Società

Al ritmo di Algeri

Dagli spalti alle strade, in Algeria i movimenti di tifo organizzato sono diventati il motore del dissenso popolare contro le istituzioni politiche.

Algeri. La scalinata nel vicolo si riempie all’improvviso. E in pochi minuti i manifestanti che marciano lungo i viali alla francese nel cuore della città sanno che gli ultras sono arrivati, con le loro maglie e sciarpe di diverse squadre e con un’unica bandiera: quella bianca, rossa e verde dell’Algeria. Su quegli spalti improvvisati ricreano la geografia e l’atmosfera dello stadio. E urlano divertiti battendo le mani all’unisono. Cantano quella che è diventata la colonna sonora di una protesta pacifica e inedita, iniziata il 22 febbraio e innescata dall’annuncio di una candidatura a un quinto mandato dell’anziano presidente Abdelaziz Bouteflika, 82 anni.

«Il primo mandato diciamo che è passato, ci hanno fregato con il decennio nero / alla fine del secondo, è diventata chiara la storia della Casa del Mouradia / al terzo, il Paese si è indebolito a causa degli interessi personali / al quarto, la bambola è morta e l’affare è andato avanti / il quinto seguirà, tra loro è già combinato». Il coro, che circola negli stadi dal 2018, non ha nulla a che fare con il calcio e molto con la politica. «La Casa del Mouradia» del titolo è un tributo alla generazione Netflix, con il suo riferimento a La Casa de Papel, seguita serie spagnola. La Mouradia è il nome del quartiere di Algeri dove sorge il simbolo di un potere giudicato corrotto e fonte di tutti i mali del Paese: il palazzo presidenziale dove risiedono il presidente e i suoi fratelli, quel clan che da vent’anni gestisce politica ed economia. La canzone evoca il “decennio nero”, la guerra civile tra forze di sicurezza ed estremisti che ha fatto tra il 1991 e il 2002 decine di migliaia di morti e lasciato piegata l’Algeria. Il trauma di quegli anni di sangue, strumentalizzato da un regime autocratico, ha congelato per molto tempo ogni volontà popolare di riforma. Le liriche si accaniscono poi contro il quinto mandato dell’ex rais Bouteflika che, colto da un ictus nel 2013, si faceva vedere sempre meno in pubblico.

Da oltre tre mesi gli algerini invadono le strade del Paese ogni venerdì, giorno di preghiera e riposo (e di pallone) nel mondo islamico. Sono milioni e neppure il Ramadan, periodo del digiuno sacro celebrato a maggio, ha fermato le marce. Sotto la pressione del dissenso, sono state annullate le elezioni del 18 aprile, si sono dimessi Bouteflika e altre centrali cariche del regime, sono stati arrestati politici, membri dello storico partito fondatore della nazione, il Fronte di liberazione nazionale o Fln, militari e uomini d’affari collusi con il sistema. La popolazione va avanti però con la contestazione: chiede l’uscita di scena dell’intero regime e di ogni sua ramificazione. E rifiuta il voto riprogrammato per il 4 luglio, sostenuto dal potente esercito, i cui vertici sono nuovo obiettivo della piazza.

È dai quartieri popolari della capitale, dove la popolazione è giovane e frustrata, che è partito il contagio politico degli stadiI generali come i politici non hanno visto arrivare l’ondata di proteste che li ha investiti. Il primo errore è stato quello di aver sottovalutato la frustrazione della popolazione degli stadi. Da anni gli spalti sono diventati tribunale del potere e i cori invettive politiche. Nessuno sa esattamente quando si siano trasformati in canzoni contro il regime: melodie elaborate, di quattro o cinque minuti, accompagnate da strumenti sui ritmi della musica tradizionale chaabi, con contaminazioni rap. I tifosi di calcio cantavano contro il governo già negli anni ’80, e il fenomeno si è rafforzato con il tempo, ci spiega Maher Mezahi, giornalista sportivo.

È dai quartieri popolari della capitale, dove la popolazione è giovane e frustrata dalla difficile condizione economica, dalla disoccupazione e dalla mancanza di prospettive che è partito il contagio politico degli stadi. Il Mouloudia Club d’Alger, o Mc Alger, e l’Union sportive de la médina d’Alger, Usm Alger o Usma, sono le squadre della casbah – cuore antico della capitale – e del quartiere storico di Bab el Oued, dove un tempo era forte la presenza islamista. Gli Ouled el Bahdja, gli ultras dell’Usm, – figli di Bahdja (Algeri) – sono all’origine de “La Casa del Mouradia”. «Il tifo algerino è ben organizzato: gli ultras hanno un comitato di 12 persone in carica, pagano l’equivalente di 2/3 euro di quota associativa annua. Tra loro, c’è chi allestisce il tifo e le coreografie. Le canzoni sono composte da gruppi musicali affiliati», ci dice Maher, secondo il quale per anni lo stadio è stato l’unico luogo dove i giovani hanno potuto esprimere le loro opinioni: «D’altronde, come fai a far tacere 30mila persone in uno stadio? L’errore del regime è stato sottovalutarli».

