo l’intrigo del Finestre, Pinot che sul braccio si è tatuato “solo la vittoria è bella” e che in Giro che ha così tanto voluto di fatto non ci ha quasi mai provato, non ha mai azzardato, limitando il suo assalto al podio a un resistere coi migliori che alla fine l’ha prosciugato. Letteralmente: ritirato per disidratazione il giorno prima della passerella finale.

Mentre Pinot a Bardonecchia raccontava ai giornalisti la sua frustrazione nei confronti dei due sudamericani, a pochi metri da lui anche Dumoulin, sfiancato, manifestava la propria sfogandosi contro la discesa “da vecchia nonna” del malcapitato Reichenbach. Una scena già vista pochi giorni prima a Sappada, quando le vecchie nonne dell’olandese erano stati Pozzovivo, Carapaz, López e lo stesso Pinot, colpevoli di non aver contribuito alla rincorsa di Yates, lanciatissimo in maglia rosa. Guardando alla sua sinistra sul podio di Roma, Dumoulin deve aver intuito però che l’unico contro cui dover manifestare un pizzico di frustrazione sarebbe in realtà se stesso.

Era stato lui a non comprendere a Sappada che l’avversario più pericoloso non era quello che stava cercando di inseguire, ma quello che stava arrancando alle sue spalle, che è poi lo stesso che Tom avrebbe dovuto inseguire lungo la discesa del Colle delle Finestre con le sue sole forze, senza aspettare Reichenbach: Froome. A fine Giro, prendendo l’aereo per tornare a casa, Dumoulin ha detto di essere comunque soddisfatto del suo Giro. E fa bene: ha lottato fino alla fine e ha chiuso a meno da un minuto dal più forte. Tuttavia dopo tutta la fatica e la frustrazione, la tappa vinta a Gerusalemme sembra così lontana da essersene quasi dimenticato. Col tempo, forse, si dimenticherà anche di Reichenbach. (Francesco Bozzi)


Aggressività e paura. Il Giro di Simon Yates

Nei giorni precedenti la Trento-Rovereto, Simon Yates esternava una sola paura: lo scontro con Tom Dumoulin lungo quei 35 chilometri contro il tempo. Chris Froome era ancora lontano, e il 25enne britannico sembrava non avere né rivali in montagna né timori. Fino a quel momento si era registrato un suo attacco su quasi ogni salita; l’ultimo, a Sappada, persino trionfale per modi e superiorità. Tutta quella paura sembrava ingiustificata. Sino ad allora il Giro di Yates aveva rasentato la perfezione: tre tappe vinte e tredici giorni in maglia rosa; una condotta di corsa spregiudicata che lo aveva reso padrone assoluto della corsa. Alla vigilia del suo crollo, qualcuno gli aveva chiesto se non avesse bruciato troppe energie correndo in modo così generoso.

La sua risposta era stata altrettanto spietata:«Se non fossi stato così aggressivo non sarei in maglia rosa». (E, ma questo possiamo aggiungerlo a posteriori, non avrebbe obbligato Froome a compiere l’impresa che stiamo ancora applaudendo.) La Trento-Rovereto è stata l’ancora che ha trascinato a fondo il capolavoro rosa di Yates: una cronometro affrontata non come sfida agli avversari ma a se stesso, alla ricerca di una dimostrazione di forza non richiesta. Senza dare troppo nell’occhio, Yates in Trentino si è trasformato nel Moser del ’76, quello che secondo Brera «inghiottiva rapporti presuntuosi e non riusciva a digerirli». Il conto gli si è presentato salatissimo a metà del Colle delle Finestre, due giorni dopo, quando la maglia rosa è incappata in una crisi come non si vedeva dai tempi di Cadel Evans sul Passo Coe.

Al traguardo di Bardonecchia Yates è arrivato con la forza della disperazione, scortato da quasi tutta la Mitchelton-Scott. I loro sguardi bassi sul rettilineo d’arrivo, le lacrime di Esteban Chaves, le continue parole di conforto, sono state la fotografia di quanto fosse grande la fiducia nel progetto rosa di Yates. Lui che all’arrivo non ha voluto parlare con nessuno, si è infilato nel tendone spogliatoio a piangere mentre un anonimo addetto consegnava al suo massaggiatore la maglia azzurra da indossare il giorno successivo, “in prestito” da Froome, il nuovo leader. Uscito mezz’ora più tardi, mano nella mano con la fidanzata, Yates si è fermato pochi istanti con gli ultimi giornalisti rimasti, solo per dire che era «esausto», e che negli ultimi giorni aveva soltanto mascherato la sua stanchezza.

