Calcio

Cosa manca al Belgio per vincere

Nonostante i molti campioni e le grandi aspettative, la storia recente dei Diavoli Rossi è costellata di delusioni: la Russia cambierà qualcosa?

TOPSHOT - Belgium's forward Michy Batshuayi (R) celebrates with Belgium's forward Romelu Lukaku (L) after scoring a goal during the international friendly football match between Belgium and Costa Rica at the King Baudouin Stadium in Brussels on June 11, 2018. (Photo by JOHN THYS / AFP) (Photo credit should read JOHN THYS/AFP/Getty Images)

«Non chiedetevi se allenatore e giocatori credano veramente in un successo al Mondiale. Chiedetevi se ci credete voi». È un Pep Guardiola kennedyano quello che si è brevemente concesso ai microfoni della stampa belga nel corso di un blitz a Drongen per seguire la KDB Cup (torneo Under 15 organizzato nella città natia di Kevin De Bruyne, Drongen appunto, al quale il torneo è intitolato). Il catalano è rimasto in Belgio non più di 24 ore, giusto il tempo per un po’ di calcio, una chiacchierata con Kompany e De Bruyne, e una cena con il collega Roberto Martinez, il ct dei Diavoli Rossi. Un tempo sufficiente per permettere a Guardiola di fiutare l’aria. La parola chiave è geloven, che in fiammingo significa credere. Ma in Belgio i credenti sembrano essere sempre meno, tanto tra i media quanto tra l’opinione pubblica. La Nazionale che vale più di 500 milioni di euro è davvero costruita su una generazione di oro placcato, come da feroce titolo del quotidiano Het Nieuwblad due anni fa quando il Galles spezzò ai quarti di finale il sogno Europeo? L’età aurea del calcio belga è una bolla di sapone che, una volta scoppiata, è destinata a non lasciare alcuna traccia?

È innegabile come il timore di una nuova scottatura, la terza consecutiva, stia giocando un ruolo cruciale in questo strisciante ma sempre più diffuso scetticismo. Che non significa disaffezione, in quanto la Nazionale rimane uno dei pochi punti di riferimento capace di unire l’intero Paese, come noto molto frammentato e disarticolato al proprio interno. Però gli indizi sono chiari. Nel 2014 il ritorno al Mondiale dopo 12 anni di assenza generò un’ondata di eccitazione febbrile che travolse ogni angolo del Belgio, rendendo le aspettative per il risultato finale quasi un dettaglio superfluo. Contava esserci, punto. Due anni dopo, per contro, qualche critica cominciava a farsi strada a torneo in corso, perché la scusa dell’inesperienza non reggeva più, ma risultati e prestazioni continuavano a latitare. Dalla figuraccia iniziale con l’Italia alla sconfitta contro il Galles – entrambe Nazionali abili nel compensare il gap tecnico con i Diavoli Rossi attraverso organizzazione e spirito di gruppo – alla fine pagò per tutti il ct Wilmots, e non poteva essere altrimenti. Leggendo però certe parole intinte nel curaro indirizzate – a posteriori – verso un tecnico celebrato, solo due anni prima, per essere riuscito a tradurre sul campo l’eccezionale opera di riforma intrapresa dalla Federcalcio belga a cavallo del nuovo millennio, era facile giungere alla conclusione che chi non è abituato a vincere, fatica anche a perdere.

