Calcio

Le conquiste di Barbara Bonansea

Il Mondiale con l'Italia, lo scudetto con la Juventus, la crescita del calcio femminile: in ogni ambito, Barbara è sempre la protagonista.

È nata nel 1991, Barbara Bonansea, ed è cresciuta in una piccola città nascosta tra gli alberti del Piemonte, una regione famosa nel mondo per i suoi tartufi, i suoi vini e le sue squadre di calcio. La mancanza di attività dedicate alle ragazze e il fatto di essere cresciuta in una famiglia pazza per il calcio l’hanno spinta a trascurare le bambole per il pallone di cuoio fin da bambina, lasciando casa e cucina in favore delle partite in cortile.

«Mio padre mi portava con lui a ogni singolo allenamento del mio fratello maggiore, e a tutte le partite della domenica. Ero sempre a bordocampo, e una volta l’allenatore mi disse di smetterla di starmene lì a guardare e di entrare in campo. Iniziò così, in un certo senso per caso. Di sicuro non avrei mai pensato che potesse diventare il mio lavoro». Vent’anni dopo, Barbara Bonansea ha appena vinto il campionato di Serie A con la Juventus per il secondo anno consecutivo, giocherà con l’Italia il suo primo Mondiale e infrange record su record. Dopo aver appreso le basi nel Torino è stata acquistata dal Brescia, e qui ha capito che il calcio sarebbe diventata la sua carriera. «Stare lontana da casa, lasciare famiglia e amici per inseguire una passione… in quel momento ho realizzato che era una cosa seria. Ero pronta per sacrificare la mia vita personale per qualcosa che amavo». Il Brescia ha una lunga storia di lanciare campioni nel calcio, lo dimostra il fatto che molte tra le migliori giocatrici dei club di punta, in Italia, hanno passato alcuni anni a correre sui campi affacciati sul Lago di Garda, proprio come Barbara; che due anni fa è riuscita a tornare a casa grazie a una firma con la Juventus, la sua squadra del cuore, per cui indossa la maglia numero undici.

 

«Stare lontana da casa, lasciare famiglia e amici per inseguire una passione: ero pronta per sacrificare a mia vita personale per qualcosa che amavo»Sono le tre del pomeriggio quando incontriamo Barbara in uno studio fotografico di Torino, interamente bianco. La luce che entra dalle grandi finestre industriali dà all’ambiente un che di mistico, e solo il suo arrivo su una Mini Countryman rosso fuoco rompe l’atmosfera magica. Barbara saluta tutti, stringe mani, va dritta a prepararsi per la sessione fotografica e con l’andatura dondolante tipica dei calciatori si presenta sul backdrop con un completo da allenamento bianco e nero. Le maniche corte della maglietta rivelano tatuaggi colorati su entrambe le braccia, come ci si aspetterebbe da una sportiva. Mi colpisce, in particolare, una bambola russa sul suo bicipite. «Le matriosche sono le preferite di mia mamma, è un tributo per lei», spiega con stringatezza ermetica. Si percepisce una certa riservatezza, quella di una donna non ancora abituata ad avere riflettori a illuminarla costantemente, di una ragazza che forse preferirebbe lasciare che il suo dribbling parlasse per lei.

Quando le chiedo cosa si prova a essere riconosciuta per strada, fermata per firmare autografi e scattare fotografie, ammette la sua timidezza: «La maggior parte delle volte non mi sembra vero che ce l’abbiano davvero con me, mi giro per vedere se c’è qualcuno di famoso da qualche parte», dice sorridendo. Eppure stiamo parlando di un’atleta di primo piano: un’ulteriore dimostrazione di quanto, penso, il calcio femminile sia ancora sottovalutato, nonostante i risultati senza precedenti che ha inanellato negli ultimi anni, e specialmente negli ultimi mesi. All’alba dei Mondiali femminili 2019, l’attenzione e l’attesa da parte di media e pubblico è al suo massimo storico.

È un successo nuovo per un Paese come l’Italia, in cui le calciatrici non sono ancora riconosciute come professioniste e sono costrette, spesso, a dividersi tra il calcio e un altro tipo di carriera. Una ricompensa è questa qualificazione mondiale, arrivata un anno dopo il Campionato mancato dalla squadra maschile, eliminata nello spareggio da una Svezia priva di Zlatan Ibrahimovic. Chiedo a Barbara cosa significhi, per lei, giocare per la Nazionale: «Pensavo solo a giocare a calcio, non ho mai nemmeno sognato di giocare per la Nazionale. Non sapevo nemmeno fosse una possibilità, quando ero piccola modelli femminili non ce n’erano, e ad essere onesta non pensavo nemmeno fosse una strada percorribile per me. Naturalmente far parte di questa squadra, oggi, ha un peso tutto speciale».