Probabilmente per paura, lo stesso stato d’animo che lo aveva spinto (troppo) nella cronometro che ha deciso il suo Giro. Giro che resta comunque per l’inglese un punto di partenza. La sua crescita, nonostante il piazzamento finale (21°), è costante. Ma ciò che è cresciuto ancora di più, è stato l’amore dei tifosi per lui, quello che ha portato la folla in attesa della teleferica alla fine della tappa della sua grande crisi ad aprirsi in due ali plaudenti per farlo passare. Simon Yates è stato il più significativo protagonista del Giro, e c’è da scommetterci: lo sarà ancora per parecchi anni. (Filippo Cauz)

Italians do it worse. La crisi del ciclismo tricolore

Domenico Pozzovivo (5°), Davide Formolo (10°) e Gianluca Brambilla (18°, a un'ora dalla maglia rosa). Sono questi tre gli unici corridori italiani tra i primi 20 classificati del Giro. Tre rappresentanti di tre generazioni differenti, accomunate da un calo di rendimento ormai drammatico. Tre punte spuntate di una pattuglia ritrovatasi orfana troppo presto di Fabio Aru, che in maglia di campione nazionale avrebbe dovuto fare gli onori di casa in classifica generale.

Invece il Giro di Aru è durato meno di 19 tappe, ma forse non è mai cominciato del tutto. Troppo brutto per essere vero, questo Aru, scivolato fuori classifica nel giorno di Sappada. Pieno più di dubbi che di energie: cambio di squadra, nuovo preparatore, un futuro che da oltre un anno sembra aver schiacciato il tasto “pause”. La faccia malinconica del sardo è quella di una generazione che non sboccia, ma soprattutto di un movimento che dopo aver perso rappresentanza nel circuito World Tour sembra aver smarrito la via anche sul proprio terreno d’elezione, quello delle grandi corse a tappe.

Il ciclismo italiano resta ben rappresentato nelle istituzioni, ma sulla strada deve ormai accendere molti ceri a Vincenzo Nibali: dietro di lui il distacco è incolmabile. Il presente parla di un Pozzovivo, arrivato all'apice della propria carriera a 35 anni, che chiude il Giro con un'onorevole quinta piazza. Una benedizione che ha scongiurato l'unicum storico di un Giro senza italiani tra i primi cinque, evento mai realizzatosi finora.

Una prestazione tutt’altro che anomala per un corridore che migliora di una posizione il piazzamento di un anno fa ed eguaglia il risultato posto del 2014. Ma il futuro non può essere il buon Pozzovivo. Il futuro italiano fa paura, perché dietro ad Aru grandi promesse ancora non se ne scorgono. La speranza resta il Giro, specchio di un Paese che rimane al centro del mondo ciclistico per storia e – soprattutto – calendario. Tanto basta per seminare sogni tra chi comincia a pedalare oggi e spera in una maglia rosa “da grande”. Ciò di cui costoro avranno disperatamente bisogno sono guide che sappiano far navigare nella rotta verso i sogni. L’alternativa è un record negativo e altamente simbolico, ormai prossimo ad essere battuto. (Filippo Cauz)


Vincere è bello. Volate, fughe & co.

Nel ciclismo vincere è bello, ma ha un grande valore anche solo provare a farlo. Per gli spettatori di questo strano sport è tanto appassionante veder vincere un corridore quanto assistere allo sforzo di chi cerca di farlo e poi finisce col fallire. È una forma di sadismo intrinseca a un gioco in cui tra centinaia di partenti ogni giorno, alla fine vince solo uno. Un sadismo democratico, si potrebbe dire, come provato da un Giro che è stato ancora una volta palcoscenico di vittorie, sconfitte e altrettante rivincite. Elia Viviani e Sam Bennett, per esempio, si sono avvicendati sul gradino più alto del podio da Israele al Colosseo.

Quattro volate vincenti per il veronese, tre quelle dell’irlandese; sotto la pioggia battente o in mezzo al deserto, i traguardi in pianura sono stati una questione privata tra loro due. Solo la Androni Giocattoli ha cercato di inserirsi nel duello: non potendo affrontare direttamente Viviani e Bennett, ha cercato di anticipare il gruppo con fughe continue, spesso velleitarie, sempre bellissime. Tutti i giorni. E se non è riuscita nel suo intento, quanto meno l’Androni ha innescato (con Frapporti) l’unica incursione in grado di sabotare un arrivo in volata in questo Giro: quella ad opera del giovane sloveno Matej Mohorič, che a Gualdo Tadino, con un’azione di pura forza, ha tolto a Bennett la possibilità di pareggiare i conti con Viviani. Mica poco.