In un Paese dove più del 50 per cento della popolazione ha meno di 30 anni, i tifosi sono «soprattutto giovani dai 18 ai 35 anni, in arrivo dai quartieri popolari, per la maggior parte disoccupati. Il regime non si aspettava tanta maturità politica». Quei cori fustigano la corruzione, parlano di droga, mancanza di lavoro ed educazione, cantano una generazione perduta, quella degli “harraga”, in arabo algerino “coloro che bruciano (le frontiere)”: i migranti partiti verso l’Europa, o morti nel mar Mediterraneo.

I cori fustigano la corruzione, parlano di droga, mancanza di lavoro ed educazione, cantano una generazione perdutaPer accorgersi di quello che stava covando negli stadi, il regime avrebbero dovuto ascoltare con attenzione canzoni come “Ultima Verba”, uscita a febbraio su Youtube, e siglata ancora una volta da gli ultras dell’Usma. Il titolo trae ispirazione da una poesia in cui Victor Hugo si scaglia contro la tirannide di Napoleone III. Sulla pagina Facebook della tifoseria, in francese, lingua del colonizzatore, è scritto: «Abbiamo scelto di prenderla in prestito come titolo per la nostra canzone a causa delle molte similitudini con il contenuto del poema di Hugo (…). Questa poesia processava infatti il governante, il potere (…). È un avvertimento eclatante, una trascrizione della voce del popolo e una conferma dei valori di cittadinanza e libertà». La canzone di quattro minuti e mezzo, accompagnata da un romantico giro di chitarra, è stata rilanciata dal rapper algerino Soolking, che ne ha ripreso melodia e ritornello e l’ha resa, in un impasto di francese e darja, l’arabo algerino, la definitiva colonna sonora della piazza: «La Liberté è prima di tutto nei nostri cuori. La Liberté non ci fa paura». «È finita, il bicchiere è pieno. Laggiù gridano, senti le loro voci? Le voci delle famiglie piene di dolore, la voce di chi grida per un destino migliore».

«C’è una maturità politica che il regime non ha visto arrivare e che cresce dalle elezioni presidenziali del 2014 soprattutto negli stadi, dove le figure simbolo del potere non avevano più il coraggio di andare», ci ha spiegato l’avvocato per i diritti umani Mostefa Bouchachi, figura che piace al movimento di piazza e possibile protagonista di una futura transizione. Ci parla dal suo polveroso studio nel centro di Algeri, cuore di quelle proteste in cui il calcio è protagonista fin dai primi giorni quando, al grido di «No a un quinto mandato», i manifestanti sfilavano con in mano i cartellini rossi delle espulsioni.

«C’è una maturità politica che il regime non ha visto arrivare»Così come i cori politici negli stadi non si sono materializzati all’improvviso, le proteste non sono una completa novità in un’Algeria dove ritrovarsi in strada a parlare di politica è stato a lungo reato. Durante il 2018 hanno contestato tra gli altri gli studenti di medicina. Gli attivisti ambientalisti hanno marciato contro l’estrazione di gas di scisto. «È sempre stata però una protesta divisa per categorie», ci dice ancora Maher, «poi è arrivato un unico obiettivo: non far passare un quinto mandato del presidente. E gli ultras hanno fornito attraverso la loro musica unità e ritmo alla protesta. Hanno messo a disposizione delle manifestazioni la loro organizzazione interna e il loro tifo. Hanno aiutato a sciogliere le lingue». E se in Algeria durante il campionato non manca la violenza tra tifoserie, nelle manifestazioni gli ultras di squadre diverse hanno finora sfilato assieme, intonando i cori degli avversari. Uno dei derby più appassionanti della capitale, quello tra Mouloudia e Usma del 14 marzo, giorno di contestazione, è stato boicottato in seguito a un appello delle due tifoserie: chiedevano di andare a manifestare piuttosto che allo stadio.