«Quando ero piccola modelli femminili non ce n'erano, non pensavo nemmeno fosse una strada percorribile per me. Far parte dell'Italia, oggi, ha un peso speciale»Sono ormai sette anni che Barbara è nel giro delle Azzurre, e le poche occasioni in cui non è stata chiamata, dice, le hanno dato ancora più forza che si è concentrata nei gol decisivi di queste qualificazioni: «La partita decisiva per andare ai Mondiali, quest’anno, è sicuramente uno dei momenti più importanti della mia carriera, come il mio primo campionato vinto, quando ero a Brescia», confida. Ci sono pochi dubbi sul fatto che Barbara Bonansea stia contribuendo a scrivere la storia del calcio femminile italiano. Il giorno immediatamente precedente questa intervista era in campo a giocare e vincere contro la Fiorentina per assicurarsi il campionato in un match memorabile. Un evento di successo si ogni fronte: la partita si è disputata all’Allianz Stadium per la prima volta, uno stadio che può contenere oltre 41.000 tifosi e che non aveva mai ospitato una partita di calcio femminile prima del 24 marzo 2019. Il sold out è arrivato nel giro di una settimana dalla messa in vendita dei biglietti, esattamente come alcuni giorni prima al Wanda Metropolitano di Madrid per la partita tra Atlético Femenino e Barça Femenino. Diversi luoghi, stessa storia.

«Sono arrivata sul campo e ho iniziato a piangere», mi racconta. «Il mix di emozione e aspettative che provi prima di una partita è micidiale. Vedi il numero di biglietti venduti che cresce minuto dopo minuto e da un lato ti carica, ma dall’altro di sicuro non fa abbassare la tensione». Nonostante tutte le emozioni, la partita di Barbara Bonansea è stata impeccabile. La partita con la Fiorentina è stata sì un’occasione per rompere un soffitto di cristallo, ma ha anche dato a Barbara l’opportunità di correre sulla stessa erba, perfettamente tagliata, che ospita nelle partite casalinghe il suo idolo, Crisitiano Ronaldo: «Mi sono innamorata di Cristiano non tanto per il talento quanto per la sensibilità e l’amore che dimostra verso il calcio. È iniziato tutto durante l’Europeo del 2004, quando il Portogallo ha perso contro la Grecia e il pianto di Ronaldo mi ha colpito, e mi sono messa a investigare su di lui. All’estero era già famoso, ma io non ne sapevo molto. Quello che ha fatto con il suo corpo e l’impegno che ci mette sono cose uniche».

La passione e l’amore per il calcio sono stati, naturalmente, due fattori decisivi nella scelta di Barbara di essere calciatrice a tempi pieno in un Paese in cui la sua professione si svolge ancora, per certi versi, nell’ombra, e c’è una luce speciale nei suoi occhi quando dice: «Anche se non fossi pagata, giocherei lo stesso. Mi sento davvero libera e me stessa quando sono su un campo con un pallone». A questo proposito, le chiedo cosa pensi della recente causa intentata dalla Nazionale femminile statunitense contro la sua stessa Federazione, per chiedere parità di salario: «In assoluto penso che gli stipendi dei calciatori sono spesso troppo alti. Personalmente non mi interessano quelle cifre, vorrei semplicemente che le donne venissero riconosciute come professioniste, e quindi pagate il giusto per gli sforzi e i sacrifici che fanno, che spesso sono maggiori di quegli degli uomini».

«Mi sono innamorata di Cristiano Ronaldo per l'amore che dimostra verso il calcio. Quello che ha fatto con il suo corpo e l'impegno che ci mette sono cose uniche»In Italia, sfortunatamente, il mindset è ancora influenzato dal passato e il calcio femminile non è seguito come dovrebbe – il che è un riflesso di una mancanza di parità che nasce nella società stessa. «Ma voglio essere ottimista su questo argomento», dice Barbara, «credo che miglioreremo, anche se lentamente, e raggiungeremo gli obiettivi e i diritti che ci meritiamo. Nessuna rivoluzione si fa all’improvviso, d’altronde». Il movimento di empowerment nello sport è supportato da troppi atleti perché possa fallire: le Nazionali di Stati Uniti e Nuova Zelanda stanno lottando per la parità di salario, e marchi sportivi come Nike stanno investendo molto sulle atlete. Il brand di Beaverton ha lanciato l’iniziativa “Just Do It – Nulla può fermarci”, una campagna rivolta alle nuove generazioni di ragazze per motivarle e aiutarle nella vita di tutti i giorni. È un’iniziativa che contiene anche una serie di eventi ed esperienze dedicate alle giovani donne con l’obiettivo di introdurle all’attività sportiva quotidiana, tra cui delle masterclass calcistiche dirette da alcune stelle del panorama calcistico, come Andrea Pirlo.

