Claudio Marchisio è il prototipo di calciatore per un mondo migliore

L'impegno politico sui social dell'ex centrocampista della Juventus riempie un vuoto preoccupante nello sport europeo.
di Valerio Moggia 11 Ottobre 2019 alle 11:18

Quando ha scritto quel suo post sull’aggressione turca ai curdi siriani, Claudio Marchisio forse non si è reso conto di non stare solamente esprimendo un proprio pensiero, ma di stare scontrandosi con una diffusa cultura dello sportivo europeo. Non è una novità, per chi lo segue sui social o s’interessa dei legami tra sport e politica, ma l’ex-centrocampista della Juventus e della Nazionale non aderisce per nulla allo stereotipo del calciatore. Soprattutto di quello italiano, in cui i casi alla Paolo Sollier – il centrocampista ex-operaio e comunista che salutava col pugno chiuso negli anni Settanta – sono più unici che rari.

Sui social, negli ultimi anni Marchisio ha preso a diffondere messaggi politici che vanno dal ricordo del 25 aprile alla sensibilizzazione sul tema del surriscaldamento globale, dalla solidarietà per i rifugiati a quella per i pastori sardi in sciopero, fino al ricordo di Silvia Romano, la giovane italiana rapita in Kenya e stata bersaglio di insulti beceri su internet. Tutto è cominciato, per quanto può suggerire internet, il 25 maggio 2017: a quasi una settimana dalla finale di Champions League contro il Real Madrid, pubblicò sui suoi canali social un messaggio sui migranti morti nell’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Solo tre giorni prima, 23 persone erano state uccise e 250 ferite in un attentato rivendicato dall’Isis alla Manchester Arena, durante un concerto della popstar Ariana Grande: non era semplice scrivere un messaggio del genere in quel momento, con l’odio islamofobico e anti-migranti che cresceva in Europa, in particolare in Italia.

Quello era il clima dell’epoca; non che sia cambiato molto oggi. In un’intervista rilasciata a Lifegate Marchisio spiegava che «se la mia esposizione mediatica può aiutare a sensibilizzare alcune persone su temi che ritengo essere importanti, allora non posso che esserne felice (anche a costo di ricevere critiche)». La sua figura, in particolare dopo il trasferimento all’estero nell’estate 2018, è divenuta per l’appassionato di calcio italiano quella dell’attivista che usa la propria notorietà per far passare messaggi sociali, in un clima ostile per quelle riflessioni com’era (ed è) il nostro.

Marchisio colpisce perché va a riempire un vuoto. La cultura europea ci ha insegnato che sport e politica sono due cose diverse, e che quando si mescolano non può nascerne nulla di buono: un’idea che ha avuto come principale conseguenza la negazione di uno spazio politico democratico nello sport, lasciando campo libero all’estremismo di destra. Che è ciò che rende il calcio europeo così refrattario ad affrontare temi come il razzismo, l’omofobia o l’equità salariale di genere.

Il suo, però, è un esempio tra pochi, in Italia, in cui si fatica molto a trovare prese di posizione su temi sociali. Uno dei rari esempi è quello del centrocampista svedese della Sampdoria Albin Ekdal, che lo scorso luglio ha denunciato il problema dell’omofobia nel calcio durante un’intervista al giornale svedese Sportbladet.

L’idea europea dello sportivo è, citando Maradona, quella di un uomo che vive su un’isola: deve stare scollegato da ciò che sta oltre lo sport, che potrebbe alterare la sua immagine di figura super-partes. Non erano europei, Tommie Smith e John Carlos, i due velocisti del pugno nero di Città del Messico 1968, e non lo era nemmeno Peter Norman, il terzo classificato che dichiarò vicinanza alla loro causa. Non è europea nemmeno Megan Rapinoe, oggi probabilmente la persona più politica nel calcio di oggi: nel suo celebre discorso ai FIFA Awards 2019, ha messo in relazione in maniera coerente sport, omofobia, discriminazioni di genere, razzismo e politica internazionale. Come a dire che non si può essere sportivi senza essere cittadini, e non si può essere cittadini senza interessarsi alla politica (che per i greci non era il concetto tecnico e astruso a cui pensiamo oggi, ma banalmente tutto ciò che atteneva allo stato e alla vita in esso).

In un’intervista rilasciata a La Stampa, Marchisio si chiedeva polemicamente: «Devo insegnare ai miei figli solo a tirare calci a un pallone?». Ovvero: un uomo può essere solo ciò che fa per vivere? L’idea di uno sportivo apolitico, de-ideologizzato, su cui si basa la tradizione europea, è una forma di deresponsabilizzazione sociale con cui lo sport ha sempre cercato di proteggersi dalle polemiche, per restituire l’ideale di una società unita, civile e democratica. Quell’ideale che, proprio negli ultimi anni, sta mostrando diverse contraddizioni. L’eccezionalità che riconosciamo a Marchisio è purtroppo lo specchio della normalità negativa che gli sta intorno.

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