Abdellah Lunici ha una ventina d’anni. È un tifoso dell’Usm el Harrach, quartiere popolare di Algeri. È venerdì e lui è in centro alla marcia settimanale. Racconta come lì, su quelle scalinate che uniscono due viali paralleli della capitale si riuniscano le tifoserie di diverse squadre. E come la chiamata parta sempre da Facebook. Lui e altri giovani dell’Harrach si incontrano nelle sedi locali delle tifoserie. Ci sono principalmente studenti e disoccupati, dice. «Lì, si mettono assieme le parole dei quartieri in canzoni». Youssef Adjerid ha 19 anni e studia Scienze tecnologiche. Indossa la maglietta del Crb, Chabab Riadhi Belouizdad, squadra di Algeri. Di solito ogni venerdì, giornata di campionato, va allo stadio. Questo venerdì, però, come gli otto precedenti, è in manifestazione. Lo incontriamo nei pressi della piazza neo-moresca della Grande Poste, cuore delle proteste. «Ci sono tre elementi», ci dice, «fuoco, acqua e popolo: se tocchi il popolo ti bruci. E lo stadio è il popolo».

«Potevano controllare il popolo allo stadio: lo lasciavano sfogare e quando si era calmato tornava a casa. Poi però, lo stadio è uscito in strada, ed essere in piazza con le proprie canzoni ha motivato ancora di più le tifoserie»Due giorni dopo, Youssef è allo Stadio del 20 Agosto. C’è un derby: Crb contro Nasr Athlétique de Hussein Dey o Nahd (ci sono più squadre di Algeri nella prima divisione locale). Lo stadio da 20mila posti non è pieno perché, a causa delle manifestazioni, il campionato si gioca di domenica, giorno feriale nel mondo islamico: il venerdì la polizia è dispiegata altrove, per via della mobilitazione popolare. Tarek Loumassine sta per iniziare la telecronaca sul terzo canale della radio algerina quando la curva del Crb intona: «Portateci la polizia anti-sommossa a innaffiarci», un riferimento all’intervento delle forze dell’ordine con gli idranti durante le marce. E «No a un quinto (mandato di Bouteflika)», lo slogan della protesta, «sì a un’ottava (Coppa d’Africa)», per il Crb. La politica è nuovamente sugli spalti che per Tarek sono stati a lungo «unico luogo di espressione. Potevano controllare il popolo allo stadio: lo lasciavano sfogare e quando si era calmato tornava a casa. Poi però, lo stadio è uscito in strada, ed essere in piazza con le proprie canzoni ha motivato ancora di più le tifoserie».

Sugli spalti della tribuna stampa – forse unica donne assieme a me nell’intero stadio – Nassiba Kerbadj, giovane giornalista algerina che segue lo sport per l’emittente el Bilad, fa notare come finora quello che accadeva nello stadio restasse nello stadio: a parte la mancanza di telecamere di sorveglianza, le televisioni algerine, per il timore di perdere la pubblicità gestita da un’agenzia statale, si sono per anni guardate dal ritrasmettere cori politici.

Che politica e calcio viaggino assieme da tempo in Algeria è chiaro fin dai simboli dei club. C’è il viso stilizzato di Mohamed Belouizdad, nazionalista algerino, disegnato sulla panchina del Crb. Il quartiere porta il suo nome. Quando c’erano i francesi era la Belcourt di Albert Camus. Lo stadio è dedicato al 20 agosto 1955, data dell’insurrezione e dei massacri di Costantina, spartiacque della guerra d’indipendenza contro i francesi. La relazione tra politica e pallone data da prima di quell’indipendenza. La Nazionale di calcio si autoproclamò squadra nel 1958, mentre i francesi se ne sono andati soltanto nel 1962. La Fifa mandò allora a tutte le federazioni nazionali una lettera: vietava di giocare contro gli algerini, allora in guerra contro la Francia. Lo smacco sportivo alla ex colonia fu ben calcolato: a soli due mesi dal Mondiale di Svezia due calciatori franco-algerini titolari in nazionale, Rachid Mekhloufi e Mustapha Zitoun, lasciarono les Bleus per indossare la maglia di un Paese che la comunità internazionale non riconosceva come indipendente. La squadra si chiamava Le Onze de l’Indépendance, l’Undici dell’Indipendenza. Era la squadra del Fronte di Liberazione Nazionale, movimento che ha fondato la nazione. Alcuni dei suoi leader, ancora oggi al potere, sono diventati, in un radicale rovesciamento storico, oggetto dei cori di quelle tifoserie che, uscite dagli stadi, danno una musica e un ritmo alle manifestazioni contro il regime in Algeria.

Dal numero 28 di Undici

{