Il vecchio bestione di cemento sembra una bocca con pochi denti spalancata alle mosche. Questo stadio imponente grigio di calcestruzzo, lo stadio in cui ho amato, sofferto e fatto il buffone, a vederlo oggi, con gli anelli superiori parzialmente smantellati, ricorda Sarajevo negli anni ‘90. Anche se a Sarajevo non sono mai stato. A dirla tutta non ho visto granché le cose del mondo ma ho visto Enzo Francescoli giocare. Era il 1991, avevo 8 anni, il bestione era in forma smagliante e prendeva il nome di stadio comunale Sant’Elia. Davanti alle sue gradinate piene di gente El Flaco si era messo a danzare partendo largo a sinistra. Dalla fascia era rientrato verso il centro del campo, tunnel a Vierchowod e due tocchi ancora per guadagnare l’area di rigore: destro a giro sul palo lontano a farsi beffe della Sampdoria campione d’Italia. Lo abbiamo aspettato Francescoli, un anno e più. Secondo certi giornalisti era un calciatore finito, venuto a Cagliari a svernare. Certi giornalisti che passano in città la domenica alle 15, magari in pieno inverno, con il sole che frigge sul mare azzurrissimo davanti al quale sorge il bestione, quel sole sempre alto sul cielo di Cagliari a riempire di luce le vecchie mura della città bianca. Ma Francescoli non era venuto a svernare, era venuto a risorgere. Lo abbiamo aspettato, abbiamo fatto bene.

Perché tifare il Cagliari è spesso una questione di attese. Se sei uno che ha fretta è meglio che ti cerchi un’altra squadra, sul serio. Un anno fa abbiamo aspettato la 37esima giornata per tirare il fiato, dopo una stagione in apnea sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Le spalle dure a fine partita, i muscoli del trapezio contratti per la tensione come per un colpo di frusta. Abbiamo aspettato Pavoletti, che il primo gol l’ha fatto dopo due mesi di campionato, il 15 ottobre. Poi non si è più fermato sino a quella 37esima giornata, a Firenze, un gol sporco dei suoi con la testa a sbucare in mezzo a molte altre, il gol della salvezza a maggio inoltrato. Un gol per cui volergli sempre un po’ di bene, al Pavo. Anche se per l’aritmetica abbiamo dovuto aspettare ancora, la 38esima e ultima, in casa contro l’Atalanta.

Questo stadio imponente grigio di calcestruzzo, in cui ho amato, sofferto e fatto il buffone, a vederlo oggi, ricorda Sarajevo negli anni '90Ma la gente di Cagliari è vaccinata alle attese, è gente che ha aspettato 44 anni prima di vedere una partita di Serie A. Tanti ne trascorsero dalla fondazione del club, nel 1920, al primo campionato tra i grandi del calcio, nel 1964. Ad aiutare il cagliaritano e il tifoso del Cagliari – che, va detto, sono spesso la stessa cosa, visto che non esiste barbiere o bottegaio, pescivendolo, carrozziere, impiegato, consigliere regionale, avvocato, medico, che non porti addosso o in negozio o in studio un’immagine sacra di Gigi Riva accanto a quella dei familiari più stretti ed eventualmente a papa Francesco – ecco, ad aiutare costoro nella gestione di certe attese snervanti, giova l’indolenza di cui il cagliaritano è portatore sano. Sarà la forma di questa città pigramente sdraiata sui colli, in cui tutte le strade portano al mare, sarà l’assurda illusione di essere la capitale autarchica di questa isola-continente, e in quanto tale annoiata e di conseguenza distratta. Fatto sta che il cagliaritano ama trascinarsi. E intanto che si trascina aspetta. E intanto che aspetta scherza. Sarà che l’ironia è un modo per sopravvivere in questa terra disgraziata e meravigliosa.  E intanto che scherza, il cagliaritano si consola con quelle due o tre cose a cui non dà nemmeno troppo valore. Per esempio la spiaggia, che prende d’assalto al primo sole, fosse anche febbraio. O quelle pizzette di pasta sfoglia che la leggenda vuole esistano soltanto qui, ma di cui il cagliaritano non rivendica la paternità. Troppi sforzi ci vogliono per vantarsi. Il cagliaritano semmai è un abitudinario, che senza troppe storie preferisce dedicarsi alle cose che ama.