Oggi critiche e perplessità sono il pane quotidiano con il quale si deve confrontare Martinez. Non ci sono più remore, proprio perché la schiera dei non-credenti è incrementata. «Mi chiede se l’amichevole contro l’Egitto sarà easy, facile», ha risposto il ct alla domanda di un giornalista egiziano in conferenza stampa, «ma, mi creda, in questo momento la parola easy non è presente nel vocabolario belga». Il dato che a prima vista può sembrare incredibile riguarda il percorso di qualificazione al Mondiale. Martinez ha concluso la miglior campagna di qualificazione di sempre dei Diavoli Rossi: imbattuti, 28 punti totalizzati in 10 partite, 43 gol realizzati, Romelu Lukaku miglior marcatore di sempre nella storia della Nazionale. Contestualizzando però cifre e numeri, si nota come il Belgio non abbia trovato squadroni sulla propria strada. Sintetizzando: rifilare 8 gol alla Bosnia, 10 all’Estonia e 15 a Gibilterra, in un totale di 6 partite, non fornisce di per sé la garanzia di potersela giocare alla pari contro l’Argentina o la Germania di turno. Infatti il Belgio, quello del nuovo corso, non ha mai battuto una Nazionale top, nemmeno in amichevole. In Brasile è stato eliminato dall’Argentina senza quasi nemmeno effettuare un tiro in porta; all’Europeo ricordiamo tutti la magra figura contro l’Italia barricadera di Conte; durante la gestione Martinez, le uniche due partite senza reti sono state contro la Spagna (0-2) e contro il Portogallo (0-0). I difetti di ieri, specialmente quelli legati alla difficoltà di essere vera squadra di fronte ad avversarie di alto livello, capaci di nasconderti la palla (Spagna) o di non fartela giocare (Italia, Portogallo), sono gli stessi di oggi.

Il Belgio rimane la Nazionale nella quale la forbice tra blasone (ovvero la bacheca, a livello di Nazionale maggiore ancora vuota) e aspettative è massima. Del resto non siamo in presenza di un abbaglio collettivo, perché la qualità della rosa – soprattutto dal centrocampo in avanti – è indiscutibile e, sulla carta, nessun traguardo può essere precluso. Del resto si sta parlando di un Paese che, guardando la classifica di fine anno 2017 relativa ai 100 talenti top del calcio mondiale (stilata interpellando 169 giornalisti di 63 paesi diversi), piazzava due giocatori tra i primi 10 (De Bruyne, 4°, e Hazard. 10°), altri due tra i primi 50 (Mertens, 27°, Lukaku, 37°), e ulteriori tre nelle successive posizioni (Courtois, 65°, Nainggolan, 72°, Alderwiereld, 82°). Poi però tutti questi talenti vanno messi in campo e amalgamati in maniera credibile, o quantomeno funzionale alle proprie caratteristiche. Cosa raramente successa durante la gestione Wilmots guardando le due stelle indiscusse della squadra, Eden Hazard e Kevin De Bruyne, mai integratesi pienamente né tra di loro, né nel contesto tattico preparato dall’allenatore. Romelu Lukaku ha recentemente dichiarato, non senza un pizzico di acrimonia, che «una delle principali differenze tra Wilmots e Martinez risiede nella preparazione delle partite nei 30 metri finali: il primo lasciava libertà assoluta agli uomini davanti, perché in primo luogo preoccupato di portare la palla lontano dalla zona pericolo e, pertanto, di correre meno pericoli possibili; con Martinez invece si studiano situazioni e movimenti, tanto che ogni giocatore offensivo ha a disposizione 5-6 soluzioni di gioco in ogni occasione». Parole che vanno un po’ pesate, visto che Lukaku è diventato il giocatore-focus degli schemi offensivi di Martinez.

Nella campagna 2016-18, l’attaccante del Manchester United è stato l’uomo maggiormente decisivo per i Diavoli Rossi con 16 reti e 3 assist, prevalendo su Dries Mertens (9-5), Hazard (7-6), Thomas Meunier (7-5) e De Bruyne (6-1). Quest’ultimo era stato il migliore nelle due campagne precedenti, quelle del 2012-14 (11-6) e quella del 2014-16 (9-7), dove però Wilmots lo impiegava come ala destra. Il paradosso – l’ennesimo – è che in quel ruolo De Bruyne finiva per risultare depotenziato, in quanto non sufficientemente all’interno del cuore del gioco dei Diavoli Rossi. Infatti nei due grandi tornei disputati non ha inciso. Per questo motivo Martinez lo ha spostato nel cuore del centrocampo, come mediano puro. Dove però stenta ancora ad accendersi, per ragioni che molti commentatori riconducono all’assetto tattico dell’attuale Nazionale. Dopo la sconfitta al debutto con la Spagna, Martinez ha virato su una difesa a tre e un sul modulo 3-4-3.