Il duello tra il velocista italiano della QuickStep Floors e quello irlandese della Bora Hansgrohe non è stato l’unico di questo Giro, tuttavia. Ce n’è stato un altro più breve, ma molto intenso; irto, scorbutico e appassionante come le strade che l’hanno deciso: quello tra i puncheurs Tim Wellens ed Enrico Battaglin. Un uno-due rapidissimo come lo scatto di Wellens che ha bruciato Battaglin tra le ceramiche di Caltagirone e quello rabbioso di Battaglin che il giorno dopo si è lasciato alle spalle il belga a Santa Ninfa. Insomma, quest’anno al Giro è stato bellissimo ammirare certe grandi vittorie. Ma, come sempre, è stato ancora più bello applaudire le sconfitte. (Francesco Bozzi)


La dolorosa precarietà della bellezza. Cosa resterà del Giro 101?

Il Giro è un animale multiforme. Scalcia come un toro, stritola come un boa. Ha un carattere che attinge con generosità al luogo e al tempo che attraversa. Il Giro è spigoloso come una cartina dell’Italia e volubile come la primavera. Possiede l’indomabilità del fratello minore, che guarda al più grande con ammirazione e insieme col profondo convincimento che il suo destino necessita di essere diverso. Il Giro si è inventato un’indole sfaccettata eppure riconoscibilissima. Attrae con le sue fusa, ma difficilmente si lascia accarezzare.

Quest'anno ha riproposto in grande stile la cotta, la bambola, il crollo. In una parola la grande crisi, quella che ricacciato indietro, e con clamore, quattro dei candidati alla vittoria finale (Chaves, Aru, Yates, Pinot); due di essi (Yates e Pinot) quando erano rispettivamente 1° e 3° in classifica. Persino la Sky, la squadra del vincitore, ha dovuto piegarsi alle caratteristiche proprie della corsa italiana, scegliendo un approccio tattico decisamente meno convenzionale del solito.

Perché laddove il Tour propone la conservazione, il Giro risponde con il caos: nelle ultime 10 edizioni, per ben 5 volte il leader della classifica generale è cambiato nel corso dell’ultimo weekend di corsa. Al Tour è successo solo una volta (2011, vittoria di Cadel Evans). Il Giro predilige la razza rara degli scalatori, per essi può trasformare i suoi capricci in fiaba. Questa era l’idea alla base del percorso del Giro 2018: un impeccabile schema di Propp. Presentazione degli eroi (sulle salite delle prime due settimane); complicazione (la cronometro di Rovereto); sviluppo della vicenda (il climax del Colle delle Finestre); ristabilimento dell’equilibrio (la passerella di Roma). Il percorso dell’edizione 101, a conti fatti, ha propiziato una trama addirittura troppo sbilanciata a favore dei grimpeur, con l’ultima tappa di montagna (Cervinia) praticamente neutralizzata da tutto quello che già era avvenuto prima.

Ma quello che era avvenuto prima è quasi all’unanimità ritenuto storico, memorabile, leggendario. Il Giro 101 è stato indubbiamente un successo. Perché – si sa – la corsa più che il tracciato la fanno i corridori: e quest’anno l’hanno fatta, eccome. Tutto questo dovrebbe in teoria far gioire appassionati ed organizzatori. Eppure si percepisce chiaramente che c’è un dettaglio che molti avrebbero preferito fosse stato diverso. Sarebbe stato più semplice per tutti affidare agli almanacchi un Giro con un vincitore diverso da Froome. Il campione inglese sarà presto o tardi giudicato per l’affare-salbutamolo, che è una faccenda complicata ma con una soluzione semplice: comunque vada, qualsiasi sia il dettaglio di complessità del giudizio, la sentenza finirà con l’influenzare la totalità della credibilità sportiva di Froome. Dovesse essere squalificato, c’è il rischio concreto che la conseguente bufera travolga anche l’impresa del Finestre, e con essa si porti via una fetta consistente della bellezza ruvida e luccicante del Giro d’Italia 2018 – che pure con quella storiaccia non c’entrava nulla. E tutto questo sarebbe doloroso. Molto. (Leonardo Piccione)

 

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