Come il Cagliari, che in questa città si respira anche tra quelli che di calcio non si interessano. Distrattamente, trascinandosi, scherzando sulle cose della vita, almeno il risultato devono conoscerlo tutti, anche solo per avere qualcosa di cui parlare. Persino attorno allo scudetto aleggia l’ombra lunga dell’attesa: sembrava fatta nel ’69, che secondo molti era l’anno giusto e invece vinse la Fiorentina. Il nostro arrivò nel ’70, con un anno di ritardo, dicevano i giornalisti. Soltanto Scopigno non era d’accordo, allenatore reatino che in quanto a indolenza e ironia era più cagliaritano dei cagliaritani. Con quel suo gusto per la provocazione, o se non altro per la sua innata propensione al cazzeggio, disse che semmai lo scudetto del ’70 era arrivato con un anno di anticipo. Lo disse a Lello Bersani a tarda sera durante la Domenica Sportiva, alla fine di un dialogo surreale cominciato così: «Scopigno», disse Bersani, «di lei hanno detto: lo scettico blu, l’enigmatico, il filosofo, il sornione, lo squalificato. Ma insomma Scopigno, lei chi è? Come si può definire?». «Uno che c’ha sonno in questo momento».

Il cagliaritano ama trascinarsi. E intanto che si trascina aspetta. E intanto che aspetta scherza. Sarà che l'ironia è un modo per sopravvivereMa queste sono cose sacre e non ho titolo per parlarne. Non ho visto e non sono un sacerdote. Ho letto, questo sì, nelle sacre scritture, e ho sentito i racconti omerici dei nostri vecchi. Posso però parlare, in quanto apostolo evangelista, di un’attesa meno nobile ma non per questo meno epica che ha temprato almeno due generazioni di tifosi del Cagliari: lo spareggio del ‘97. Partita secca sul neutro del San Paolo, a Napoli, due settimane dopo la fine del campionato. Cagliari contro Piacenza, Muzzi e Tovalieri contro Luiso e Piovani. Una partita in cui non era prevista gloria: il vincitore avrebbe avuto salva la vita, per lo sconfitto si sarebbe spalancato il baratro della serie B. Napoli tifò Piacenza, che vinse con merito per 3 a 1.

Di quella partita val la pena ricordare solo le lacrime del Cobra: Tovalieri che allarga le braccia davanti a ventimila sardi, piangendo come un vitello, come a dire “Ci abbiamo provato”. Era vero, lo avevano fatto. Fuori dal San Paolo invece gli scontri e i tafferugli. La nostra gente umiliata, picchiata e sequestrata nel carnaio di qualche pullman. Scaricata infine al porto, tenuta ancora in ostaggio e da ultimo stipata sulle navi. Bestie da macello. E non è bastata tutta l’indolente ironia di cui siamo forgiati per farci digerire quella sconfitta. E non ci sembra di aver amato questi colori tanto quanto quella volta. Per spiegare a qualcuno cosa significhi tifare il Cagliari, potrei dire che tifare il Cagliari è come votare a sinistra: si soffre, ci si esalta, si ama, si sogna un mondo più giusto. Quasi sempre si perde.

Le volte che si vince tira più un’aria di riscatto che non di trionfo. Vale per quel nostro unico scudetto ma anche per i ritorni in Serie A: a prevalere, in genere, è la sensazione di aver recuperato qualcosa che ci spetta. Ma ugualmente facciamo festa, invadendo lo stradone che dal porto si arrampica sino al quartiere alto di Castello, poggiato sulle sue mura medievali come affacciato a una finestra con vista sul mare. È appena sotto quelle mura che ci ritroviamo per fare bagordi, davanti a quel palazzo di nove piani ad angolo stondato, molto newyorkese per forma e colore, realizzato però da Ubaldo Badas, architetto di Cagliari senza laurea ma con le idee ben chiare: dal razionalismo al neoliberty, strizzando l’occhio al Bauhaus. Di fronte al palazzo si trova la statua dell’odiato sovrano: Carlo Felice, re di Sardegna e duca di Savoia, messo in mezzo alla strada e ridotto ormai al ruolo di rotatoria, nella sommità del largo a lui intitolato. Nei giorni delle feste grandi, quando il nostro popolo si raduna sotto il suo piedistallo, nell’apice dell’ebbrezza, accade che il più audace tra i nostri tifosi si arrampichi sulle spalle dell’invasore sabaudo per profanarlo come in un carnevale pagano. Senza intenzione, sia chiaro, ma il risultato non cambia: re Carlo, per settimane, sino a che il vento non decide che basta così, indossa una tunica rossoblù e brandisce in mano una gigantesca lettera A.