La filosofia del tecnico è chiara: vuole che la squadra giochi a calcio, sempre. Ci vuole pertanto un undici titolare con la maggior attitudine offensiva possibile, quindi Meunier esterno di destra (non a caso ai tempi del Brugge era chiamato il Bale delle Fiandre, proprio per il naturale istinto a giostrare da ala aggiunta), Carrasco a sinistra, Witsel e De Bruyne centrali con davanti il tridente Mertens-Lukaku-Hazard. Un’impostazione che rischia di crollare di fronte a Nazionali di pari o superiore qualità, come successo nell’amichevole contro il Messico, terminata 3-3, dove la mediana dei Diavoli Rossi era sistematicamente in apnea, come dichiarato senza mezzi termini da De Bruyne a fine match. Ma il campione del Manchester City non ha la stoffa del leader, come del resto nemmeno il compagno di squadra Hazard, disastrosamente fatto capitano nel 2016 da Wilmots (basti pensare che dopo la sconfitta contro l’Italia la riunione tra i giocatori durò tre minuti, Hazard non disse nulla e tutto si concluse con un “komaan mannen” – forza, ragazzi). La voce dello spogliatoio può essere solo quella di Kompany, ed è comprensibile quali ripercussioni negative potrebbe avere la sua probabile assenza al Mondiale. Ovviamente non si sta parlando (solo) del buco che lascerebbe in mezzo alla difesa.

Tornando a De Bruyne, la questione delle sue modalità di utilizzo è legato a doppio filo al caso Nainggolan, la cui esclusione ha scatenato un putiferio in Belgio. Si tratta di un altro paradosso, se si considera che fino a pochi anni fa il Ninja non era nemmeno conosciuto dalla stragrande maggioranza degli appassionati belgi. Francois Colin, una delle più lucide penne del giornalismo fiammingo, ha parlato di De Bruyne usando il verbo pamperen, che a un italiano potrebbe ricordare i pannolini, e non sbaglierebbe di molto. Significa infatti coccolare, proteggere amorevolmente. «Guardando la stagione appena conclusa», scrive Colin, «nonché i numeri totalizzati, De Bruyne è attualmente il miglior calciatore belga. Il punto di riferimento della squadra non può pertanto che essere lui. Andrebbe quindi protetto in campo, collocandolo in ruolo su misura per le sue caratteristiche e costruendogli la squadra attorno».  La conclusione di Colin è la seguente: irrobustire il centrocampo virando su un 3-5-2, visto che né Axel Witsel né il suo sostituto Mousa Dembele – entrambi giocatori da ritmi non elevatissimi – non garantiscono un’adeguata copertura a De Bruyne, costringendolo a un maggiore dispendio di energie in copertura. Il secondo “scudiero” avrebbe dovuto essere un giocatore multiruolo come Nainggolan, di cui però Martinez si è privato, senza avere in casa un elemento con caratteristiche quantomeno simili. Risultato? Striscioni e cori pro Nainggolan nell’amichevole contro il Portogallo, ripetuti ogni volta che il gioco stagnava o che i ritmi si abbassavano troppo. Un’assenza ingombrante con la quale tutti dovranno convivere, specialmente se le cose si metteranno male.

Va dato atto a Martinez di non temere le scelte impopolari: a casa Nainggolan, due sole punte di ruolo (Lukaku e il convalescente Batshuayi), qualche riempitivo (Januzaj), staff quasi interamente cambiato (l’ultima uscita è stata quella del video-analista Herman De Landtsheer, sostituito da un collega inglese). Il tutto è frutto di una filosofia strutturata, chiara, personale. La sua visione, le sue idee. Lui ci crede. Gli altri crederanno in lui?


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