Calcio Internazionale

I problemi di Zidane nella ricostruzione del Real Madrid

Zizou voleva una rosa tutta nuova, ma ha dovuto fare i conti con molte difficoltà politiche.

Giugno 2006. Appena 48 ore dopo aver vinto il secondo Roland Garros della sua carriera, Rafa Nadal si trova già a Londra, sui campi del Queen’s. Il 20enne maiorchino è il re incontrastato della terra rossa ma non ha ancora assaggiato davvero il tennis sull’erba: dal 2002 ha partecipato solo a quattro tornei di primo livello su questa superficie, e non è mai andato oltre il terzo turno. In un’intervista dice che al Queen’s sarà eliminato subito, però spiega anche che non gli importa, perché il suo obiettivo è «migliorare il gioco sull’erba in vista dei tornei di Wimbledon del futuro». Poche settimane dopo aver pronunciato queste parole, Nadal perde la finale di Wimbledon contro Roger Federer.

Oggi Zinedine Zidane si ritrova in una situazione del tutto analoga: come Nadal nel 2006, ha già dimostrato di essere un allenatore vincente in un certo contesto; come Nadal nel 2006, ha deciso di andare oltre questo contesto, di mettersi alla prova con una sfida nuova per la sua carriera. Quando ha accettato di tornare al Real Madrid, l’allenatore francese ha trovato una situazione diversa rispetto a quella del gennaio 2016, quando ereditò da Benítez la panchina della prima squadra: allora il Madrid era una squadra costruita da Florentino Pérez e Mourinho e Ancelotti su fondamenta solide, composta da giocatori fortissimi e carismatici, all’apice della carriera; il compito di Zidane era rivitalizzare e far rendere quel gruppo, un gruppo che aveva già vinto, e lui l’ha assolto in maniera perfetta, combinando la qualità superiore e la personalità debordante dei calciatori in un modello di gioco liquido, in grado di controllare il pallone, gli avversari, le partite, in maniera sempre diversa.

Nelle sue prime stagioni da tecnico del Real Madrid, Zidane ha vinto un'edizione della Liga e tre della Champions, come trofei più importanti (Gabriel Bouys/AFP/Getty Images)

Il nuovo Zidane è alle prese con attribuzioni differenti, che non riguardano solamente il lavoro sul campo di allenamento e la gestione dello spogliatoio, ma hanno anche risvolti politici. È come se Zizou avesse deciso di giocarsi tutto il credito accumulato nei suoi due anni e mezzo da allenatore – una quota alimentata anche dal fallimento dei suoi successori – per provare a diventare la figura di riferimento del madridismo, per crearsi uno spazio d’azione e gestione superiore persino a quello di Florentino Pérez, per imporre una sorta di regime monocratico che ispirasse e guidasse una rivoluzione totale. Solo che gli innesti e i tagli inizialmente immaginati da Zidane hanno potuto compiersi solo in parte, perché il Real Madrid si regge su parametri finanziari e tecnici insostenibili per quasi tutti gli altri club europei. Perciò la squadra che ha iniziato la nuova stagione è diversa da quella che Zidane aveva in mente, è un ibrido, sembra il frutto di un compromesso molto sottile e fragile tra le sue idee, le esigenze della società e l’andamento di un mercato che resta faraonico – oltre 300 milioni di euro investiti in una sola sessione –, ma che in effetti ha accusato rallentamenti endogeni ed esogeni abbastanza evidenti.

Da una parte ci sono i reduci del ciclo d’oro che sarebbero stati confermati in ogni caso – Benzema, Carvajal, Casemiro, Kroos su tutti –, la nuova grande stella Hazard e gli altri nuovi acquisti, giocatori giovani comprati per assecondare un progetto diverso rispetto al passato, in cui il talento non potrà fruttare praticamente da solo, piuttosto andrà costruito e valorizzato attraverso un’identità tattica più definita, più riconoscibile – Jovic, Eder Militão, Mendy. Dall’altra parte, c’è un alveare di calciatori che il Real Madrid non è riuscito a piazzare sul mercato perché troppo forti e troppo costosi, esuberi che con il passare dei giorni sono diventati delle risorse nelle dichiarazioni di Zidane, e nel frattempo hanno alimentato la narrazione della tensione politica tra lui e Pérez.

Bale è la figura più ingombrante di questo gruppo, di cui fanno parte anche James Rodríguez, Lucas Vázquez, Isco, probabilmente Asensio se non si fosse infortunato, addirittura è stato scritto che Marcelo e Modric fossero fuori dal disegno originario di Zidane. Al di là delle speculazioni che non potranno mai essere confermate, Zizou avrebbe scambiato almeno due o tre di questi elementi con il solo Pogba; l’acquisto del centrocampista francese non si è concretizzato, e allora si è imposta la visione di Florentino Pérez, per cui certi calciatori del Real Madrid sono degli asset da non svendere, anzi da sfruttare e rivalutare all’interno del club.

In questa stagione, Bale ha giocato da titolare in 4 partite su 5, saltandone solo una per squalifica (Gabriel Bouys/AFP/Getty Images)

L’idea iniziale di Zidane era ambiziosa, coraggiosa: voleva affermarsi in maniera definitiva come allenatore-manager, come Nadal tennista completo anche sull’erba; voleva staccarsi l’etichetta della terra rossa che gli hanno cucito addosso, quella del tecnico-gestore che somma ma non moltiplica la qualità dei suoi giocatori. Il fatto che avesse deciso di farlo al Real Madrid, smantellando completamente la sua vecchia creatura, rendeva più radicale e suggestivo il suo progetto, aumentava le sue responsabilità e il rischio di fallimento, soprattutto in relazione ai risultati raggiunti nell’esperienza precedente. Ora le pressioni del nuovo ciclo restano identiche, enormi, è cambiata solo la prospettiva di Zizou: desiderava essere monarca assoluto, invece è a capo di un governo tecnico, pure di larghe intese. E che ha il compito di vincere, subito, come impone la tradizione del Real Madrid.

Dal numero 29 di Undici

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