Le volte che si vince tira più un'aria di riscatto che non di trionfo. Vale per quel nostro unico scudetto ma anche per i ritorni in Serie AA dieci minuti di cammino dalla grande statua, attraversando il vecchio quartiere di Stampace, cuore di una Cagliari popolare e insieme borghese, antica e verace, tra le vecchie case a due piani spesso male in arnese e i giganteschi palazzi adibiti a uffici pubblici o privati, si arriva alla fine di via Mameli, che un tempo fu via Pola, al cospetto della Mediateca del Mediterraneo. Questa imponente biblioteca dall’aspetto ultra-contemporaneo, alcuni dicono uno spazio dal respiro molto europeo ­– con lo stupore di chi, in fondo, è consapevole di vivere nella nazione più settentrionale del Maghreb – sorge in un luogo carico di storia. Le mura perimetrali, con basamento in trachite bianca e copertura in mattoncini arancio, sono quelle del vecchio mercato civico, che dagli anni ’50 è rimasto in servizio sino alla fine del secolo scorso. Dopo è stato sventrato nella sua parte centrale, in cui è stata ricavata una corte interna coperta da una gigantesca struttura in acciaio e vetro: un monumento alla luce di questa città che, se la luce fosse denaro, sarebbe il motore economico di questa parte di mondo.

All’ingresso del grande polo culturale è affissa una targa: “A perenne ricordo delle gesta calcistiche del club sportivo Cagliari che su questo terreno divenuto famoso come campo di via Pola – dal 1924 per 23 anni – si evolse dai tornei regionali ai successi nei campionati nazionali”. Le date sarebbero da limare per eccesso ma la sostanza non cambia: quel luogo, prima di farsi mercato e ora spazio dal respiro molto europeo, è stato per quasi tre decenni la casa del Cagliari. Ancora prima dell’Amsicora, tempio dello scudetto, ancora prima del Sant’Elia, bestione leggendario. Fu la prima vera arena cittadina dopo gli anni degli esordi pionieristici allo Stallaggio Meloni. Ma fu soprattutto teatro dell’attesa più dolorosa: quella della ripresa dell’attività sportiva dopo il disastro dei bombardamenti alleati.

A sentire i nostri vecchi, Cagliari fu letteralmente rasa al suolo. L'anno era il 1943, le prime bombe caddero dal cielo il 17 febbraio, un mercoledìSecondo gli esperti si trattò di incursioni di “minore rilievo” che produssero danni di “minima entità”. A sentire i nostri vecchi e a rivedere certe immagini, Cagliari fu letteralmente rasa al suolo. L’anno era il 1943, le prime bombe caddero dal cielo il 17 febbraio, un mercoledì. Altri spezzonamenti devastarono la città verso la fine del mese e poi ancora una volta a marzo. Sino al colpo di grazia del 31 di maggio, quando il cielo si oscurò coperto da 103 quadrimotori e 94 bimotori americani. Non fu altissimo il numero delle vittime, in una Cagliari ormai in larga parte sfollata. Ma fu l’ultimo capitolo di un disastro che non risparmiò niente, nemmeno la struttura di via Pola, dilaniata da un enorme cratere al centro del campo.