T-shirt e shorts Nike Dri-FIT Academy; scarpe Nike Superfly 6 Elite “Victory Pack”

Ma se le nuove generazioni di calciatrici possono disporre di un panorama vasto e talentuoso a cui ispirarsi, Barbara non è stata così fortunata. Nella sua vita “da grande”, tuttavia, è riuscita a incontrare alcune tra le migliori giocatrici e allenatrici, e a imparare da loro: «Milena Bartolini (il commissario tecnico della Nazionale, ndr) e Rita Guardino (allenatrice della Juventus, ndr) sono due tra i nomi che per me sono più importanti quando parliamo di calcio italiano. Mi hanno spalancato le porte e sono davvero grata di poter imparare da loro. Un’altra persona che ha aperto la strada e che rispetto molto è Betty Bavagnoli (allenatrice della Roma, ndr), che è davvero una tosta».

Durante i quaranta minuti che passiamo insieme, noto alcuni piccoli dettagli a proposito di Barbara. Non riesce a tenere le mani ferme, giova di continuo con le dita, lunghe e magre. Non parla molto, è schiva soprattutto di fronte a un’intervista così lunga. La rassicuro sul fatto che manca poco, soltanto qualche domanda. Sulla sua vita fuori dal campo, ad esempio: «Il calcio mi ha insegnato ad aver fiducia in me stessa, e a uscire dal mio guscio», racconta. «Adesso l’ostinazione che ho imparato giocando è una cosa che fa parte della mia vita di tutti i giorni. Mi ha aiutato, in parte, a superare certe mie timidezze e a essere più consapevole», continua, e a guardarla in azione – i movimenti agili e sicuri, la certezza in ogni decisione – è facile vedere una conferma di quanto dice.

«L'ostinazione che ho imparato giocando è una cosa che fa parte della mia vita di tutti i giorni. Mi ha aiutato a superare certe mie timidezze e a essere più consapevole»Il calcio è uno sport che richiede resistenza e concentrazione per novanta minuti consecutivi. Come riesce a mantenere il focus giusto una giocatrice come Bonansea? «Mentre corro, nel riscaldamento, ascolto sempre la stessa canzone. Prima corro verso un palo, poi verso l’altro, e cerco di visualizzare come sarà la partita. È una tecnica che ci ha insegnato la nostra mental coach alla Juventus». Mi sono immaginata, a volte, come dev’essere lo spogliatoio di una squadra di calcio femminile: profumato e colorato, tappezzato di poster dei colleghi più famosi, un po’ una specie di cameretta di una teenager. Naturalmente, Barbarafa a pezzi i miei sogni a occhi aperti. Quando si passa così tanto tempo insieme, inutile dirlo, la tua squadra diventa più di una squadra, ma quasi una famiglia: «Viviamo lo spogliatoio esattamente come i maschi: è un posto in cui possiamo piangere, scherzare, ridere, cantare e ballare. Ci supportiamo l’una con l’altra, ci diamo consigli. Negli spogliatoi si costruiscono amicizie».

Mentre ci avviciniamo alla fine del servizio, le chiedo dell’argomento del momento: il Mondiale femminile. Non era mai successo prima che il torneo ricevesse così tanta attenzione come quest’anno: quello che era partito, sembrava, come un trend di marketing si è trasformato in una macchima promozionale per l’uguaglianza di genere su tutti i fronti. «Ho grandi speranze per l’Italia», dice, «ma penso che in fondo le favorite siano Inghilterra, Francia e Stati Uniti». Come darle torto? Sono squadre che possono schierare giocatrici come Lucy Bronze, Amandine Henry, per non parlare di Alex Morgan. Ma Barbara non ha paura. Al contrario, è contenta ed eccitata di poter giocare contro atlete del genere. C’è invece, le chiedo, un portiere che non vorrebbe mai incontrare? «Tutti quelli che ci sono!», risponde ridendo. La Fifa l’ha paragonata a giocatori come Paolo Futre e Ryan Giggs, Barbara preferisce però evitare i confronti, ed essere paragonata soltanto a se stessa. Il tempo per l’intervista è scaduto, ed è il suo giorno libero dopo l’ennesima vittoria. Il sole è ancora alto, è ora di rilassarsi.

Dal numero 28 di Undici
Moda di Angelica Cristin
Nella foto in apertura: pantaloni Emporio Armani,
body Nike Air, scarpe Nike React Element 55


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