Nei mesi seguenti la città provò a rialzarsi. Non c’era acqua, non c’era luce, non si trovava farina. Fame, quanta ne volevi. Figurarsi un po’ di stoffa per cucire una nuova muta di maglie da gara: la sede del Cagliari, in via Napoli, non fu esentata dalla pioggia di bombe. La città cercava, anche attraverso lo sport, di rimettere insieme i pezzi di una vita normale. Vanga in mano, giocatori, allenatore e dirigenti spianarono il cratere di via Pola. Ma le maglie? Anche ammesso che si trovassero i soldi era la materia prima a scarseggiare. E i trasporti in ginocchio per poterla recuperare altrove. Per non parlare delle scarpe da gioco. Si discuteva di queste cose in via Napoli, spostando le macerie, prendendo atto che tutto quanto era custodito in quella sede avrebbe finito la sua vita in discarica. Poi arrivò Renzo Carro, detto l’economo, il mite amministratore contabile che teneva con giudizio i cordoni della borsa. Venne fuori che il ragionier Carro, prima di sfollare, prima cioè di condurre in salvo moglie e figli portando con sé lo stretto necessario, negli intervalli tra una bomba e l’altra, a rischio della sua stessa vita, fece una capatina in via Napoli mettendo al sicuro due mute di attrezzatura. Era quello, per lui, il concetto di “stretto necessario”. «Ma le maglie ce le ho io», disse con candore, come se fosse una cosa ovvia. Una muta rossa con bordo blu e una blu con bordo rosso. Con calzettoni, calzoncini e un buon numero di scarpe. Fu la fine dell’attesa, il Cagliari poté tornare a giocare a pallone. Cagliari sentì di nuovo scorrere un po’ di vita nelle vene.

Luigi Riva da Leggiuno è l'unica entità superiore in grado di tenerci uniti tutti. Il suo averci scelto ci rende orgogliosi di averlo sedottoPerò l’attesa che preferisco è quella verso sera, dalle parti di via Paoli. Prima quasi tutti i giorni, ora di rado, troppo di rado, aspettando la sera puoi sperare di incrociarlo. In genere sbuca da piazza San Benedetto. Pugni in tasca, schiena dritta e sigaretta in bocca. Ogni tanto si ferma di fronte a una vetrina, sempre quella. Qualcuno gli sorride e lui ricambia, qualcuno azzarda un «Buonasera» e lui «Buonasera». Qualcuno – io – gli si inceppa la lingua, gli si piantano le gambe, e non mi riesce mai di dirgli nulla. Cappotto lungo e capello bianco perfettamente pettinato, un po’ Bogart un po’ Gregory Peck, prosegue verso piazza Garibaldi. Poi giù sino in Marina, elegante e discreto, in quel quartiere che fu dei pescatori, oggi un po’ kasbah e un po’ Trastevere, coi kebabbari accanto alle trattorie, con quello stanzone adibito a moschea di fronte alla cupola della vecchia chiesa di Sant’Eulalia. Un po’ Napoli e un po’ Gerusalemme. Ma lui di quel quartiere frequenta più che altro il ristorante di Giacomo. Ora meno, un tempo tutte le sere. E nessuno che gli abbia mai rotto i coglioni. Vedergli attraversare la città è una cosa che ci dà sicurezza, forza, consolazione. È la prova carnale che in questa terra sia esistito qualcosa di incorruttibile, forte come la verità, qualcosa che i soldi non sono riusciti a comprare.

Ma la nostra riconoscenza va oltre il fatto sportivo. Gigi Riva esercita su di noi uno strano potere silenzioso, il suo è un ascendente morale nei nostri confronti. La sua riservatezza, le sue parole, poche e pesate. Il suo essere uomo tra gli uomini, con le preoccupazioni di tutti ­– la salute, invecchiare con dignità, le nipotine che crescono – e la forza di pochi. A oltre quarant’anni dalla sua ultima partita riesce ad avere un’influenza tale su un’intera città, su un intero popolo. Credo che c’entri qualcosa il fatto di averci scelto quando nessuno ci voleva. Quando negli stadi di tutta Italia ci gridavano banditi e pastori. Quando in Sardegna non si veniva per il mare, casomai ti ci sbattevano, in Sardegna. E in quest’isola che è capace di dividersi su ogni cosa, un’isola di gente pronta a scannarsi per un piatto di briciole, Luigi Riva da Leggiuno è l’unica entità superiore in grado di tenerci uniti tutti. Il suo averci scelto ci rende orgogliosi di averlo sedotto, ci fa ricordare di essere stati speciali. Se non sempre almeno una volta, e per qualcuno di così speciale: il più forte di tutti. Vedergli attraversare la città ci aiuta a non dimenticare. Prima tutte le sere, adesso più di rado. Troppo di rado. Ma noi del resto non siamo gente che ha fretta, sul serio. Noi – trascinandoci sulla spiaggia, scherzando sulle cose della vita e sul Cagliari che si trova sempre in mezzo ai guai – noi continuiamo a fare quello che ci riesce meglio: aspettiamo.

Dal numero 27 di Undici
Foto di Ivano Atzori